IL MISTERO DEL VOLO DEL 1998
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IL MISTERO DEL VOLO DEL 1998

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PARTE 12: L'ATTACCO AL RIFUGIO E IL SACRIFICIO FINALE

Il tonfo del telefono inghiottito dalle acque scure del Tevere echeggiò come un punto esclamativo sulla nostra nuova, pericolosa libertà. Ma la tregua durò lo spazio di un battito di ciglia. Sulla sponda opposta del fiume, poco lontano dal vecchio molo abbandonato dove avevamo trovato rifugio tra i pilastri di un ponte storico, i fari abbaglianti di due fuoristrada neri tagliarono improvvisamente il buio della notte, illuminando la nostra sagoma come in un bersaglio di tiro al piattolo.

Le portiere si spalancarono con violenza e quattro uomini armati di fucili d'assalto saltarono fuori, urlando ordini concitati e puntando le armi dritte contro di noi. Lorenzo Barone era arrivato prima di quanto avessimo calcolato; la sua rete di informatori e la disperazione per la fuga dei dati lo avevano trasformato in una bestia braccata e pronta a tutto pur di cancellare le ultime prove viventi del suo passato criminale.

"Presto, verso i pilastri del ponte!" urlò mia madre, spingendomi con un residuo di forza sovrumana mentre i primi proiettili cominciavano a fischiare sopra le nostre teste, scheggiando il cemento armato e sollevando spruzzi d'acqua fangosa tutt'intorno a noi. Ci rannicchiamimo alla base di un enorme pilastro di pietra secolare, protette parzialmente dalla struttura massiccia del ponte, mentre l'anziano tecnico che ci aveva guidate attraverso le catacombe estraeva dalla giacca una vecchia pistola arrugginita, preparandosi a rispondere al fuoco con una disperazione suicida.

"Non possiamo resistere a lungo qui," ansimò l'anziano, con il volto pallido e rigato di sudore. "Hanno chiamato i rinforzi, tra pochi minuti l'intera area sarà circondata da un cordone blindato." Il mio cuore batteva all'impazzata; avevamo vinto la battaglia digitale, inviando i file al mondo intero, ma rischiavamo di morire lì, su quella sponda fangosa, prima che la giustizia potesse fare il suo corso.

Fu in quel momento drammatico, mentre i passi dei mercenari si facevano sempre più vicini e l'aria odorava acremente di polvere da sparo, che mia madre prese una decisione che mi spezzò il cuore per sempre. Si voltò verso di me, mi prese il viso tra le mani sporche di fango, e mi stampò un bacio rapido e disperato sulla fronte. "Sofia, ascoltami bene," disse con una voce ferma, priva di ogni paura, carica solo di un immenso amore materno.

"Io ho già vissuto la mia vita all'ombra del terrore. Tu hai ancora tutto il mondo davanti. La barca che ho preparato è nascosta dietro quel pilastro, legata a una catena sommersa. C'è una chiave di sblocco nella mia tasca." Mi infilò rapidamente un piccolo anello di metallo nel palmo della mano, mentre le lacrime le rigavano le guance. "Cosa... cosa stai facendo?!" urlai, afferrandola per le braccia con terrore.

"No, mamma, non ti lascio qui! Ce ne andiamo insieme!" "Ascoltami!" tuonò lei con una forza che non le riconoscevo, spingendomi con decisione verso l'apertura posteriore del pilastro, dove una piccola imbarcazione a motore era nascosta tra le canne del fiume. "Se rimaniamo tutte e due, ci prenderanno entrambe. Io farò da esca, attirerò la loro attenzione dall'altra parte del molo.

Tu sali su quella barca e vai verso la foce, dove la polizia marittima sta già intervenendo grazie al dossier che hai appena inviato!" Prima che io potessi replicare o trattenerla ulteriormente, mia madre si alzò di scatto da dietro il riparo, impugnando la pistola scarica che aveva raccolto da terra, e iniziò a correre verso la riva opposta, urlando contro i sicari per attirare interamente su di sé i loro sguardi e i loro proiettili. "Mamma! Nooo!" fu il mio urlo disperato, soffocato dal fragore assordante di una raffica di mitra che squarciò la notte romana, mentre il suo corpo esile crollava lentamente sulla ghiaia bagnata del fiume, lasciandomi sola in un abisso di dolore incontenibile.