Il metallo della pistola brillò per un istante sotto la luce fioca del corridoio. Vedere un'arma dentro casa mia, la casa dove per quarant'anni avevamo festeggiato natali e compleanni, mi diede una scossa di adrenalina improvvisa. La paura cedette il passo all'istinto di sopravvivenza. Mia figlia era a pochi metri da un uomo armato ed estremamente instabile.
– "Edoardo, metti via quella cosa!" sussurrai con fermezza, cercando di calibrare ogni gesto. "Se spari qui dentro, distruggi tutto. Chiara, vieni dietro di me!"
Chiara rimase immobile, pietrificata come una statua di gesso, gli occhi sgranati fissa sulla porta. I colpi ripresero, più forti, accompagnati da una voce rauca e profonda che chiamava dall'esterno:
– "Apri, Edoardo! So che sei lì dentro con il vecchio! Non facciamo scene davanti ai vicini!"
Edoardo sgranò gli occhi. "Come fa a sapere che sono qui?" borbottò tra sé. Guardò me, poi Chiara, palesemente colto di sorpresa. Non era lui a gestire completamente la situazione; era solo un tassello di una scacchiera molto più grande e perversa.
Con la mano sinistra mi feci scudo verso Chiara, spingendola lentamente verso il ripostiglio sotto le scale. Poi affrontai Edoardo.
– "Chi c'è dietro quella porta? Dimmi la verità!"
– "Un uomo che non ha nulla da perdere," rispose Edoardo con la voce incrinata. "Si chiama Corrado. Era il socio di mio padre nel 1994. È lui che ha orchestrato il ricatto contro tua moglie per vent'anni. Ma tua moglie non gli dava più soldi perché non ne aveva più. Aveva prosciugato tutti i vostri risparmi."
I conti di risparmio di Elvira... ora tutto quadrava. Le sue frequenti visite alla banca, la rinuncia ai viaggi che avevamo sempre sognato di fare per la pensione, le sue continue ansie per il denaro. Pensavo fosse parsimonia siciliana, invece era il prezzo del suo silenzio.
– "Se non apriamo, sfonderà la porta," disse Edoardo. Rimise la pistola nella fondina interna della giacca, ma tenne la mano posata sul calcio dell'arma. Avanzò verso il portone e girò la chiave nella serratura.
La porta si aprì lentamente, svelando la figura imponente di un uomo di circa settant'anni, avvolto in un impermeabile scuro fradicio di pioggia. Aveva capelli grigi tagliati corti, un viso solcato da profonde rughe e occhi piccoli e cattivi che squadrarono immediatamente l'ambiente. Era Corrado.
Entrò senza chiedere il permesso, lasciando un'impronta di fango sul tappeto d'ingresso. Chiuse la porta alle sue spalle e fissò il suo sguardo direttamente su di me.
– "Vittorio... finalmente ci incontriamo di persona," disse con un sorriso privo di denti anteriori, che gli conferiva un aspetto sinistro. "Il marito tradito e ingannato. Devo dire che Elvira ti ha protetto bene. Ha preferito farsi divorare viva dal terrore piuttosto che confessarti che la tua vita perfetta era costruita sulle fondamenta di una menzogna."
– "Cosa vuoi da noi, Corrado?" chiesi, cercando di mantenere la voce ferma nonostante il tremore delle ginocchia. "Elvira è morta. Non puoi più ricattare un cadavere."
Corrado emise una risata chioccia. – "Il cadavere è sotto terra, è vero. Ma il reato non va in prescrizione quando ci sono di mezzo omicidi e frodi assicurative. E sopratutto, la bella Chiara ha appena rilevato lo studio d'architettura più prestigioso di Catania. Sarebbe un peccato se uscissero carte che dimostrano come lo studio sia stato finanziato con i soldi sporchi dell'incidente del 1994."
Chiara fece un passo avanti, la voce tremante di rabbia: – "Non è vero! Io ho studiato, ho lavorato duro! La mamma non mi ha dato quei soldi!"
– "Davvero, ragazzina?" Corrado tirò fuori dalla tasca dell'impermeabile una busta di plastica trasparente contenente un blocco di assegni ingialliti e diversi documenti notarili. "Tua madre ha firmato questi documenti tre mesi prima di morire. Ha ipotecato questa stessa casa dove vi trovate adesso. Vittorio, tu credi di essere proprietario di questo immobile? Sei solo un inquilino a tua insaputa."
Il mondo sembrò crollarmi addosso per la seconda volta. La nostra casa... il rifugio di una vita.
– "Cosa vuoi per sparire definitivamente dalla vita di mia figlia?" chiesi, sentendo le mie forze fisiche abbandonarmi.
– "Voglio i codici di accesso alla cassetta di sicurezza che Elvira ha aperto presso la Banca di Sicilia due settimane prima di morire," disse Corrado, abbassando la voce. "So che ti ha lasciato una chiave o una sequenza di numeri. C'è qualcosa lì dentro che appartiene a me e al padre di Edoardo. Un documento che vale molto più del denaro."
Guardai Edoardo. L'avvocato sembrava sorpreso da questa rivelazione.
– "Di che documento stai parlando, Corrado?" chiese Edoardo, afferrando il braccio del vecchio. "Mi avevi detto che cercavamo solo il denaro estorto!"
Corrado scrollò il braccio con violenza, liberandosi dalla presa. – "Non essere ingenuo, ragazzino! Tuo padre non era un santo, e nemmeno tua madre! La cassetta contiene il testamento originale della famiglia Santoro e le prove di chi ha veramente manomesso i freni dell'auto nel 1994!"
Un silenzio glaciale calò nella stanza.
– "I freni?" mormorò Edoardo, impallidendo. "L'incidente... non è stato un errore di guida?"
– "Tua madre Elvira non ha sterzato per sbaglio, Vittorio," disse Corrado voltandosi verso di me con uno sguardo pieno di odio. "I freni erano stati tagliati prima che l'auto partisse. E la firma sull'ordine di riparazione dell'officina... era la tua."
L'accusa cadde come una condanna a morte. Io non avevo mai visto quell'auto. Non avevo mai messo piede in un'officina nel 1994. Qualcuno mi aveva incastrato trent'anni prima, e l'ombra di quell'inganno stendeva la sua mano mortale sul presente.
Prima che potessi rispondere, le luci della casa si spensero improvvisamente, immergendo tutto nel buio più assoluto.






