IL SEGRETO DELLA VALIGIA A BOLOGNA
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IL SEGRETO DELLA VALIGIA A BOLOGNA

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La via Saragozza era ancora parzialmente transennata dalla polizia nei pressi della bottega di Anselmo quando vi giungemmo a metà pomeriggio. Un nastro bianco e rosso delimitava l'ingresso del negozio, segnalandolo come luogo sotto indagine giudiziaria per l'aggressione della sera precedente.

I passanti sfilavano frettolosi sotto i portici, lanciando occhiate curiose alla vetrina polverosa. Io, Pietro e Lucia ci fermammo a pochi metri dall'ingresso, protetti dall'ombra di una colonna di pietra.

"C'è un piantone della polizia davanti alla porta principale," mormorò Lucia indicando un agente in divisa seduto su una sedia pieghevole all'interno del porticato. "Come facciamo ad entrare senza farci arrestare?"

Pietro osservò la struttura del palazzo con l'occhio esperto di chi conosceva l'architettura bolognese nei minimi dettagli. "I vecchi palazzi di via Saragozza sono tutti collegati sul retro attraverso i cortili interni e i condotti di aerazione delle cantine. Renzo mi portò qui negli anni '60 per fare dei lavori di falegnameria nel cortile di servizio. C'è una grata di ferro che dà sul retro del laboratorio di Anselmo."

Girammo attorno al blocco di palazzi, infilandoci in un vicolo cieco che conduceva alle stalle dismesse di un antico palazzo signorile. Raggiungemmo un piccolo cortile interno invaso dall'edera e dai detriti. In un angolo, mezza nascosta da vecchie casse di legno, c'era una grata di ferro arrugginita che chiudeva una finestrella a bocca di lupo.

Pietro si chinò, tirando fuori dalla tasca un picchetto di ferro trovato tra i detriti del cortile. Facendo leva con perizia sui cardini divorati dalla ruggine, riuscì a far saltare il blocco della grata con un sordo schiocco metallico.

"Passo prima io," disse Pietro scivolando con agilità all'interno dell'apertura stretta.

Lo seguimmo a ruota, ritrovandoci nel seminterrato della bottega di Anselmo. L'aria era stantia, satura dell'odore di legno vecchio, muffa e cera per mobili. Con la luce dello schermo dei nostri telefoni cellulari, salimmo le brevi scale di pietra che conducevano al piano terra, direttamente dietro il grande banco di noce dove il giorno prima avevo affrontato Corrado Sarti.

Il negozio era sottosopra: i libri erano ancora a terra dove Anselmo li aveva fatti cadere, e macchie di sangue asciutto segnavano il pavimento vicino all'ingresso. Il silenzio della bottega era quasi irreale, interrotto solo dal rumore sommesso del traffico che scorreva all'esterno su via Saragozza.

"Pietro, cerchiamo sotto il banco," dissi sottovoce, avvicinandomi alla struttura di noce massiccio.

Il banco dell'antiquario era un pezzo d'epoca imponente, largo oltre due metri e alto più di un metro, lavorato con fregi e intagli di stile barocco. Ci chinammo a terra, esaminando la base di legno scuro con le luci dei telefoni.

"Mamma ha parlato di un terzo doppio fondo," disse Lucia mentre cercava lungo i pannelli laterali. "Ma qui sembra tutto legno pieno."

Passai le dita lungo le scanalature intagliate della base, ricordando la tecnica di mio padre. Renzo non usava mai serrature meccaniche visibili per i suoi scomparti segreti; preferiva sfruttare l'elasticità naturale del legno e i incastri a coda di rondine.

Tastai con pressione costante il terzo intaglio da sinistra. Sentii una leggera resistenza gommosa. Premetti con più forza: un piccolo pannello laterale della base del banco scivolò verso l'interno con un clic quasi impercettibile, rivelando una cavità stretta e profonda.

Infilai la mano nella fessura. Le mie dita toccarono un quaderno rilegato in pelle nera, chiuso da un elastico consumato dal tempo. Insieme al quaderno c'era una busta di carta di riso ingiallita.

"L'ho trovato!" mormorai estraendo il materiale.

Aprii il quaderno di pelle: era il registro contabile segreto tenuto da mio padre Renzo tra il 1950 e il 1960. Ogni spesa, ogni lavoro e ogni transazione era annotata con la sua grafia precisa e minuta.

Aprii la pagina corrispondente al dicembre del 1954. C'era un'annotazione chiarissima:

"Ricevuti cinque milioni di lire dalla contessa Sarti per conto dell'orfanotrofio di San Giuseppe a Bologna. Somma interamente versata a padre Bastiano il 14 dicembre 1954 per la creazione del fondo di garanzia per gli studi dei bambini abbandonati della provincia."

Spillata alla pagina c'era la ricevuta timbrata e firmata dall'orfanotrofio di San Giuseppe, che attestava la donazione dell'intero importo firmata da Renzo in qualità di semplice intermediario esecutivo. Mio padre non aveva tenuto per sé neppure un centesimo di quel denaro: aveva usato il ricatto della famiglia Sarti per finanziare il sostentamento di centinaia di orfani della città.

"Nostro padre era un santo..." mormorò Lucia con le lacrime che le solcavano le guance.

"Ha trasformato la cupidigia dei Sarti in un atto di carità eterna," disse Pietro, gli occhi lucidi di orgoglio. "Ora il procuratore non potrà più dire nulla."

Ma proprio mentre stavamo per riporre il quaderno per guadagnare l'uscita dal retro, udii il suono della maniglia della porta principale che veniva forzata dall'esterno. La porta di legno della bottega si spalancò con violenza, e una figura scura entrò nel negozio con un'arma in pugno.

Non era la polizia. Era il secondo uomo della scorta di Sarti, sfuggito al blitz dei carabinieri della notte precedente, venuto a recuperare le ultime prove prima che la bottega venisse sigillata definitivamente.