PARTE 11: LA CHIAMATA DAL CELLULARE DI MIO ZIO
Trattenni il respiro, con la mano gocciolante che tremava mentre estraevo il telefono cellulare dalla tasca interna della giacca. Lo schermo, miracolosamente ancora funzionante nonostante l'immersione nelle acque gelide del Tevere, illuminava la mia faccia sporca di fango e sangue con una luce spettrale. Sul display lampeggiava un nome che fino a poche ore prima avrei associato a un abbraccio sicuro e protettivo: Zio Marco.
Il traditore. Colui che aveva venduto la mia infanzia, la mia famiglia e la mia sicurezza al migliore offerente, barattando il sangue dei suoi stessi consanguinei per ripulire i propri debiti di gioco e garantirsi una vecchiaia dorata. Mia madre, accovacciata accanto a me sulla sponda fangosa del fiume e intenta a medicarsi alla bell'e meglio la ferita al fianco con un lembo strappato della sua camicetta, mi guardò con occhi sbarrati, facendo cenno freneticamente di non rispondere.
"Non farlo, Sofia," sussurrò con voce roca, mentre il fiume scorreva placido e indifferente accanto a noi, portando via i detriti di una notte da incubo. "È una trappola. Vuole solo sapere dove siamo per mandare di nuovo i cani di Barone a finirci." Ma il telefono continuava a vibrare implacabile, la suoneria soffocata che risuonava come un ticchettio di una bomba a orologeria.
Sentivo un misto di repulsione e di folle curiosità; volevo sentire la sua voce, volevo ascoltare le giustificazioni ipocrite di un uomo che avevo amato e stimato come un padre, per poi sputarle in faccia la verità che avevamo appena lanciato nel cyberspazio. Con un gesto deciso, superando il terrore di mia madre, feci scorrere il dito sullo schermo e accettai la chiamata, premendo l'altoparlante in modo che anche lei potesse ascoltare.
"Sofia! Grazie a Dio sei viva!" tuonò la voce di mio zio Marco all'altoparlante, contraffatta da un falso tono di disperazione e sollievo paterno che ora mi faceva venire i conati di vomito. "Non sai quanto sono in pensiero per te! Quell'individuo, Lorenzo Barone, mi ha minacciato, mi ha costretto a... mi ha detto cose terribili su tua madre! Dove ti trovi adesso, tesoro?
Dimmi dove sei, vengo subito a prenderti con la macchina, ti porto in un posto sicuro, lontano da tutto questo caos!" Le sue parole grondavano di una tale falsità e di un tale cinismo calcolato che persino il vento freddo del fiume sembrò fermarsi per un istante. Rimasi in silenzio per lunghi secondi, lasciando che il suo respiro affannoso riempisse l'interlinea telefonica, mentre la mia mente formulava la risposta perfetta.
"Zio Marco," dissi infine, con una voce fredda, tagliente come una lama d'acciaio che non apparteneva più alla ragazza spaventata salita su quel Boeing a fine giornata. "Il tuo padrone, Lorenzo Barone, non ha più bisogno di cercarci. E tu non devi più preoccuparti dei tuoi debiti con la mafia." Dall'altra parte della linea calò un silenzio di tomba, un vuoto denso in cui si poteva percepire chiaramente il crollo verticale di ogni sua certezza.
"C... cosa stai dicendo, Sofia? Di cosa parli?" balbettò lui, perdendo improvvisamente la sua finta sicurezza teatrale. Sorrisi amaramente nel buio della notte romana, fissando la superficie scura dell'acqua. "Parlo del fatto che la chiavetta USB è stata decodificata e il dossier completo è appena stato pubblicato su tutti i server della polizia internazionale e delle redazioni di mezza Europa. Siete finiti, zio. Entrambi." E senza attendere la sua replica isterica, chiusi bruscamente la chiamata, gettando il telefono nell'acqua profonda del Tevere.






