PARTE 6: L'INCHIOSTRO DEL SANGUE E LA TRAPPOLA NEL PALAZZO
I passi nel corridoio si facevano sempre più vicini, rimbombando minacciosi sulle lastre di marmo antico come colpi di tamburo battuti da un plotone di esecuzione. Mia madre scattò in piedi con un'agilità insospettabile per la sua età, il volto improvvisamente svuotato di ogni colore. "Ci hanno trovati," sussurrò con un filo di voce, mentre il terrore le strizzava la gola.
"Come è possibile? Neanche Barone poteva sapere che fossi qui così in fretta..." I miei pensieri corsero alla velocità della luce, collegando i puntini di una catena logica spietata: il taxi, la carta di credito usata in albergo per la prenotazione, forse persino il sistema di sorveglianza dell'aeroporto che aveva registrato il mio passaggio in prima classe.
Eravamo state tracciate fin dal primo istante. "Non c'è tempo per capire come abbiano fatto," dissi, afferrando istintivamente la mano di mia madre e stringendo la chiavetta USB nel pugno chiuso fino a farmi fare male. "Dobbiamo uscire di qui, deve esserci un'altra via d'uscita." Mia madre scosse la testa con aria disperata, indicando le alte mura perimetrali del cortile che si erigevano invalicabili contro il cielo stellato.
"Questo palazzo è una fortezza cieca, Sofia. Non ci sono uscite di sicurezza, solo il portone principale, e in questo momento è sbarrato da professionisti che non lasciano testimoni." Il rumore dei passi si arrestò bruscamente proprio dietro la porta a vetri che separava il cortile interno dal salone principale del palazzo. Un attimo dopo, un colpo secco e metallico squarciò l'aria: la serratura della porta a vetri venne forzata con un piede di porco o una chiave passepartout.
Il vetro andò in frantumi con un rumore agghiacciante, piovendo sul pavimento come una cascata di diamanti spezzati. Dalle ombre del salone emersero due sagome massicce, vestite di nero con abiti tattici e volti parzialmente coperti da passamontagna scuri. Impugnavano pistole munite di silenziatore, puntate dritte nella nostra direzione con la fredda precisione di macchine programmate per uccidere.
Il mio stomaco precipitò in un baratro senza fondo; vidi la mia vita scorrermi davanti agli occhi in una frazione di secondo, un collage confuso di rimpianti, di domande senza risposta e di un coraggio nato troppo tardi. Mia madre fece un passo avanti per far scudo con il proprio corpo, ma una delle sagome avanzò minacciosa, sibilando con voce metallica e distorta: "Ferme dove siete.
La chiavetta. Subito, o non arriverete a vedere l'alba." La paura paralizzò momentaneamente ogni mio muscolo, ma fu proprio quell'istante di terrore puro a innescare una reazione viscerale, un orgoglio feroce che ereditavo da quella stessa madre che avevo appena ritrovato. Con un movimento fulmineo, spinsi mia madre dietro la colonna di pietra e afferrai la pesante fioriera in terracotta posta sul bordo della fontana, rovesciandola con tutte le mie forze contro i due aggressori.
La terra bagnata e i cocci si sparsero sul pavimento, cogliendoli di sorpresa e deviando per un attimo la mira del primo sicario, il cui colpo sfiorò la mia spalla sinistra, lasciando un solco bruciante sulla giacca. "Scappa, Sofia! Dalla porta sul retro delle cucine!" urlò mia madre, lottando disperatamente con il secondo uomo che l'aveva afferrata per un braccio.
Senza voltarmi, guidata solo dall'istinto di sopravvivenza, mi precipitai verso il fondo del cortile, infilandomi in un corridoio secondario buio e polveroso che sapeva di cantina e di umidità. I colpi di pistola rimbombavano alle mie spalle, soffocati dai silenziatori ma terribilmente vicini. Corsi nel buio totale, sbattendo contro scaffali di legno e vecchie casse di vino, con il sangue che colava caldo dalla spalla ferita e la chiavetta USB stretta come un reliquia tra le dita.
Sapevo che se mi fossi fermata anche solo per un secondo, la mia storia sarebbe finita lì, tra i sotterranei dimenticati di un palazzo romano. E fu allora, mentre imboccavo una scala a chiocciola che scendeva vertiginosamente nelle viscere della terra, che capii di non avere più scelta: o avrei distrutto Lorenzo Barone, o lui avrebbe cancellato ogni traccia della mia stirpe per sempre.






