Ci appiattammo contro il terreno bagnato, nascosti nel folto della vegetazione ai margini della strada. L'automobile con i fari fendinebbia passò lentamente davanti a noi: era una berlina scura con i vetri oscurati. Riconobbi la sagoma della vettura con cui i men della scorta di Sarti erano arrivati alla fornace. L'auto continuò la sua corsa verso Sasso Marconi, cascando in pieno nel diversivo che avevo creato.
"Se ne sono andati," mormorò Lucia con un sospiro di sollievo. "Abbiamo un po' di vantaggio."
"Non molto," risposi alzandomi a fatica e aiutando mia sorella a raddrizzarsi. "Se arrivano a Sasso Marconi e capiscono che non c'è nessun pozzo nella vecchia falegnameria, ci metteranno poco a ritornare sulle nostre tracce."
Raggiungemmo a piedi un piccolo centro abitato a un chilometro di distanza, dove fortunatamente trovammo una cabina telefonica ancora funzionante. Chiamai un vecchio amico di gioventù, Giulio, che possedeva un'officina meccanica e di cui potevo fidarmi ciecamente. Dopo mezz'ora di attesa nell'ombra di una fermata dell'autobus, la fida camionetta di Giulio comparsa tra la nebbia.
Giulio non fece troppe domande vedendoci in quelle condizioni miserevoli, coperti di fango e polvere di mattoni. Ci caricò a bordo e ci portò verso Bologna, seguendo le strade secondarie per evitare eventuali posti di blocco o le perlustrazioni degli uomini di Sarti.
Durante il tragitto verso la città, Pietro mi raccontò i dettagli della sua vita. Mi spiegò come nostro padre Renzo gli avesse insegnato il mestiere del falegname sotto falso nome, e di come gli avesse sempre raccomandato di rimanere nell'ombra finché i figli della sua "seconda vita" non fossero stati abbastanza grandi da capire. Ma la morte improvvisa di Renzo tre mesi prima aveva spezzato l'unico filo di contatto che teneva in equilibrio quel delicato castello di carte.
Arrivammo ai piedi del colle della Guardia verso l'una di notte. Bologna giaceva ai nostri piedi sotto una coltre di nubi scure, illuminata dalle fioche luci arancioni dell'illuminazione pubblica. Il portico di San Luca si snodava lungo la collina come un serpente di pietra illuminato a tratti.
Giulio ci lasciò nei pressi dell'Arco del Meloncello, la maestosa struttura che segna l'inizio della salita più ripida verso il santuario.
"Vi aspetto qui sotto," disse Giulio stringendomi la mano con forza. "Se tra due ore non siete tornati, chiamo i carabinieri, segreto o non segreto."
"Grazie, Giulio," risposi.
Io, Pietro e Lucia iniziamo la salita a piedi sotto gli archi del portico. Il rumore dei nostri passi rimbombava nel silenzio spettrale della notte. Conoscevo quel percorso a memoria, avendolo fatto centinaia di volte da ragazzo durante le passeggiate domenicali, ma mai con una responsabilità così schiacciante sulle spalle.
Pietro camminava con passo sorpresivo per la sua età, guidato da una determinazione feroce. "Renzo mi portò qui nel 1978," spiegò a bassa voce mentre salivamo gli scalini bagnati. "Lavorò al restauro del coro di legno dietro l'altare maggiore e alla base della nicchia che ospita l'icona della Madonna. Mi mostrò il punto esatto in cui aveva cavato una nicchia nella parete dietro il grande armadio delle sagrestie."
Dopo quarantacinque minuti di marcia sostenuta, raggiungemmo il piazzale del Santuario di San Luca. La maestosa chiesa barocca si ergeva imponente contro il cielo notturno, circondata dal silenzio assoluto delle colline.
La porta principale era ovviamente chiusa a chiave. Ma Pietro, dimostrando di conoscere la struttura fin nei minimi dettagli, ci guidò verso un piccolo ingresso laterale che dava sugli ambienti della sagrestia vecchia, utilizzato dai manutentori. Con l'ausilio di un cacciavite che si era fatto dare da Giulio, sforzò la serratura di una finestra bassa con una perizia che mi ricordò immediatamente i gesti di nostro padre.
Entrammo uno alla volta nel buio della sagrestia. L'aria all'interno era satura dell'odore tipico di incenso, cera spenta e legno antico. Pietro accese una piccola torcia tascabile, puntando il fascio di luce verso un imponente armadio di noce intagliato che occupava l'intera parete di fondo.
"È qui dietro," disse Pietro, avvicinandosi al mobile.
Insieme, facendo leva con tutte le nostre forze, spostammo l'armadio di qualche decina di centimetri dalla parete di mattoni. Dietro il mobile, ad altezza d'uomo, apparve una sezione di muratura leggermente diversa, segnata da una malta più recente.
Pietro prese il cacciavite e iniziò a scrostare la malta secca con gesti rapidi e precisi. Dopo pochi minuti, tre mattoni si staccarono con facilità, rivelando una cavità buia all'interno del muro.
Pietro infilò la mano nella nicchia ed ne estrasse un oggetto rettangolare avvolto in una tela cerata scura, sigillata con dello spago spesso. La seconda valigia. La valigia di metallo.
"L'abbiamo trovata," mormorò Lucia con un filo di voce, le lacrime agli occhi.
Ma proprio mentre Pietro stava per tagliare lo spago della tela cerata, una luce violentissima illuminò l'interno della sagrestia, accecandoci completamente. Il suono di un applauso lento e sarcastico rimbalzò contro le navate della chiesa deserta.
"Davvero impressionante," disse la voce di Corrado Sarti dall'ingresso della sagrestia. "Devo ammettere che per un attimo ho quasi creduto alla storia di Sasso Marconi. Ma fortunatamente ho delle spie molto efficienti ai piedi della collina."






