IL SEGRETO DELLA VALIGIA A BOLOGNA
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IL SEGRETO DELLA VALIGIA A BOLOGNA

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La notizia portata dal medico ci colse come una doccia fredda. Non avevamo neppure avuto il tempo di metabolizzare il ricongiungimento tra Pietro e nostra madre Adele che l'ombra della legge rischiava di distruggere la memoria di nostro padre Renzo, trasformandolo da eroe protettore in un criminale perseguibile dalla giustizia.

Uscimmo dalla stanza d'ospedale trovando ad attenderci due agenti in borghese della Procura di Bologna, accompagnati da un uomo sui cinquant'anni, vestito con un elegante abito gessato scuro: il sostituto procuratore dr. Umberto Gaddi.

"Signori," disse il procuratore con tono formale ma non privo di un certo rispetto. "Sono il dottor Gaddi. Riconosco che la vostra storia sia tragica e complessa, ma i documenti trovati all'interno della valigia di metallo che avete consegnato ai carabinieri aprono un fascicolo giudiziario gravissimo."

"Quale fascicolo?" chiesi con fermezza, facendomi avanti. "Mio padre ha salvato la vita a mio fratello Pietro! Se non fosse stato per lui, Pietro sarebbe stato eliminato dalla famiglia Sarti per questioni di eredità!"

"Questo è quello che emerge dalle lettere private e dai vostri racconti," rispose Gaddi incrociando le braccia. "Ma dal punto di vista strettamente legale, il documento d'adozione illegale redatto nel 1954 e la sottrazione del minore dalla tenuta dei Valenti costituiscono i reati di sequestro di persona e falsificazione di atti dello Stato Civile. Inoltre, c'è un atto notarile nella valigia che indica che Renzo ricevette una cospicua somma di denaro dalla famiglia Valenti tre mesi dopo la scomparsa del bambino."

"Un pagamento?" esclamò Pietro, facendosi avanti con il viso ancora segnato dalle lacrime. "Nostro padre non ha mai preso un soldo di cantiere illegale! È vissuto e morto da semplice falegname!"

"I documenti dicono il contrario, signor Pietro," continuò il procuratore estraendo una fotocopia da una cartellina marrone. "C'è una ricevuta bancaria firmata da Renzo nel dicembre 1954 per un importo di cinque milioni di lire dell'epoca. Una cifra enorme. Se questo documento è autentico, vostro padre non fu un salvatore, ma un complice pagato per far sparire l'erede e consentire la vendita della società."

"È una menzogna!" urlò Lucia dal fondo del corridoio. "Mio padre era un uomo d'onore!"

"Purtroppo la legge si basa sulle carte, non sui sentimenti," disse Gaddi. "Se non riusciamo a dimostrare l'origine di quella firma entro quarantotto ore, la Procura sarà costretta a sequestrare tutti i beni della famiglia Renzo, compresa la casa di campagna e il laboratorio, e a riaprire l'inchiesta sulla morte del conte Valenti indicando vostro padre come co-imputato postumo."

Sentii la terra mancarmi di sotto i piedi. L'eredità morale di nostro padre, l'unica cosa che ci rimaneva di lui, rischiava di essere infangata per sempre. Sarti, pur essendo stato arrestato, era riuscito attraverso i documenti archiviati nella valigia a posizionare una trappola legale a scoppio ritardato che avrebbe distrutto la nostra famiglia.

"Ci deve essere un errore," mormorai, cercando di mantenere la lucidità. "Anselmo... Anselmo sa tutto. Ha lavorato con mio padre per tutta la vita."

"Il signor Anselmo è un teste anziano e coinvolto emotivamente," rispose Gaddi. "Ci serve una prova documentale neutrale che spieghi il motivo di quella ricevuta bancaria di cinque milioni di lire."

Guardai Pietro, poi nostra madre Adele che ci osservava dalla porta aperta della stanza d'ospedale. La donna, nonostante la debolezza e l'età avanzata, fece un cenno con la mano per chiamarmi vicino a lei.

Mi avvicinai al letto, chinandomi verso il suo viso stanco.

"Marco..." mormorò Adele con voce debole ma cristallina. "Renzo non prese quei soldi per sé. Renzo non avrebbe mai toccato il denaro del male. C'è un terzo doppio fondo che nessuno ha mai cercato."

"Un terzo doppio fondo?" chiesi a bassa voce per non farmi sentire dagli agenti della Procura.

"Nella bottega di Anselmo..." spiegò mia madre stringendomi la mano. "Sotto il grande banco di noce dove Anselmo lavorava. Lì dentro Renzo nascose il registro contabile originale delle Fonderie Valenti e la ricevuta di versamento che dimostra a chi andarono realmente quei cinque milioni di lire. Andate prima che la polizia metta i sigilli alla bottega."

Mi raddrizzai immediatamente. Avevamo solo poche ore prima che la Procura sequestrasse la bottega di Anselmo in via Saragozza come scena del crimine. Se volevamo salvare la memoria di nostro padre e scagionarlo da quell'infamante accusa di venalità, dovevamo rientrare nella bottega dell'antiquario prima che fosse troppo tardi.

"Procuratore," dissi voltandomi verso Gaddi con determinazione. "Ci dia ventiquattr'ore. Vi porteremo la prova che mio padre non ha mai venduto suo figlio."

Gaddi ci fissò per un lungo istante, valutando la sincerità del mio sguardo. Poi consultò l'orologio da polso. "Avete tempo fino a domani mattina alle nove. Dopodiché il fascicolo diventerà esecutivo."

Uscimmo dall'ospedale a passo di carica. La corsa contro il tempo era appena iniziata, ma mentre ci dirigevamo verso la bottega di via Saragozza, non sapevamo che un ultimo, disperato ostacolo ci attendeva nell'ombra del vecchio laboratorio di antiquariato.