PARTE 2: L'ECO DEL PASSATO NELLA NOTTE ROMANA
Le ombre della stanza d'albergo sembravano allungarsi minacciose mentre fissavo quel nome scritto con un'elegante calligrafia d'altri tempi. Elena Moretti. Mia madre. Colei che per tutta la mia infanzia era stata dipinta come un'ombra fredda e spietata, un fantasma che aveva preferito la fuga alla responsabilità della maternità. I miei zii e i miei nonni non avevano mai sprecato parole dolci per lei; ogni volta che il suo nome sfiorava accidentalmente le conversazioni di famiglia, calava un silenzio di tomba, denso di rancore e di un giudizio inappellabile che nessuno aveva mai osato mettere in discussione.
Eppure, quel foglio di carta, custodito per oltre due decenni nei meandri di una compagnia aerea e rispuntato magicamente in un volo notturno, raccontava una verità completamente diversa, o forse l'inizio di un labirinto da cui non avrei saputo come uscire. Mi passai le mani tra i capelli, sentendo il battito del mio cuore rimbombare nelle orecchie come un tamburo di guerra.
La lettera non conteneva solo una firma; c'era un indirizzo, un vecchio numero civico situato nel cuore di Trastevere, e una frase laconica ma straziante: "Se stai leggendo questo, significa che il tempo è giunto e che non sei più una bambina indifesa. Ti aspetto dove tutto è iniziato e dove ho dovuto lasciarti andare per salvarti." Salvare me? Da chi?
Da cosa? La mia mente correva all'impazzata, cercando di collegare i frammenti sparsi della mia vita ordinaria a questo incredibile terremoto emotivo. Fino a poche ore prima ero una semplice impiegata con una vita monotona, oppressa dai debiti e da una solitudine cronica che accettavo come un dato di fatto. Ora, improvvisamente, ogni certezza si era sgretolata come sabbia al vento.
Guardai l'orologio sul comodino: segnava le tre e mezza del mattino. La città eterna dormiva sonni tranquilli, protetta dal buio e dal silenzio, ma dentro di me divampava un incendio che nessuna acqua avrebbe potuto spegnere. Sapevo che l'indomani avrei dovuto affrontare la realtà dei miei impegni lavorativi, delle scadenze e delle chiamate di routine, ma tutto ciò mi apparve improvvisamente insignificante, privo di qualsiasi colore o sapore.
Quella lettera era un richiamo irresistibile, un'ancora gettata nel passato che mi tirava a fondo verso un abisso di verità nascoste. Estrassi il telefono dalla borsa, esitante, con il pollice sospeso sopra la rubrica. Avrei potuto chiamare mia zia Clara, colei che mi aveva cresciuta, e chiederle conto di quel biglietto del 1998, di quella prenotazione fantasma pagata quando io ero ancora una bambina in fasce.
Ma sapevo già quale sarebbe stata la sua reazione: urla, accuse, la solita litania sul tradimento di mia madre e sull'ingratitudine della mia indole ribelle. No, non potevo coinvolgerla, non ancora. Prima dovevo vedere con i miei occhi. Aprii la finestra della camera d'albergo, lasciando entrare l'aria fresca e umida della notte romana. Il profumo dell'asfalto bagnato e dei pini marittimi si mescolò all'adrenalina che ancora scorreva copiosa nelle mie vene.
Trastevere distava solo venti minuti di taxi, ma mi sembrava di trovarmi ai confini del mondo conosciuto. Presi la mia giacca, infilai la lettera nella tasca interna, stretta contro il petto come un amuleto sacro, e presi una decisione che avrebbe cambiato per sempre il corso della mia esistenza. Uscii dalla stanza in punta di piedi, per non svegliare nessuno nel corridoio deserto, e mi diressi verso l'uscita dell'hotel, pronta a varcare la soglia di un mistero che attendeva solo me per essere svelato.






