IL SEGRETO DELLA VALIGIA A BOLOGNA
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IL SEGRETO DELLA VALIGIA A BOLOGNA

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La luce accecante proveniva da una potente torcia alogena impugnata da uno dei sicari di Sarti. L'uomo con l'impermeabile grigio avanzò all'interno della sagrestia, la pistola impugnata con una naturalezza raccapricciante. Questa volta non c'era traccia della calma formale che aveva mostrato nella bottega di Anselmo: nei suoi occhi bruciava una rabbia repressa e un'avidità sconsiderata.

"Avete davvero creduto di poter fare i furbi con me?" disse Sarti, il tono di voce che rimbalzava contro gli archi della chiesa. "Un vecchio falegname e due pensionati che giocano ai detective. Consegnatemi quella scatola immediatamente."

Pietro strinse la valigetta di metallo al petto, facendo un passo indietro verso l'altare. "Questa valigia contiene la prova di tutti i crimini della tua famiglia, Sarti. Tuo padre ha distrutto delle vite per appropriarsi delle Fonderie Valenti. Non ti lascerò completare la sua opera."

"Mio padre è morto da vent'anni!" gridò Sarti, perdendo per la prima volta il controllo della sua maschera di freddezza. "E la società Valenti è sulla via del fallimento se non posso vendere i terreni storici a quel consorzio estero! Quel documento originale di cessione è l'unica cosa che mi separa dalla rovina finanziaria! Dammelo!"

Sarti fece un cenno al suo uomo. Il sicario si lanciò in avanti verso Pietro per strappargli la custodia.

Non riflettei. L'istinto di protezione verso mio fratello spazzò via ogni esitazione legata alla mia età. Mi scagliai di lato, travolgendo il sicario alle gambe e facendolo cadere pesantemente contro un grande candelabro di bronzo che stramazzò a terra con un rimbombo assordante.

"Lucia, prendi la valigia e corri verso la navata!" urlai disperatamente dal pavimento, mentre lottavo con il sicario che cercava di liberarsi dalla mia presa.

Lucia afferrò la valigetta di metallo dalle mani di Pietro e corse verso la porta che dava sulla navata centrale della basilica. Sarti imprecò violentemente e le sparò contro. Il colpo rimbombò nell'aula della chiesa come una bomba, frantumando una vetrata decorata a pochi centimetri da mia sorella.

Pietro afferrò un pesante crocifisso d'argento dal tavolo della sagrestia e lo scagliò contro Sarti, colpendolo alla spalla e facendogli perdere l'equilibrio per un istante. Sarti ruggì di dolore, ma reagì brutalmente, colpendo Pietro al volto con il calcio della pistola. Mio fratello cadde a terra con il viso insanguinato.

"Pietro!" urlai.

Riuscii a liberarmi dal sicario grazie alla confusione e mi slanciai verso Pietro, facendogli da scudo con il mio corpo. Sarti si raddrizzò, il volto sfigurato dalla rabbia, la canna della pistola puntata esattamente tra i miei occhi.

"È finita, Marco," sibilò Sarti, il respiro corto. "Avete tirato troppo la corda. Ora prenderò la valigia dal corpo di tua sorella."

"Sarti!" una voce potente, amplificata dall'acustica maestosa del santuario, risuonò improvvisamente dal fondo della navata centrale.

Tutti ci pietrificammo. Sarti girò lentamente la testa verso la penombra della chiesa.

Lungo la navata centrale, illuminato dalle fioche luci di cortesia del santuario, stasera avanzando un uomo alto con una divisa scura. Era un ufficiale dei Carabinieri, seguito da quattro militari armati con i mitra puntati. Al loro fianco c'era Giulio, il mio vecchio amico meccanico, che ci guardava con un'espressione di enorme sollievo.

"Abbassate le armi! Siete circondati!" ordinò l'ufficiale a voce alta.

Sarti sgranò gli occhi, incredulo. Il suo sicario sul pavimento alzò immediatamente le mani in segno di resa, rendendosi conto che la situazione era definitivamente compromessa. Ma Sarti, divorato dalla disperazione di chi vede il proprio impero crollare in un secondo, non voleva arrendersi. Guardò me, guardò la porta della navata dove Lucia si era rifugiata, e raddrizzò l'arma verso l'ufficiale dei carabinieri.

"No!" gridai.

Un colpo secco risuonò nella basilica, seguito dal suono metallico della pistola di Sarti che cadeva sul pavimento di marmo. Sarti si accasciò sulle ginocchia, colpito alla spalla da un tiratore dei carabinieri, prima di finire steso a terra, bloccato immediatamente dai militari che si scagliarono su di lui.

I carabinieri misero in sicurezza l'area nel giro di pochi secondi. Mi precipitai da Pietro, pulendogli il sangue dal viso con il mio fazzoletto di stoffa. Mio fratello aprì gli occhi, sorridendo debolmente nonostante il dolore.

Lucia ci raggiunse di corsa, stringendo ancora al petto la valigetta di metallo wrapped nella tela cerata.

"State bene? Vi prego, ditemi che state bene!" disse piangendo di gioia.

L'ufficiale dei carabinieri si avvicinò a noi, riponendo l'arma nella fondina. "Signor Marco... il vostro amico Giulio ci ha intercettato mentre eravamo di pattuglia lungo la via Saragozza, dove avevamo appena trovato il povero signor Anselmo ferito nella sua bottega."

"Anselmo!" esclamai. "È vivo?"

"È in ospedale, ferito ma fuori pericolo," rispose l'ufficiale. "Ci ha raccontato tutto quello che era successo nel pomeriggio. Quando Giulio ci ha detto che avevate preso la strada per San Luca, siamo venuti immediatamente a verificare."

Pietro si alzò a fatica con il mio aiuto. Prese la valigetta di metallo dalle mani di Lucia e mi guardò negli occhi. Con le mani ancora tremanti, aprì le serrature di metallo ossidato dalla ruggine.

All'interno della valigetta, protetto da fogli di carta oleata, c'era un plico di documenti legali ingialliti dal tempo. In cima al plico c'era una busta bianca sigillata con la cera lacca red.

Sulla busta c'era scritta la grafia inconfondibile di nostro padre Renzo:

"Per i miei figli, Marco e Pietro. Quando la verità non farà più paura."