IL SEGRETO CUSTODITO NEL SILENZIO
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IL SEGRETO CUSTODITO NEL SILENZIO

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L'aria gelida della notte montana ci travolse non appena varcammo la soglia posteriore, ma non portò alcun sollievo ai nostri polmoni saturi di fumo denso. Il calore che emanava dalla casa di campagna era atroce; le travi del tetto bruciavano come torce giganti contro il cielo nero e minaccioso dell'Etna.

– "Edoardo! Edoardo!" urlava Chiara, cercando di voltarsi indietro verso l'inferno di fuoco che stava divorando l'edificio.

La trattenni con tutte le forze che mi rimanevano nelle braccia. – "Chiara, non possiamo tornare indietro! Crollerà tutto tra un secondo!"

Infatti, pochi istanti dopo, il tetto del salone cedette con un boato assordante, sollevando verso il cielo una pioggia di faville e cenere arancione. Le imposte delle finestre esplosero verso l'esterno under la pressione del calore. Non c'era più alcuna possibilità che chiunque fosse rimasto incastrato lì dentro potesse essere ancora in vita.

Chiara crollò sulle ginocchia nella neve frammista a fango, piangendo disperatamente. Per lei, Edoardo era stato un punto di riferimento, un amore complicato nato sulle ceneri di un mistero che l'aveva travolta senza pietà.

– "Dobbiamo muoverci, Chiara," le sussurrai all'orecchio, alzandola di peso mentre il vento della montagna soffiava con forza, spingendo il fumo verso di noi. "Se Giacomo è riuscito a uscire prima del crollo, o se la polizia nota l'incendio dalle pattuglie di fondo valle, dobbiamo trovarci già lontano."

Ci avviammo a piedi lungo il sentiero buio che conduceva verso la strada principale di Nicolosi. Ogni passo sulla neve ghiacciata era una fatica immane per le mie gambe di quasi settant'anni, ma l'adrenalina mi manteneva in piedi. Avevo perso la mia casa di Catania a causa dell'ipoteca di Corrado, la nostra casa di campagna stava bruciando alle nostre spalle, e la memoria di mia moglie Elvira era ancora macchiata da accuse di complicità in un omicidio. Non potevo permettermi di cedere adesso.

Dopo venti minuti di cammino nel buio, raggiungemmo la strada asfaltata. La nostra vecchia Alfa Romeo era ancora parcheggiata dove l'avevamo lasciata vicino alla cava, con il tettuccio rullato ma con il motore intatto.

Salimmo in macchina. Le mie dita congelate faticavano a girare la chiave d'avviamento. Il motore tossì due volte prima di aprirsi in un rombo salvifico. Accesi il riscaldamento al massimo, mentre Chiara si rannicchiava sul sedile del passeggero, fissando il vuoto con occhi vitrei.

– "Dove andiamo adesso, papà?" chiese con la voce ridotta a un sussurro roco.

– "A Catania. Dobbiamo essere davanti alla sede centrale della Banca di Sicilia prima che aprano gli sportelli domattina."

– "Ma è notte fonda... mancano ancora quattro ore all'apertura."

– "Aspetteremo in macchina. La chiave d'ottone che tua madre ha lasciato è l'unica arma che ci rimane. Se Corrado o chi per lui ha amici all'interno della banca o tra le forze dell'ordine, quella cassetta potrebbe sparire entro poche ore."

Mentre scendevamo lentamente i tornanti verso la città, le luci dei soccorsi – vigili del fuoco e carabinieri – sfrecciarono nella direzione opposta con le sirene spiegate, diretti verso l'incendio della casa di campagna. Abbassai il viso per non farmi notare dalle pattuglie. Se ci avessero fermato ora, saremmo finiti in centrale per interrogatori interminabili, perdendo l'unica opportunità di aprire la cassetta di sicurezza.

Arrivammo a Catania verso le quattro del mattino. La città dormiva sotto una pioggia leggera e persistente. Parcheggiai l'auto in un vicolo cieco vicino a Piazza Verga, a duecento metri dalla maestosa facciata in pietra della Banca di Sicilia.

Mi voltai verso il sedile posteriore per prendere una coperta che tenevo sempre nel bagagliaio, ma le mie dita toccarono qualcosa sul tappetino. Un oggetto di metallo che era scivolato dalla tasca di Edoardo quando era salito in macchina prima dell'inseguimento.

Lo raccolsi e lo portai alla luce del lampione.

Era un taccuino di cuoio nero, chiuso da un elastico. Sulla prima pagina c'era la firma di Edoardo, ma dentro non c'erano appunti di lavoro legali. C'erano date, nomi e cifre. E soprattutto, c'era una trascrizione dettagliata delle conversazioni che Edoardo aveva avuto con suo fratello Giacomo e con Corrado negli ultimi sei mesi.

Sfogliando le pagine ingiallite sotto la fioca luce del cruscotto, il mio cuore saltò un battito. Una delle ultime annotazioni, datata appena tre giorni prima, riportava una frase che stravolgeva completamente tutto ciò che pensavamo di sapere:

"Corrado non è l'unico ad avere una copia del falso ordine di riparazione. Esiste un terzo socio originale che vive ancora a Catania. Il suo nome è stampato sui verbali secretati del 1994: è il procuratore capo che gestì l'inchiesta sull'incidente."

Mi gelò il sangue nelle vene. Il sistema che aveva strangolato la mia famiglia per trent'anni non era composto solo da delinquenti da strada o ricattatori improvvisati, ma si estendeva fino ai vertici della giustizia cittadina.

In quel momento, dal buio del vicolo, una figura alta si avvicinò alla portiera dell'Alfa Romeo, bussando con un blocco di metallo contro il vetro del mio finestrino.