La voce all'altro capo del telefono interruppe la comunicazione con un fischio stridulo, lasciandomi immerso nel vuoto assordante della mia casa. Il mio cuore martellava contro le costole come un uccello in gabbia. "Se ci tieni alla vita di tua figlia Chiara..." Le parole risuonavano nel corridoio buio, sovrapponendosi all'odore acre di pioggia che penetrava dagli infissi consumati. Impietrito, fissavo il cellulare mentre uno strato di sudore freddo mi bagnava la fronte. Elvira, mia moglie, la donna delicata che preparava la spremuta d'arancia ogni mattina, che curava le bouganville sul terrazzo con mani amorevoli, era impigliata in un incubo d'acciaio. E mia figlia, la mia dolce Chiara, ne era irrimediabilmente coinvolta.
Senza perdere un solo istante, cercai il numero di Chiara nell'elenco. Le mie dita scivolavano sul vetro dello schermo. Rispose al terzo squillo, la sua voce giungeva trafelata, accompagnata dal rumore indistinto di tastiere e carte riordinate in fretta nel suo studio d'architettura nel centro di Catania.
– "Papà? Tutto bene? Ti sento ansimare. Succede qualcosa?"
Trattenni il fiato, sforzandomi di mantenere un tono normale. Non potevo tradirmi, non al telefono, non dopo quella minaccia così diretta.
– "Chiara... volevo solo sentire la tua voce. Sei... sei al sicuro in ufficio?"
Ci fu un secondo di pausa dall'altra parte. Un silenzio innaturale, pesante, lo stesso silenzio che aveva preceduto la frase dello sconosciuto.
– "Certo che sono al sicuro, papà. Dove altro dovrei essere? Stai prendendo le medicine per la pressione?"
– "Sì, sì... ascolta, puoi venire da me stasera? Ho cucinato quella minestra di verdure che piaceva a tua madre. Vorrei parlarti."
– "Papà, stasera ho molto lavoro... e poi c'è Edoardo che deve passare da me..." La sua voce vacillò leggermente sulla parola "Edoardo", un’esitazione impercettibile per chiunque altro, ma non per un padre che la osservava crescere da trent'anni. Edoardo, il suo fidanzato, un promettente avvocato penalista con uno sguardo troppo ambizioso per i miei gusti.
– "Ti prego, Chiara. Ho bisogno di vederti."
Ammorbidì il tono. – "Va bene, papà. Passo verso le otto. Ma solo per un'ora."
Appesi. Guardai il foglietto di carta con la scritta "IL RICATTO". Il prefisso apparteneva alla zona industriale di Catania, un reticolato di capannoni dismessi e stradoni asfaltati di fresco vicino al porto commerciale. Chi si nascondeva dietro quel numero? E perché Elvira aveva annotato quella cifra precisa – trentamila euro – a margine del foglietto, una somma che non era mai scomparsa dai nostri conti correnti ufficiali?
Mentre attendevo l'arrivo di mia figlia, decisi di esplorare la soffitta. Non entravo in quel locale da oltre tre anni, da quando le gambe avevano iniziato a dolermi nelle sere d'inverno. Salii le scale di legno scricchiolanti con la torcia del telefono puntata in avanti. L'aria era densa di polvere, muffa e ricordi accatastati. Tra vecchi bauli di cartone e valigie di cuoio consumato, scovai una scatola di metallo blu che Elvira custodiva gelosamente, dicendo che conteneva le lettere d'amore di sua madre.
La serratura della scatola era fragile. Usai un vecchio cacciavite per forzarla. Dentro non c'erano lettere romantiche. C'erano ritagli di giornale datati al 1994, trentadue anni fa. Titoli a scatola nera che parlavano di un tragico incidente stradale avvenuto lungo la statale per Siracusa. Un'auto volata giù da un viadotto durante una notte di temporale. Un morto: un giovane imprenditore locale di nome Marco Santoro. E un sopravvissuto, fuggito nella notte senza prestare soccorso.
Tra i ritagli c'era un libretto di risparmio bancario ormai estinto, intestato a mia moglie, con una serie di depositi in contanti effettuati con cadenza mensile per quasi dieci anni. Depositi ingenti, del tutto sproporzionati rispetto allo stipendio da insegnante che Elvira percepiva a quel tempo.
Un brivido mi percorse la schiena. Il 1994 era l'anno in cui io mi trovavo a Milano per un corso di specializzazione durato sei mesi. Elvira era rimasta sola a Catania, Incinta di pochi mesi di Chiara.
Sotto i ritagli di giornale, posata sul fondo del cofanetto, giaceva una fotografia polaroid sbiadita dal tempo. Ritraeva mia moglie Elvira, giovane e sorridente, accanto a un uomo snello con una cicatrice profonda sulla guancia sinistra. Sul retro della foto, una scrittura tremula riportava una frase incisa a penna: "La verità ci ucciderà tutti, ma il silenzio ci terrà vivi."
Un rumore di passi al piano di sotto mi fece sobbalzare. Il portone d'ingresso si aprì con un cigolio familiare.
– "Papà? Sei di sopra?" era la voce di Chiara.
Chiusi di scatto la scatola di metallo, la nascosi sotto una pila di coperte ed scesi le scale il più velocemente possibile. Quando arrivai in corridoio, Chiara era lì, con il cappotto ancora bagnato di pioggia. Ma non era sola. Accanto a lei c'era Edoardo.
L'avvocato mi sorrise con una freddezza che mi fece raggelare il sangue. Notai subito un dettaglio che prima mi era sempre sfuggito, o che forse non avevo mai voluto vedere davvero: sulla guancia sinistra di Edoardo, appena sotto lo zigomo, c'era una sottile linea bianca. Una vecchia cicatrice.
– "Buonasera, Vittorio," disse Edoardo muovendo un passo verso di me e mettendo una mano sulla spalla di Chiara. "Chiara mi ha detto che ti senti poco bene. Siamo venuti ad assicurarci che tu non faccia sciocchezze."






