PARTE 13 — La scatola di sicurezza
La mattina successiva, il sole sorgeva nitido e limpido sopra le colline dell'Umbria, lavate dalla pioggia della notte. Il cielo era di un azzurro intenso, senza una sola nuvola all'orizzonte.
Ero seduta nella sala riservata della Banca di Spoleto, accompagnata dal Comandante Marchi e da un giovane maresciallo dei carabinieri. Leo si trovava nella sala d'aspetto esterna, intento a disegnare su un album nuovo che il comandante gli aveva regalato quella mattina.
Sul tavolo di mogano davanti a me vi era una pesante scatola di metallo grigio. La scatola di sicurezza numero 142, intestata a Ettore Lazzari.
Il direttore della banca, un uomo anziano con gli occhiali da vista, inserì la chiave padronale nella serratura di sinistra, mentre io inserii la piccola chiave arrugginita che mio padre mi aveva lasciato nel suo mazzo.
Con un doppio "clack" metallico, il coperchio della scatola si sbloccò.
All'interno c'era un plico di documenti sigillati con ceralacca rossa, una serie di fotografie stampate su carta fotografica d'epoca e un piccolo quaderno di pelle nera con le iniziali di mio padre.
Il maresciallo dei carabinieri ruppe delicatamente i sigilli di ceralacca ed estrasse i documenti. Erano le relazioni peritali originali sul crollo del cantiere del 2001, complete di fatture false che dimostravano come Aurelio Moretti e sua moglie Graziella avessero dirottato i fondi destinati alla sicurezza dei lavoratori per finanziare la campagna elettorale e la carriera pilota del figlio Matteo.
Ma c'era dell'altro.
In fondo al plico c'era un documento legale firmato da un medico psichiatra di Milano, datato Settembre 2003.
Scorsi le righe di quel documento con le dita che tremavano. Il certificato attestava che il giovane Matteo Moretti era stato sottoposto a sessioni di ipnosi regressiva e somministrazione di farmaci inibitori della memoria per cancellare il ricordo del crollo del cantiere a cui aveva assistito a dieci anni.
Sussultai. Matteo non aveva solo dimenticato il crimine dei suoi genitori. Gli era stata letteralmente riscritta la memoria. Sua madre Graziella gli aveva instillato una falsa realtà, convincendolo che suo padre fosse un eroe della finanza e che l'unico modo per essere amato fosse raggiungere il successo assoluto e la perfezione professionale.
Ecco perché Matteo era diventato quell'uomo ossessionato dalla carriera, narcisista, incapace di amare autenticamente. Era il prodotto di un lavaggio del cervello sistematico messo in atto da una madre sociopatica per proteggere i propri interessi.
«Mio Dio...» mormorai, lasciando cadere il foglio sul tavolo. «Matteo non sa davvero chi è...»
«Il giudizio della magistratura farà luce su ogni cosa», disse il maresciallo, raccogliendo con cura tutti i documenti per catalogarli come prove d'accusa. «Ma una cosa è certa, signora Lazzari: lei e suo figlio siete completamente liberi da qualsiasi vincolo o ipoteca. Questa documentazione annulla automaticamente ogni pretesa finanziaria della famiglia Moretti sulla vostra casa di campagna.»
Uscii dalla banca con il cuore alleggerito da un peso enorme, ma avvolta da un profondo senso di pietà. La rabbia che provavo verso Matteo si era trasformata in qualcosa di diverso: una dolorosa consapevolezza della sua tragica fragilità.
Fuori dalla banca, ad attenderci vicino a una vettura di servizio, c'era un avvocato d'ufficio mandato dalla Procura di Roma.
«Signora Lazzari?» disse l'avvocato. «Mio marito... cioè, il signor Matteo Moretti, ha chiesto di poterla incontrare prima di essere trasferito al comando generale per l'interrogatorio. È in custodia cautelare nella caserma qui vicina. Ha il diritto di rifiutare, se vuole.»
Guardai il Comandante Marchi, poi mi voltai verso mio figlio Leo, che mi sorrideva da lontano tenendo in mano il suo nuovo disegno di un albero verdissimo.
«No», dissi con voce ferma. «Voglio vederlo. Un'ultima volta.»






