IL SEGRETO DELLA VALIGIA A BOLOGNA
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IL SEGRETO DELLA VALIGIA A BOLOGNA

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Mi bloccai al centro dell'androne, il respiro bloccato in gola. L'ombra sulla parete si fece più nitida, rivelando la sagoma di un uomo alto. Ma quando la figura fece un passo avanti sotto la luce fioca del lampione stradale, mi resi conto che non si trattava di Corrado Sarti. Era un ragazzo giovane, non più di trent'anni, vestito con una giacca di pelle scura, con gli occhi sgranati e le mani che stringevano una piccola rivoltella con un'evidente assenza di perizia.

"Non muoverti, vecchio!" disse il ragazzo, la voce incrinata dall'inesperienza e dalla paura. "Dammi la borsa o qualunque cosa tu abbia in tasca!"

Capii immediatamente: non era un sicario di Sarti, ma un piccolo delinquentello da strada che mi aveva seguito vedendomi correre smarrito nel vicolo, credendo fossi una facile preda. In altre circostanze avrei provato terrore, ma in quel momento la rabbia e la determinazione spazzarono via ogni altra emozione.

"Ascoltami bene, ragazzo," dissi avanzando di un passo, la mia voce bassa e carica di una severità che somigliava spaventosamente a quella di mio padre Renzo. "Non ho tempo per te. Se spari questo arnese, tra tre minuti tutta la via sarà piena di polizia. E ti assicuro che ci sono uomini là fuori che ti ucciderebbero solo per avermi guardato negli occhi. Abbassa quella pistola e sparisci."

Il ragazzo oscillò, guardando la mia espressione risoluta. La sua presa sull'arma cedette, poi fece un passo indietro, si voltò e fuggì di corsa nella pioggia battente, scomparendo dietro l'angolo di via Nosadella.

Non persi un secondo di più. Uscii dall'androne e mi diressi a passo svelto verso Piazza Malpighi, dove sapevo di poter trovare un taxi. Salii a bordo di una vettura bianca, ordinando al conducente di portarmi immediatamente verso le colline di Pianoro, lungo la via Nazionale. Durante il viaggio, guardavo dal finestrino le luci della città che sfocavano nella pioggia, riflettendo sulla chiamata appena ricevuta.

Pietro era vivo. Come poteva un bambino scomparso nel 1954 essere ancora in vita e conoscere il nome di mio padre? E perché tratteneva Lucia? Se mio padre lo aveva salvato, perché Pietro parlava di Renzo come di "suo padre"? La testa mi doleva per l'accumulo di interrogativi che smentivano la mia storia personale.

Dopo circa quaranta minuti di tragitto, il taxi mi lasciò ai margini di una vecchia zona industriale abbandonata, immersa tra i calanchi e le macchie di bosco spoglio che circondano Pianoro. La pioggia si era trasformata in una fitta nebbia bagnata che avvolgeva le rovine della fornace. Grandi strutture di mattoni rossi, tetti sfondati e ciminiere mozzate si stagliavano contro il cielo cupo della sera imminente.

Pagai il tassista, che mi guardò con perplessità prima di girare l'auto e ripartire verso la pianura. Rimasi solo. Il silenzio della campagna era interrotto solo dal picchiettare costante delle gocce d'acqua sulle lamiere arrugginite e dal vento che soffiava tra le rovine.

Avanzai tra le erbacce alte e i detriti di cantiere, seguendo la sagoma della ciminiera più alta. Infilai la mano in tasca per assicurarmi che la fotografia fosse ancora lì. Il pezzo di carta ingiallita era la mia unica valuta di scambio.

"Pietro!" urlai, la mia voce dispersa nel vuoto della struttura di mattoni. "Sono Marco! Sono qui! Lascia andare mia sorella!"

Un'eco rimbalzò tra i muraglioni sbreccati. Poi, dal fondo di un grande camerone dove un tempo venivano cuociti i mattoni, vidi una fioca luce giallastra oscillare. Una lampada a carburo.

Mi incantai verso la fonte luminosa, con le scarpe che affondavano nel fango. Entrando nella struttura, l'odore di terra bagnata e ruggine si fece soffocante. Al centro della grande stanza, seduta su una sedia di legno sgangherata, c'era mia sorella Lucia. Era legata ai polsi con un corda di canapa, ma sembrava illesa. Accanto a lei, in piedi, c'era un uomo anziano, dai folti capelli bianchi e la schiena curvata dagli anni.

"Marco..." sussurrò Lucia con la voce rotta dalle lacrime quando mi vide apparire. "Mi dispiace... non volevo metterti in questo guaio."

L'uomo anziano fece un passo avanti, alzando la lanterna per illuminarmi il viso. Gli occhi di quell'uomo erano di un azzurro profondo, gli stessi occhi che avevo visto poco prima nella fotografia in bianco e nero trovata nella valigia di mio padre. Ma c'era qualcos'altro che mi congelò il sangue nelle vene: la struttura del suo mento, la linea della fronte... erano incredibilmente simili alle mie.

"Sei arrivato, Marco," disse l'uomo con voce grave. "Guardati... sei il ritratto di Renzo. Ma tu hai avuto la fortuna di crescere nella sua casa, mentre io sono stato costretto a vivere come un fantasma per settant'anni."

"Chi sei veramente?" chiesi, muovendo un passo verso di lui. "E cosa c'entra mio padre con te?"

L'uomo sorrise in modo amaro. "Tuo padre Renzo non era solo il mio salvatore, Marco. Renzo era mio padre naturale. Io sono il tuo fratello maggiore."

Un silenzio irreale calò sulla fornace. Prima che potessi assimilare la portata di quelle parole, dall'ingresso principale della fornace giunse il suono inconfondibile di passi calcolati sulla ghiaia, seguito dalla voce metallica e priva di emozioni di Corrado Sarti che risuonò alle nostre spalle.

"Che ricongiungimento toccante," disse Sarti, avanzando dall'ombra con la pistola puntata verso di noi. "Ora che la famiglia è al completo, possiamo finalmente parlare dell'eredità."