Il posto 23C: La sorpresa che cambiò tutto
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Il posto 23C: La sorpresa che cambiò tutto

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PARTE 9 — Un'ombra alla porta

Feci scattare immediatamente il tasto "Stop" del registratore. Il silenzio tornò a calare sulla stanza, rotto soltanto dal picchiettare incessante della pioggia contro i vetri.

Leo si alzò di scatto dal divano, la coperta di lana che scivolava a terra. «Mamma... chi è?»

«Rimani qui, tesoro. Non muoverti per nessun motivo», gli sussurrai con tono imperativo.

Mi avvicinai alla finestra del salotto, nascondendomi dietro le pesanti tende di velluto scuro. Attraverso il vetro rigato d'acqua, vidi le luci abbaglianti di un grande SUV nero parcheggiato di traverso nel vialetto di ingresso. I fari illuminavano il cancello aperto e la facciata di pietra del casolare.

La portiera del lato passeggero si aprì. Un uomo alto, con un impermeabile scuro, scese dall'auto tenendo un ombrello aperto. Ma non era solo. Dalla portiera posteriore scese un'altra figura, più bassa e minuta, avvolta in un pesante cappotto grigio. Graziella.

La suocera non era tornata a Milano. Ci aveva seguiti fin lì, o forse sapeva già che saremmo venute direttamente alla casa di campagna.

L'uomo alto fece qualche passo verso la porta principale. Quando la luce del lampione esterno gl'illuminò il viso, trasalii. Non era un estraneo. Era l'avvocato della famiglia Moretti, l'avvocato Serra, un uomo cinico e senza scrupoli che avevo visto un paio di volte alle cene di Natale organizzate da mia suocera.

Sentii i passi pesanti risalire i gradini del portico di pietra, seguiti dal tonfo sordo del bastone di Graziella. Poi, il battente di ferro della porta suonò tre volte, un rintocco cupo che rimbombò in tutta la casa.

«Chiara!» la voce acre di Graziella attraversò il legno della porta. «So che sei lì dentro! Apri immediatamente! Dobbiamo parlare di cose che ti riguardano prima che sia troppo tardi!»

Guardai la scrivania di mio padre, dove i documenti segreti e la cassetta audio erano ancora sparsi sul piano di noce. Non potevo permettere che mettessero le mani su quelle carte.

Corsi alla scrivania, raccolsi freneticamente i fogli, la cassetta e il registratore, e infilai tutto nella mia borsa di pelle. Poi presi la mano di Leo e lo spinsi delicatamente verso il corridoio che portava sul retro della casa, dove c'era la vecchia cucina e una porta secondaria che dava sul giardino posteriore.

«Mamma, ho paura», piagnucolò Leo a bassa voce. «Va tutto bene, amore. Mamma è qui con te. Facciamo un piccolo gioco, dobbiamo stare zitti come topolini.»

Il battito sulla porta divenne più forte, più insistente. «Chiara, non fare la sciocca!» gridò l'avvocato Serra dall'esterno. «Abbiamo il mandato legale per accedere a questo immobile! Tuo padre aveva firmato una garanzia ipotecaria su questa casa a favore del signor Aurelio Moretti! Questa proprietà non è tua, appartiene alla famiglia Moretti!»

Un'ipoteca. Ecco cos'era il "debito" di cui parlava Graziella. Mio padre aveva messo la casa di famiglia come garanzia per salvare la sua attività dopo il fallimento del progetto edilizio.

Sapevo che non avrei potuto resistere a lungo lì dentro. Se l'avvocato avesse forzato la serratura, ci avrebbe trovati e mi avrebbe sottratto le uniche prove capaci di svelare la verità.

Raggiunsi la cucina sul retro. La porta secondaria era bloccata da un vecchio catenaccio di ferro arrugginito. Impiegai tutta la mia forza per farlo scorrere, sfregandomi le dita fino a farle sanguinare leggermente. Alla fine, il metallo cedette con un cigolio acuto.

Aprii la porta appena di un soffio. L'aria fredda e la pioggia mi colpirono il viso. Il giardino posteriore era immerso nell'oscurità totale, circondato da un bosco fitto che conoscevo bene fin da bambina.

In quel momento, dalla parte anteriore della casa, si sentì il rumore del vetro di una finestra che andava in frantumi. Avevano deciso di entrare con la forza.

«Chiara!» la voce di Graziella risuonò all'interno dell'atrio. «Dove sei?»

Non c'era più tempo. Afferrai lo zaino di Leo, lo strinsi a me e scivolai fuori nella pioggia battente, addentrandomi nel bosco buio mentre la porta di casa veniva spalancata alle nostre spalle.