PARTE 8 — Il cassetto con il doppio fondo
Il silenzio della casa di campagna era interrotto soltanto dal picchiettare monotono della pioggia contro i vetri delle finestre. Leo era seduto sul divano del salotto, avvolto in una coperta di lana che avevo trovato in un armadio al primo piano, e mangiava un biscotto mentre guardava le fiamme che finalmente avevano preso vita nel grande camino di pietra.
Io ero rimasta di fronte alla scrivania di mio padre. La presenza di quella scatola di fiammiferi dell'albergo di Graziella era la prova inconfutabile che mia suocera non solo conosceva la casa, ma vi si era introdotta di nascosto. Ma cosa cercava?
Mi inginocchiai davanti al mobile di noce. Esaminai i cassetti uno per uno. Erano pieni di vecchi strumenti da geometra, mappe catastali ingiallite dal tempo, bollette pagate decenni prima e quaderni di appunti tecnici. Niente che potesse spiegare l'odio di mia suocera o la sua minaccia all'aeroporto.
Iniziai a estrarre completamente i cassetti per controllare il vano interno. Quando tirai fuori l'ultimo cassetto in basso a destra, notai qualcosa di anomalo. La profondità interna del vano non corrispondeva alla lunghezza esterna del mobile. C'era un'intercapedine di almeno dieci centimetri sul fondo.
Toccai il pannello di legno posteriore. Era rigido, ma spingendo con forza sul lato sinistro, si sentì un leggero "clack". Il pannello scivolò di lato, rivelando un doppio fondo segreto.
All'interno c'era una mazzetta di fogli legati con uno spago rosso e un vecchio registratore a cassette portatile, di quelli usati negli anni novanta.
Con le mani che tremavano, trassi fuori i documenti. Il primo foglio era un contratto di società risalente al 1998. In alto c'erano due nomi: Ettore Lazzari (mio padre) e Aurelio Moretti (il padre di Matteo, marito di Graziella).
La mia testa cominciò a girare. Mio padre e il padre di Matteo non erano estranei. Erano stati soci in affari vent'anni prima.
Scorsi rapidamente le pagine del contratto. Si trattava di un progetto di speculazione edilizia per la costruzione di un complesso residenziale di lusso alle porte di Perugia. Ma scorrendo i fogli successivi, trovai una serie di perizie tecniche firmate da mio padre.
Su una di esse, datata 12 Maggio 2001, mio padre aveva scritto a mano con inchiostro rosso: I terreni sono ad alto rischio idrogeologico. La costruzione è pericolosa. Mi rifiuto di firmare il permesso di abitabilità. Aurelio sta usando materiali scadenti per abbattere i costi.
Accanto a quelle carte c'era una lettera di minacce indirizzata a mio padre, scritta su carta intestata dello studio legale della famiglia Moretti. La lettera intimava a mio padre di firmare i documenti, pena la rovina finanziaria e la rivelazione di un "incidente" del passato.
In fondo alla mazzetta di fogli c'era una fotografia scattata in un ristorante dell'epoca. Nella foto c'erano quattro persone: mio padre, Aurelio Moretti, una giovanissima Graziella e... me stessa, a circa otto anni, che giocavo in un giardino con un bambino un po' più grande. Matteo.
Ci conoscevamo fin da piccoli. Ma io non me ne ricordavo assolutamente nulla.
Un vuoto improvviso si aprì nella mia memoria. Com'era possibile che non avessi alcun ricordo di aver frequentato Matteo da bambina? Perché mio padre non mi aveva mai parlato della famiglia Moretti quando, anni dopo, gli avevo presentato Matteo come il mio nuovo fidanzato universitario?
Presi il vecchio registratore a cassette. All'interno c'era un nastro con un'etichetta bianca: Per Chiara. Da ascoltare solo quando sarai pronta.
Premetti il tasto "Play". Il nastro girò con un fruscio metallico, poi la voce stanca e profonda di mio padre riempì la stanza.
«Chiara, figlia mia... se stai ascoltando questa cassetta, significa che il peggio è accaduto. Significa che la famiglia Moretti è tornata nella tua vita per finire ciò che ha iniziato vent'anni fa...»
Ma prima che la voce di mio padre potesse rivelare il resto, un rumore improvviso all'esterno della casa fece sussultare sia me che Leo.
Il crepitar della ghiaia sotto le ruote di una pesante vettura che si fermava proprio davanti al cancello d'ingresso.






