PARTE 7: IL LABIRINTO SOTTERRANEO E L'INCONTRO INASPETTATO
La scala a chiocciola sembrava non finire mai, avvolta in un buio così fitto che persino i contorni delle mie mani erano invisibili. Ogni gradino disceso era un colpo di dadi contro la sorte; il rumore dei miei ansimi e dei passi affrettati risuonava claustrofobico lungo le pareti di tufo grezzo, mentre in cima alla tromba delle scale udivo ancora le voci attutite dei sicari che cercavano l'accesso alla botola.
La spalla mi doleva intensamente, il tessuto della giacca era intriso di sangue caldo, ma l'adrenalina teneva a bada il dolore fisico, trasformandolo in una furia cieca e lucida. Arrivata in fondo alla scala, mi ritrovai in un'enorme cantina sotterranea che ricordava le antiche catacombe romane: volte a botte in mattoni rossi, nicchie vuote scavate nella roccia e un odore acre di zolfo e umidità millenaria.
Procedevo a tentoni, tastando le pareti fredde con la mano sinistra, mentre con la destra stringevo la chiavetta USB come l'unica àncora di salvezza rimasta in quel mondo ostile. La galleria principale si diramava in vari cunicoli secondari, un dedalo labirintico in cui era facilissimo perdersi per sempre. Fu mentre cercavo di orientarmi che udii un rumore insolito: non lo scalpiccio pesante degli inseguitori, ma un ticchettio ritmico, metallico, accompagnato da un leggero chiarimento rossastro proveniente da una nicchia laterale, a pochi metri da me.
Mi bloccai istantaneamente, trattenendo il respiro e premendo la schiena contro la parete fredda del cunicolo, cercando di fondermi con le ombre. I sicari erano sopra di me, ma forse c'era qualcun altro nei sotterranei, qualcun altro che conosceva i passaggi segreti del palazzo meglio di chiunque altro. Con la massima cautela, muovendo i piedi con una lentezza esasperata per non fare scricchiolare la ghiaia sotto le suole, mi sporsi oltre l'angolo della nicchia.
Alla debole luce di una torcia a batteria appoggiata su una cassa di legno, vidi una figura accovacciata vicino a un vecchio pannello elettrico a muro. Era un uomo anziano, con i capelli bianchi arruffati e un cappotto logoro, intento a armeggiare con dei cavi scoperti. Non sembrava un sicario di Barone; la sua postura era quella di un topo di biblioteca o di un tecnico caduto in disgrazia.
Prima che potessi ritirarmi in silenzio, l'uomo sussurrò senza neppure voltarsi, come se sapesse della mia presenza fin dal primo istante: "Se stai cercando la via d'uscita per il Tevere, sei nel posto giusto, ragazza. Ma se speri di arrivarci viva senza il mio aiuto, ti conviene posare quella pistola immaginaria e venire qui ad aiutarmi a chiudere il circuito." Un brivido di sospetto mi attraversò la mente.
"Chi sei tu?" chiesi con un filo di voce, impugnando improvvisamente un pezzo di ferro raccolto da terra come arma di fortuna. L'uomo si voltò lentamente, mostrando un volto solcato da profonde rughe e un paio di occhi cerchiati di stanchezza ma incredibilmente brillanti, intrisi di una profonda ironia disillusa. Sorrise amaramente, mostrando un dente d'oro, e disse parole che mi gelarono il sangue nelle vene: "Io sono l'uomo che ha costruito la cassaforte informatica di tuo padre nel 1998, Sofia. E il tuo caro zio Marco, quello che credevi ti volesse tanto bene a casa, è lo stesso che ha appena venduto le coordinate di questo palazzo a Lorenzo Barone."






