Il posto 23C: La sorpresa che cambiò tutto
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Il posto 23C: La sorpresa che cambiò tutto

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PARTE 10 — La fuga nel bosco

La pioggia battente trasformava il terreno del bosco in una fanghiglia scivolosa. Le radici degli alberi sporgevano dal suolo come trappole nell'oscurità, mentre i rami bassi dei lecci ci sferzavano il viso. Tenevo Leo stretto per mano, trascinandolo in una corsa disperata verso l'alto, verso la vecchia cappella sconsacrata che si trovava sulla sommità della collina.

Dietro di noi, nel buio della vallata, le torce elettriche dell'avvocato Serra e dei suoi uomini fendevano la nebbia come lame di luce giallastra.

«Cercatela! Non può essere andata lontana con il bambino!» la voce dell'avvocato rimbombava tra gli alberi, amplificata dall'eco della montagna.

Leo ansimava, il suo piccolo corpo tremava per il freddo e per la paura. I suoi stivaletti di gomma affondavano nel fango ad ogni passo, ma non emetteva un solo lamento. La sua forza mi dava il coraggio di continuare ad avanzare, nonostante la fatica mi bruciasse nei polmoni.

«Ancora un piccolo sforzo, amore mio», gli sussurrai all'orecchio mentre ci arrampicavamo su un gradino di roccia bagnata. «Siamo quasi arrivati.»

La vecchia cappella di San Pietro apparve tra la nebbia come un fantasma di pietra. L'edificio era abbandonato da decenni, con il tetto parzialmente crollato e le vetrate infrante, ma le sue spesse mura offrivano un riparo momentaneo dalla pioggia e dagli inseguitori.

Scivolammo all'interno attraverso un'apertura nel portale di legno marcito. L'interno profumava di muschio, terra bagnata e incenso dimenticato. Ci nascondemmo dietro ciò che rimaneva del vecchio altare di marmo, rannicchiandoci nell'ombra più profonda.

Tirai fuori dalla borsa la giacca a vento di spare per coprire Leo, che batteva i denti uncontrollabilmente. Poi trassi il registratore a cassette e le cuffiette che mio figlio aveva portato per il volo in aereo.

Inserii lo spinotto delle cuffie nel registratore. Non potevo permettermi di far sentire la voce di mio padre all'esterno, ma dovevo assolutamente sapere cosa c'era in quel nastro prima che ci trovassero.

Infilai le cuffie alle orecchie e premetti "Play".

La voce di mio padre tornò a parlare, limpida e grave nel silenzio delle mie orecchie.

«...Chiara, se la famiglia Moretti ti sta perseguitando, è perché hanno paura. Vent'anni fa, quando mi rifiutai di firmare i permessi per il loro complesso edilizio abusivo, Aurelio Moretti cercò di distruggermi. Ma non fu solo una questione di soldi. Matteo, suo figlio, fu testimone di un incidente terribile nel cantiere: un operaio non regolarizzato perse la vita a causa del crollo di un muro costruito con cemento depotenziato.»

Un brivido mi attraversò il corpo.

«Aurelio insabbiò tutto con l'aiuto della moglie Graziella e dell'avvocato Serra», proseguì la voce di mio padre. «Ma il piccolo Matteo, che allora aveva dieci anni, era rimasto traumatizzato. Per evitare che parlasse, i genitori lo sottoposero a cure psicologiche severe e inventarono una storia per cancellare quell'evento dalla sua memoria. Ma la verità è salvaguardata in un archivio notarile a Perugia. Ho depositato un plico d'accusa con le perizie originali e la testimonianza fotografica del cantiere. Il plico si sblocca solo con la chiave contenuta nella mia scatola di sicurezza presso la Banca di Spoleto.»

Mio padre fece una pausa. Si sentì il suono di un sospiro profondo.

«Chiara, Matteo non è diventato un pilota per passione. È stato spinto a volare, a stare lontano da terra, per fuggire dai fantasmi della sua infanzia e dal controllo soffocante di sua madre. Se hai sposato Matteo, non è stato un caso. Graziella ha favorito il vostro incontro all'università per tenerti d'occhio, per assicurarsi che tu non scoprissi mai cosa tuo padre sapesse sulla loro famiglia.»

Le cuffie mi caddero dalle orecchie.

Il mio matrimonio. Il mio intero amore per Matteo. Tutta la mia vita degli ultimi nove anni era stata un'illusione orchestrata da una madre manipolatrice per proteggere un crimine commesso vent'anni prima. Matteo non era soltanto un marito traditore e codardo; era un burattino mosso dai fili invisibili di sua madre Graziella.

In quel preciso istante, un fascio di luce intensa attraversò le rovine della cappella, illuminando l'altare dietro cui eravamo nascosti.

I passi pesanti dell'avvocato Serra risuonarono sul pavimento di pietra.

«Ti abbiamo trovata, Chiara», disse la sua voce glaciale. «Consegna la borsa e finiamola qui.»