PARTE 10: IL FLASH DI FUOCO E LA FUGA VERSO IL FIUME
Il display del decodificatore segnava novantanove percento. Mancava un soffio, un battito di ciglia, e l'intero dossier sarebbe stato scaricato sui server di tutto il mondo, svergognando Lorenzo Barone e i suoi complici davanti all'opinione pubblica globale. In quel preciso istante, la sagoma massiccia del primo mercenario sbucò dalla curva del cunicolo, la pistola spianata e pronta a fare fuoco.
Senza esitare un solo istante, mossa da un istinto di sopravvivenza primordiale, premetti il grilletto della pistola che stringevo in mano. Il boato dello sparo rimbombò violentemente tra le volte di tufo, assordandoci tutti e sollevando una nube di polvere densa. Il proiettile colpì in pieno il muro di marmo a pochi centimetri dal sicario, ma l'effetto sorpresa fu sufficiente a farlo barcollare e indietreggiare di scatto, gridando un ordine confuso ai suoi compagni.
"Fatto! Il trasferimento è completo!" urlò l'anziano tecnico con un grido di trionfo isterico, strappando la chiavetta USB dall'alloggiamento mentre lo schermo del decodificatore emetteva un trillo acuto di conferma. "I file sono online! Adesso la verità è fuori dal nostro controllo!" Prima che i mercenari potessero riprendersi dallo shock e rispondere al fuoco, l'anziano azionò una leva di ferro nascosta dietro il pannello elettrico.
Con un fragore meccanico, una porzione della parete di mattoni si sollevò pesantemente, rivelando l'imbocco buio e scrosciante di un antico canale di scolo che conduceva dritto verso le acque scure del Tevere. "Presto, dentro! Tutti e tre!" gridò lui, spingendo mia madre e me nel cunicolo d'acqua. L'acqua gelida ci sommerse fino alla vita, togliendoci il fiato per un istante, ma la corrente ci trascinò rapidamente in avanti, facendoci scivolare nell'oscurità dei sotterranei romani mentre alle nostre spalle risuonavano raffiche di mitra impazzite e le imprecazioni furiose di Lorenzo Barone che si accorgeva troppo tardi della beffa.
L'odore acre del fango e della salsedine si mescolava all'adrenalina pura che pulsava nelle mie vene, mentre nuotavamo disperatamente verso la flebile luce fioca che trapelava dall'uscita del collettore fluviale. Eravamo ferite, braccate, tradite dai nostri stessi familiari, ma per la prima volta in vent'anni sapevo esattamente chi ero e quale fosse la mia missione. Fu allora, mentre emergevamo barcollanti sulla sponda fangosa del fiume sotto la luce fredda della luna, che una telefonata inattesa fece vibrare violentemente la tasca dei miei pantaloni zuppi d'acqua, spezzando il silenzio della notte.






