Un grido soffocato uscì dalla gola di Edoardo mentre veniva strattonato contro la cornice del serramento infranto. Il vetro spezzato gli tagliò la guancia vicina alla cicatrice, facendo colare un fiotto di sangue caldo che gli macchiò il colletto della camicia.
– "Edoardo!" urlò Chiara, muovendosi d'istinto per aiutarlo.
La reazione dell'avvocato fu puramente dettata dal panico: alzò la mano destra e sparò un colpo di pistola verso l'oscurità oltre la finestra.
Il boato dello sparo all'interno del salone chiusa fu sordo e devastante, lasciandoci tutti con i timpani ronzanti. La presa attorno al suo collo si sciolse immediatamente. Sentimmo un corpo pesante cadere pesantemente sulla ghiaia bagnata all'esterno della casa, seguito da un gemito profondo e sommesso.
Edoardo cadde all'indietro sul pavimento di mattoni rossi, ansimando come un animale ferito. La pistola gli scivolò di mano, ruzzolando verso i miei piedi.
Senza esitare un solo istante, allungai la gamba e spinsi l'arma lontana, verso l'angolo buio sotto il tavolo da pranzo. Edoardo mi guardò con rabbia disperata, ma era troppo provato fisicamente per reagire.
– "Chiara, chiudi la imposta!" le ordinai, posizionandomi davanti a lei per fare da scudo. Mia figlia afferrò le ante di legno interne della finestra e le serrò con forza, bloccandole con il catenaccio di ferro.
Sull'abitazione calò un silenzio surreale, rotto solo dal fischio del vento tra le crepe del tetto e dal nostro respiro affannato. Edoardo si rialzò a fatica, pulendosi il sangue dal viso con la manica della giacca. I suoi occhi caddero sul piccolo registratore a cassette che avevo appoggiato sul ripiano del camino prima che scoppiasse il finimondo.
– "Metti in moto quel nastro, Vittorio," disse Edoardo con voce spezzata, priva ormai dell'arroganza di un tempo. "Mettilo in moto o giuro che strappo questa casa pezzo per pezzo."
– "Non c'è bisogno di minacciare più nessuno, Edoardo," dissi stancamente. "Siamo tutti trappola qui dentro. Se quello là fuori è ferito, non rimarrà lì a lungo. Dobbiamo capire cosa sta succedendo davvero."
Prese il registratore tra le mani tremanti. Era un modello degli anni Novanta, a batterie, perfettamente conservato. Premetti il tasto di accensione. Un piccolo LED rosso si illuminò, indicando che le batterie erano ancora cariche. Poi premetti Play.
Il fruscio della nastro magnetico riempì il salone gelato. Dopo tre secondi di silenzio imperfetto, la voce di mia moglie Elvira si diffuse nell'aria. Non era la voce impaurita o soffocata degli ultimi tempi, ma la sua vera voce: dolce, malinconica, carica di una profonda tristezza che mi trapassò l'anima.
"Se state ascoltando questo nastro, significa che io non ci sono più... e che la bugia che ho custodito per tutta la mia vita è infine crollata."
Chiara portò le mani alla bocca, trattenendo le lacrime. Mi avvicinai a lei e le strinsi la spalla.
"Vittorio, mio amato Vittorio... se queste parole stanno arrivando alle tue orecchie, ti chiedo perdono. Ti chiedo perdono per non essere stata la donna trasparente che credevi. Ti ho amato con ogni fibra del mio essere, ma il mio passato era un mostro a cui non sono mai riuscita a sfuggire."
Il nastro fece un piccolo scatto, poi la voce continuò:
"Nel 1994, quando tu eri a Milano, fui contattata da Marco Santoro. Marco non era solo un conoscitore di famiglia... era l'uomo con cui avevo avuto una relazione prima di incontrare te. Mi minacciò di raccontarti tutto, di distruggere il nostro matrimonio e di togliermi la custodia della bambina che portavo in pancia. Mi ordinò di incontrarlo lungo la statale per Siracusa."
Guardai Edoardo. Il giovane avvocato era fisso a guardare il registratore, il viso completamente privo di colore.
"Quella notte pioveva come stasera. salii sulla sua auto. Marco era ubriaco, furioso. Voleva che lasciassi te e che gli dessi i soldi che tuo padre ti aveva lasciato per aprire la nostra attività. Quando rifiutai, accelerò sconsideratamente verso il viadotto. Fu allora che capii che voleva ucciderci entrambi. Cercai di strappargli il volante dalle mani per salvarmi la vita. L'auto sbandò, urtò il guardrail e volò giù nel dirupo."
Un lungo sospiro di Elvira risuonavo sulla cassetta.
"Io sopravvissi per miracolo. Ma quando uscii dalle lamiere fumanti, trovai Corrado ad aspettarmi sulla strada. Corrado era il socio di Marco. Era stato lui a manomettere i freni dell'auto prima che partissimo, per uccidere Marco e incassare l'assicurazione sulla società. Aveva usato il nome di Vittorio per falsificare l'ordine di riparazione, in modo che se qualcosa fosse andato storto, la colpa sarebbe ricaduta su mio marito."
Edoardo lasciò andare un gemito gutturale. – "Mio padre... è stato ammazzato dal suo stesso socio..."
"Corrado mi disse che se non lo avessi pagato ogni mese, avrebbe consegnato quel documento falsificato alla polizia, facendo arrestare Vittorio per omicidio premeditato. Per trent'anni ho pagato il suo silenzio con ogni centesimo che avevo, per proteggere l'uomo che amavo e mia figlia Chiara."
La voce di Elvira si incrinò per le lacrime.
"Ma tre mesi fa, Corrado mi ha detto che non gli bastavano più i miei soldi. Voleva Chiara. Voleva costringere nostra figlia a firmare contratti di copertura per i suoi affari sporchi. Lì ho detto basta. Ho nascosto la chiave della cassetta di sicurezza della banca dietro la foto di nozze. In quella cassetta ci sono i documenti originali che dimostrano la truffa dell'assicurazione e la perizia meccanica che scagiona Vittorio."
La registrazione terminò con tre parole pronunciate a fior di labbra: "Vi amo. Perdonatemi."
Il nastro si fermò con un click definitivo. Chiara piangeva disperatamente, poggiando la testa sul mio petto. Io rimasi immobile, con le lacrime che mi rigavano il viso rugoso. Elvira non mi aveva mai tradito nel cuore. Aveva vissuto un inferno lungo trent'anni solo per proteggermi.
Improvvisamente, la porta sbarrata dall'armadio tremò sotto una spinta immane. Il legno si spaccò al centro con un boato spaventoso. Dall'apertura si intravide una figura alta, insanguinata ma ancora in piedi, con in mano una tanica di plastica.
Era l'uomo con la tuta da lavoro. E attraverso la visiera rotta del suo casco, scorsi gli occhi di un uomo che conoscevo benissimo.






