IL SEGRETO CUSTODITO NEL SILENZIO
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IL SEGRETO CUSTODITO NEL SILENZIO

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I fari dell'auto dietro di noi tagliarono il buio della notte come lame di luce fredda. La pioggia si faceva sempre più fitta, trasformandosi quasi in nevischio man mano che l'Alfa Romeo saliva verso l'altitudine di Nicolosi. La strada era uno stretto nastro di asfalto nero consumato, circondato da antiche colate laviche che sembravano mostri di pietra addormentati.

– "Chiara, accelera!" ordinò Edoardo dal sedile posteriore, premendo la pistola con più forza contro il mio costato.

– "Edoardo, c'è il ghiaccio sull'asfalto! Se vado più veloce usciamo di strada!" urlò mia figlia, la voce rotta dal pianto mentre lottava con il volante.

– "Ho detto di accelerare! Ci stanno seguendo!"

Guardai attentamente lo specchietto retrovisore esterno. L'auto dietro di noi era un fuoristrada scuro, privo di targa anteriore visibile. Chiunque ci fosse alla guida, conosceva la strada dell'Etna molto meglio di noi. Continuava a rimanere ad appena dieci metri dal nostro paraurti, senza tentare il sorpasso, come se stesse aspettando il momento opportuno per spingerci fuori strada.

– "Chi credi che sia?" chiesi a Edoardo, cercando di mantenere la calma. "Se Corrado è svenuto nel nostro corridoio, chi è quella gente?"

– "Non lo so!" ringhiò l'avvocato, la voce tradita da una sottile incrinatura di panico. "Corrado non lavorava da solo. Mi ha mentito! Mi ha detto che eravamo solo noi due a gestire la storia del testamento!"

La verità appariva sempre più complessa e tragica. Edoardo, accecato dal desiderio di vendetta per la morte del padre, si era fidato di serpenti pronti a divorare anche lui.

– "Chiara, ascoltami," dissi a mia figlia con voce bassa e scandita. "Tra cinquecento metri c'è il bivio per la vecchia cava di pietra lavica. È una strada cieca, ma c'è una sbarra di ferro. Se riesci a superarla, loro rimarranno bloccati."

– "Non fare il furbo, vecchio!" minacciò Edoardo.

– "Vuoi farti ammazzare da chiunque ci sia su quel fuoristrada, Edoardo?" lo affrontai guardandolo negli occhi nel buio dell'abitacolo. "Se ci prendono prima di arrivare alla casa di campagna, non saprai mai la verità su tuo padre!"

Edoardo esitò per un istante, sgranando gli occhi. Poi serrò la mascella. – "Fallo, Chiara. Prendi quella deviazione."

Chiara scalò la marcia. Il motore dell'Alfa Romeo ruggì mentre la macchina scartò improvvisamente sulla destra, imboccando uno sterrato di ghiaia e fango scuro. Il fuoristrada alle nostre spalle reagì con un secondo di ritardo, sbandando vistosamente prima di lanciarsi al nostro inseguimento lungo il sentiero buio.

I sassi rimbalzavano con violenza contro la scocca dell'auto. La sbarra della cava comparve all'improvviso dal buio, arrugginita e sollevata solo a metà.

– "Abbassati!" urlai.

Chiara passò sotto la sbarra per un millimetro, grattando il tettuccio dell'auto con un stridore metallico insopportabile. Dietro di noi, il fuoristrada non riuscì a frenare in tempo: l'impatto contro la struttura di ferro fu devastante, un boato di lamiere contorte ed esplosione di cristalli che risuonò nella notte solitaria della montagna.

– "Fermati qui!" gridò Edoardo.

Chiara tirò il freno a mano. L'auto si arrestò a pochi metri dall'ingresso della cava abbandonata.

Tutti e tre ci girammo a guardare indietro. Il fuoristrada era incastrato sotto la sbarra di ferro, il cofano fumante. Ma dalla portiera del guidatore uscì una figura alta, vestita con una tuta da lavoro scura e un casco da motociclista che ne celava completamente il volto. L'uomo estratse un oggetto dalla cintola: non una pistola, ma una torcia tattica e una sbarra di ferro.

– "Fuori dall'auto! Ora!" ordinò Edoardo, aprendo la portiera e trascinandomi all'esterno.

Chiara uscì dal lato guidatore, correndo verso di me. L'aria dell'Etna era gelida, impregnata dell'odore di zolfo e pino bruciato. La pioggia si era trasformata in una neve sottile e pungente che penetrava nei vestiti.

– "La casa di campagna è a duecento metri da qui, attraverso il bosco!" dissi, afferrando la mano di mia figlia.

Iniziammo a correre tra gli alberi scuri, mentre i passi pesanti dell'inseguitore risuonavano sulla ghiaia della cava. Edoardo ci seguiva da vicino, voltandosi di continuo per puntare la pistola verso le ombre.

Raggiungemmo il cancello di ferro battuto della nostra vecchia casa di campagna. La struttura era ricoperta d'edera, le imposte di legno serrate da anni. Cercai la chiave nella tasca della giacca: fortunatamente la tenevo sempre nel portachiavi di casa.

Infilai la chiave nella toppa arrugginita. La porta cedette con uno schianto. Entrammo d'impatto, ed Edoardo barricò immediatamente l'ingresso spingendo un pesante armadio di noce contro il portone.

Ci trovammo nel salone buio, avvolti dall'odore di stanzio e di legno vecchio. Chiara crollò a terra, esausta e tremante.

– "Adesso basta giochi, Vittorio," ansimò Edoardo, puntandomi la pistola al petto con entrambe le mani. "Dov'è il codice? Dov'è la cassetta di sicurezza?"

Mi avvicinai al camino in pietra lavica al centro della stanza. Sopra la cornice di legno c'era un piccolo dipinto a olio raffigurante l'Etna in eruzione, dipinto da Elvira quando eravamo giovani.

Staccai il quadro dalla parete. Dietro la tela c'era un'incavatura nella pietra.

Dentro l'incavatura non c'era un semplice foglio di carta, ma un vecchio registratore a cassette portatile e una piccola chiave d'ottone.

Edoardo si avvicinò con avidità, afferrando la chiave. Ma prima che potesse prendere il registratore, la finestra del salone esplose in mille pezzi di vetro. Una mano guantata si allungò dall'esterno, afferrando la gola di Edoardo e trascinandolo con violenza verso la tempesta.