Il posto 23C: La sorpresa che cambiò tutto
News Story

Il posto 23C: La sorpresa che cambiò tutto

0 visualizzazioni

PARTE 7 — Il viaggio verso l'Umbria

Il treno regionale per Perugia oscillava dolcemente sui binari, fendendo il paesaggio della campagna laziale che lentamente cedeva il passo alle colline verdi e fitte dell'Umbria. Fuori dal finestrino, il cielo era diventato di un grigio plumbeo, carico di pioggia imminente.

Leo si era addormentato con la testa appoggiata al mio grembo, sfinito dalle emozioni di una giornata devastante. Gli accarezzavo i capelli soffici, guardando il suo volto sereno nella quiete del sonno. A sole sette anni aveva visto il suo mondo sgretolarsi, ma non aveva fatto una sola lamentela.

Dalla mia borsa tirai fuori il vecchio mazzo di chiavi arrugginite che mio padre mi aveva consegnato poco prima di morire in ospedale, due anni prima. "Va' a San Pietro in Valle solo se ne avrai davvero bisogno, Chiara", mi aveva detto con un filo di voce. "Lì c'è la verità. Ma la verità pesa."

All'epoca non avevo dato peso a quelle parole, pensando che si riferisse alla solitudine della sua vita dopo la morte di mia madre. Ma le parole minacciose di mia suocera all'aeroporto continuavano a rimbombarmi nella testa come un incubo a occhi aperti. Tuo padre aveva un debito enorme con mio marito.

Mio padre era stato un semplice geometra di provincia. Un uomo schivo, onesto fino al midollo, che aveva vissuto una vita modesta. Come poteva essere legato alla famiglia di Matteo, ricchi borghesi milanesi con manie di grandezza?

Ero stata io a conoscere Matteo per caso all'università di Bologna, nove anni prima. O almeno, così avevo sempre creduto. Poteva essere stato tutto calcolato fin dall'inizio? L'ipotesi mi fece salire un brivido gelido lungo la colonna vertebrale.

Il treno giunse alla piccola stazione di Spoleto verso le cinque del pomeriggio. La pioggia cadeva a dirotto, trasformando la piazza esterna in uno specchio d'acqua scura. Salimmo sul primo taxi disponibile, un'utilitaria guidata da un uomo anziano con il cappello di lana.

«Dove andiamo, signora?» «A San Pietro in Valle, please. Alla casa dei signori Lazzari.»

L'autista mi guardò dallo specchietto retrovisore con un'espressione strana. «La casa del geometra Lazzari? È disabitata da due anni. Spero abbiate portato legna e coperte, lì attorno non c'è niente a quest'ora.»

«Ce la caveremo, grazie.»

Il viaggio durò venti minuti lungo strade strette e tortuose che salivano tra i boschi di lecci e querce. L'oscurità stava calando rapidamente, avvolgendo la valle in una nebbia fitta. Infine, la macchina si fermò davanti a un cancello di ferro battuto sormontato da un'arcata di pietra antica.

«Siamo arrivati», disse l'autista.

Pagai la corsa e scendemmo sotto la pioggia battente. Afferrai le valigie e la mano di Leo, avviandomi lungo il vialetto di ghiaia invaso dalle erbacce. La casa apparve tra gli alberi: un casolare in pietra a due piani, con le imposte di legno scuro serrate. Sembrava un gigante addormentato nel cuore del bosco.

Infilai la chiave nella serratura della porta principale. Il meccanismo oppose resistenza, cigolando pesantemente, ma alla fine la porta si aprì con un tonfo sordo, rilasciando un odore intenso di chiuso, carta vecchia e legna stagnante.

Accesi l'interruttore della luce vicino all'ingresso. Miracolosamente, la corrente funzionava ancora. La luce fioca di una lampadina a bulbo illuminò l'atrio di ingresso: mobili in stile arte povera, un vecchio appendiabiti in ferro e, sulla parete di fondo, una grande mappa topografica della zona.

«Mamma, è buio qui dentro...» disse Leo, stringendosi a me. «È solo perché è rimasta chiusa a lungo, tesoro. Ora accendiamo il camino e vedrai che diventerà caldissima.»

Portai le valigie nel salotto. Al centro della stanza c'era una grande scrivania in noce scuro, la stessa su cui mio padre lavorava quando ero bambina. Sopra vi era posato uno strato spesso di polvere, tranne che in un punto.

Mi avvicinai lentamente.

Sulla superficie della scrivania, proprio al centro, c'era un'impronta pulita nella polvere. Qualcuno era stato lì di recente. E non molto tempo prima.

Accanto all'impronta c'era un piccolo oggetto che fece fermare il mio cuore per un istante: una scatola di fiammiferi con il logo dorato dell'Hotel Principale di Milano. Lo stesso albergo dove mia suocera Graziella trascorreva i suoi soggiorni milanesi.

Graziella era stata in quella casa. E sapeva esattamente cosa stava cercando.