IL MISTERO DEL VOLO DEL 1998
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IL MISTERO DEL VOLO DEL 1998

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PARTE 3: IL RITORNO A TRASTEVERE TRA VICOLI E FANTASMI

Il taxi mi lasciò all'imbocco di un vicolo stretto e acciottolato, dove la luce fioca dei lampioni a gas disegnaba ombre lunghe e misteriose sui muri intonacati di ocra e di rosso pompeiano. Trastevere a quell'ora della notte aveva l'aspetto di un palcoscenico teatrale deserto, pronto a ospitare il dramma o la rivelazione di una vita intera. Il numero civico indicato sulla lettera corrispondeva a un vecchio palazzo nobiliare, la cui facciata scrostata raccontava secoli di storia e di decadenza aristocratica.

Mi avvicinai al portone di legno massiccio, borchiato di ferro battuto, con il respiro corto e le mani leggermente tremanti. Sulla parete laterale, una targa in ottone quasi illeggibile riportava un cognome che non sentivo pronunciare da anni, un nome che apparteneva a un ramo della mia famiglia che credevo estinto o completamente estraneo alla mia storia.

Feci per sollevare il pesante battente di ferro, ma prima che potessi toccarlo, la porta si aprì cigolando lentamente, come mossa da una mano invisibile o da un meccanismo a tempo. Rimasi immobile, trattenendo il fiato, mentre un fascio di luce calda filtrava dall'androne buio dell'edificio. Non c'era nessuno ad accogliermi sulla soglia, solo un corridoio lastricato di marmo antico che odorava di cera d'api, di libri vecchi e di un profumo inconfondibile di gelsomino notturno.

Feci un passo avanti, varcando quella soglia proibita, e il portone si richiuse alle mie spalle con un tonfo sordo che risuonò come un sigillo definitivo. Ero entrata in una dimensione fuori dal tempo, dove le regole del mondo esterno non avevano più alcun valore. Le pareti dell'androne erano adornate da grandi dipinti a olio raffiguranti antenati severi e aristocratici, i cui sguardi dipinti sembravano seguire ogni mio movimento con una curiosità quasi palpabile.

Percorsi il corridoio a piedi nudi, o meglio, con i tacchi che battevano ritmicamente sul pavimento antico, rompendo il silenzio sacrale di quel luogo. Arrivai in un ampio cortile interno, un giardino segreto racchiuso tra le mura del palazzo, al centro del quale zampillava una piccola fontana in pietra invasa dall'edera. Lì, seduta su una panca di marmo bianco, una figura immobile dava le spalle all'ingresso.

Indossava uno scialle di lana nera che le copriva le spalle e i capelli argentei raccolti in uno chignon ordinato. Il cuore mi balzò in gola. Sapevo, con ogni fibra del mio essere, chi fosse quella donna prima ancora che lei si voltasse lentamente verso di me, rivelando il profilo tagliente, gli stessi miei occhi e un sorriso malinconico che portava i segni inequivocabili del dolore e dell'attesa.

"Sei arrivata, Sofia," mormorò la donna con una voce roca ma incredibilmente dolce, che sembrava accarezzare l'aria. "Temevo che il biglietto non ti avrebbe mai raggiunta, o peggio, che avessi scelto di non credere alle tue stesse radici." Le parole mi si bloccarono in gola; volevo urlare, chiedere spiegazioni, pretendere di sapere perché fossi stata abbandonata, perché quella donna avesse scelto il silenzio per vent'anni.

Ma prima che potessi proferire verbo, lei sollevò una mano per fermarmi, indicando una vecchia sedia di fronte a sé e posando sul tavolino tra noi una scatola di legno intarsiato, chiusa da un grosso lucchetto d'argento. "Prima di giudicarmi, mia cara," disse con un sussurro che sapeva di confessione suprema, "devi sapere cosa è successo davvero quella notte del 1998, la notte in cui ho dovuto firmare la tua condanna all'esilio per salvarti da un pericolo che ancora oggi incombe su di noi."