Il cancello di ferro battuto della Banca di Sicilia si aprì con un pesante stridore metallico alle otto in punto. L'aria all'interno dell'atrio centrale era fredda e sgradevole, impregnata dell'odore di cera per pavimenti e carta stantia. I marmi policromi delle pareti riflettevano la luce artificiale dei lunghi neon, creando un'atmosfera solenne e quasi cimiteriale.
L'ispettore Bellini camminava al mio fianco, tenendo la mano destra infilata nella giacca, posata sulla fondina della sua pistola d'ordinanza. Due agenti in borghese ci seguivano a breve distanza, fingendosi clienti in attesa. Chiara era stata sistemata nell'auto civetta dietro la piazza, protetta da altri due poliziotti armati.
– "Manteniamo la calma," mormorò Bellini mentre ci avvicinavamo allo sportello del direttore delle cassette di sicurezza. "Il direttore è stato avvisato venti minuti fa. sa che si tratta di un'operazione di polizia giudiziaria riservata."
Un uomo alto, calvo, con occhiali dalla montatura dorata ci accolse dietro un riparo di vetro blindato. Riconobbe subito l'ispettore e ci fece segno di seguirlo attraverso una porta di acciaio a combinazione elettronica che conduceva ai piani sotterranei.
Scendemmo una scalinata a chiocciola di marmo bianco fino al caveau inferiore. Qui l'aria si faceva ancora più densa e sigillata. Le pareti erano interamente ricoperte da centinaia di piccole porte d'acciaio lucido, ciascuna contrassegnata da un numero inciso in nero.
– "Cassetta numero 412," disse il direttore consultando un registro cartaceo con dita visibilmente nervose. "Appartiene alla signora Elvira Neri in Vittorio. La chiaveマスター (padrona) è già inserita nella serratura della cassaforte centrale."
Ci avvicinammo al riquadro d'acciaio recante il numero 412. Estrassi dalla tasca la piccola chiave d'ottone recuperata dalla casa di campagna. Le mie mani tremavano a tal punto che impiegai tre tentativi prima di riuscire a infilare la chiave nella feritoia.
Girai la chiave verso destra. Un doppio scatto secco e metallico echeggiò nel silenzio tombale del caveau.
Il direttore tirò indietro lo sportello d'acciaio, rivelando una cassetta metallica allungata. Con le mani che mi tremavano ancora di più, la estrassi e la posai sul tavolo di legno situato al centro della stanza.
– "Aprila, Vittorio," disse delicatamente Bellini.
Sollevai il coperchio di metallo. Dentro c'era una cartellina rigida di colore rosso legato con un nastro di stoffa. Ma accanto alla cartellina giaceva un piccolo dispositivo USB di ultima generazione e una busta da lettera sigillata rivolta direttamente a me. Sulla busta c'era scritto con la grafia inconfondibile di mia moglie: "Per Vittorio, quando la tempesta sarà passata."
Prima che potessi toccare la busta, la porta d'acciaio del caveau alle nostre spalle si chiuse con un tonfo devastante.
Il rumore dei catenacci elettronici che scattavano in sequenza ci fece sobbalzare. I neon del soffitto sfarfallarono tre volte prima di spegnersi del tutto, immergendo il caveau in un buio pesto, interrotto soltanto dalle luci rosse d'emergenza a batteria.
– "Che diavolo succede?" esclamò Bellini estraendo immediatamente la pistola e accendendo la torcia tattica.
Il direttore della banca giaceva a terra vicino alla porta, svenuto, colpito alla nuca con un corpo contundente.
Dall'angolo più buio del caveau, dietro una fila di armadi di sicurezza dismessi, emerse una figura alta, avvolta in un vestito scuro di taglio sartoriale. Non era Corrado. Non era un delinquente di strada.
L'uomo portava occhiali da vista sottili e aveva un'espressione di assoluto disprezzo stampata sul viso rugoso. In mano teneva una pistola munita di silenziatore.
– "Complimenti, ispettore Bellini," disse l'uomo con una voce calma, priva di tremori. "Sei riuscito a trovare la cassetta. Peccato che tu non possa mai portarla fuori da questo edificio."
Bellini puntò la sua torcia e la pistola contro il nuovo arrivato. – "Procuratore Di Stefano... sapevo che eri marcio, ma non pensavo che arrivassi a sporcarti le mani personalmente."
Il Procuratore Capo della città accennò un sorriso freddo. – "Quando si tratta di evitare la prigione a vita e la distruzione della propria reputazione, ispettore, ci si sporca le mani molto volentieri."






