IL SEGRETO DELLA VALIGIA A BOLOGNA
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IL SEGRETO DELLA VALIGIA A BOLOGNA

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Spinsi il mio braccio verso il basso con tutta la forza residua dei miei settantaquattro anni, liberandomi dalla presa di Sarti. Nel medesimo istante, allungai le dita, afferrai la fotografia dal banco di noce e feci cadere a terra un pesante vaso di ceramica decorata che si frantumò in mille pezzi con un boato fragoroso.

Sarti imprecò tra i denti, raddrizzando l'arma, ma il rumore dei cocci frantumati e l'incalzare della sirena all'esterno lo fecero esitare. Anselmo, trovando un'inaspettata energia d'altri tempi, diede una spinta vigorosa a una pesante libreria a rastrelliera. Il mobile oscillò, rovesciando decine di vecchi volumi rilegati in pelle direttamente addosso all'uomo con l'impermeabile grigio.

"Scappa, Marco! Vai da tua sorella!" urlò Anselmo con quanto fiato aveva in gola, frapponendosi fisicamente tra me e l'aggressore.

Non me lo feci ripetere due volte. Con la fotografia stretta nel pugno chiuso, spalancai la porta della bottega. La campanella squillò impazzita mentre mi lanciai fuori, sotto la pioggia battente che continuava a lavare i portici di via Saragozza. L'aria fredda di Bologna mi colpì il viso come una sferzata, ma la scarica di adrenalina sciolse ogni rigidità articolare legata alla mia età. Correbbi come non facevo da decenni.

I miei passi rimbombavano sul pavimento bagnato di marmo e pietra. Dietro di me, udii chiaramente il suono secco di un colpo di pistola soffocato da un silenziatore, seguito dal tonfo sordo di qualcosa che cadeva all'interno del negozio. Un brivido di terrore mi percorse la schiena. Anselmo? L'aveva colpito? Volevo fermarmi, tornare indietro, ma il senso d'imminente pericolo per la mia stessa vita mi impose di continuare a correre.

La pioggia creava una cortina opaca tra gli archi dei portici. I passanti mi guardavano sorpresi, vedendo un vecchio con i capelli grigi al vento che correva a perdifiato senza neppure un ombrello. Svolta a destra, poi a sinistra, addentrandomi nel labirinto di vicoli che caratterizza il centro storico della città. Conoscevo Bologna come le mie tasche, la città in cui avevo studiato e camminato per decenni, ma in quel momento ogni ombra mi sembrava la sagoma di Corrado Sarti.

Mi rifugiai nell'androne buio di un palazzo signorile in via Nosadella. Mi appoggiai alla parete di mattoni a vista, col fiato corto, il cuore che minacciava di esplodere nel petto e le gambe che tremavano violentemente. Infilai la mano in tasca: la foto era stropicciata, leggermente umida d'acqua piovana, ma ancora integra.

Estrassi il telefono cellulare con le dita tremanti. Dovevo avvisare Lucia. Se Sarti era già stato da lei la settimana prima, ora che le cose erano precipitate mia sorella si trovava in un pericolo mortale. Digitai il numero di corsa.

Il telefono squillò una, due, tre volte. Nessuna risposta.

"Rispondi, Lucia, ti prego..." mormorai a bassa voce, stringendo la presa sull'apparecchio.

Al quinto squillo, la linea si aprì. Ma invece della voce agitata di mia sorella, dall'altro capo del filo giunse soltanto un fruscio metallico, seguito dal suono distinto di un respiro pesante e ritmico.

"Lucia? Sei tu?" chiesi, il tono rovinato dal panico.

"Marco..." rispose una voce maschile, profonda, grave, diversa da quella di Sarti. Non era la voce di un killer, ma quella di un uomo anziano, provato dalla vita, la cui cadenza portava una sfumatura inconfondibile dell'accento emiliano. "La tua sorella sta bene. Per ora. È qui con me."

"Chi sei? Che cosa volete da noi?" urlai nell'androne deserto del palazzo.

"Sono l'uomo che stai cercando da stamattina," disse la voce con una calma solenne. "Sono Pietro. E se vuoi vedere tua sorella viva, devi portare la foto di mio padre Renzo alla vecchia fornace abbandonata fuori Pianoro. Hai due ore di tempo. Se avvisi la polizia, Sarti ci troverà prima di te, e questa volta non ci saranno superstiti."

La linea cadde improvvisamente, lasciandomi immerso nel silenzio spettrale del pianerottolo.

Pietro era vivo. Il bambino della fotografia non era un fantasma del passato, ma un uomo in carne e ossa che teneva in pugno la vita di mia sorella Lucia. E mio padre, l'austero Renzo che ricordavo con tanta venerazione, si trovava al centro di una ragnatela di menzogne che aveva travolto le nostre vite per oltre mezzo secolo.

Mi asciugai la pioggia dal viso con il risvolto del cappotto. Dovevo raggiungere Pianoro, sulle colline a sud di Bologna. Ma mentre stavo per fare un passo verso l'uscita dell'androne, una figura scura tagliò la luce del portone. Un'ombra si allungò verso di me sul pavimento bagnato, e il rumore metallico di un'arma caricata rimbalzò contro le pareti dell'androne.