L’Eredità Segreta di Eleanor
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L’Eredità Segreta di Eleanor

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La notizia dell'evasione di Caleb cadde su di me come una tegola pesante. La sensazione di sicurezza e di vittoria che avevo faticosamente costruito negli ultimi giorni svanì in un istante, sostituita da una paralizzante angoscia. Caleb era un uomo disperato, privo di risorse legali, ferito nell'orgoglio e conscio di aver perso un patrimonio miliardario. E un uomo disperato con alle spalle mercenari prezzolati era immensamente più pericoloso di un marito manipolatore in abito da sera.

«Come ha fatto?» chiesi, la voce incrinata dalla paura mentre stringevo Victoria al petto. «Chi può avergli fornito la logistica e le armi per un attacco ad un furgone penitenziario?»

Julian stava già digitando messaggi veloci sul suo telefono, impartendo ordini d'emergenza. «La Vanguard Global Capital o i contatti svizzeri di Vanessa. Quando ho bloccato il loro tentativo di scalata ostile alla Sterling Holdings, quei fondi oscuri hanno capito che l'unico modo per mettere le mani sui beni era eliminare te prima che il fondo Von Berg venisse formalmente registrato a tuo nome a Zurigo».

«Vogliono uccidermi...» mormorai, con un brivido di gelo che mi attraversò la schiena.

«Non ti toccheranno nemmeno con un dito», disse Julian con un tono di voce così duro e perentorio da fermare i miei tremori. Mi guardò negli occhi. «Questa clinica non è più sicura. Dobbiamo spostare te e Victoria immediatamente».

«Dove?»

«Nella residenza estiva di tuo padre sulle montagne, ad Alta Marea», rispose Julian. «È una fortezza costruita negli anni novanta con sistemi di sicurezza militari, accessibile da un'unica strada privata e dotata di un eliporto. Non c'è posto più sicuro nel paese».

In meno di mezz'ora, il piano di evacuazione fu operativo. La clinica venne circondata da agenti in borghese per creare una diversione, mentre io, Victoria e un'equipe medica ristretta venimmo scortati fino al tetto della struttura, dove un elicottero privato scuro ci attendeva con le pale già in movimento.

Durante il volo sopra le cime innevate delle montagne, rimasi in silenzio a guardare il panorama che sfumava nel crepuscolo. Julian sedeva di fronte a me, con una pistola automatica riposta nella fondina sotto la giacca e lo sguardo costantemente rivolto al cielo e ai monitor di bordo.

Quando l'elicottero atterrò sul piazzale di pietra della villa di Alta Marea, la sensazione di isolamento fu totale. La residenza era un'imponente struttura di pietra e vetro incastonata su una parete rocciosa a picco sul mare e circondata da fitti boschi di pini.

I cancelli di ferro battuto si chiusero dietro di noi con un suono pesante e definitivo.

Per tre giorni, la villa diventò il nostro rifugio. Il signor Harlan e il Procuratore Marcus Vance lavoravano a distanza per tracciare i movimenti di Caleb attraverso i mandati d'arresto internazionali ed Europol. Intanto, io recuperavo lentamente le forze fisiche: le ferite si stavano rimarginando e potevo finalmente dedicarmi a Victoria senza l'incubo continuo dei cda aziendali.

Julian era sempre presente. Sebbene mantenesse un atteggiamento di massima vigilanza, nei momenti di calma la sua presenza diventava per me un'ancora di salvezza. Passavamo le sere davanti al grande camino della biblioteca, parlando dei ricordi di mio padre, di musica e dei nostri desideri per il futuro. La barriera del passato si stava sgretolando rapidamente, rivelando un'intesa profonda che andava ben oltre la semplice protezione.

La quarta notte, una violenta tempesta di neve e vento si abbatté sulle montagne. Il ruggito del vento contro le vetrate della villa era così forte da coprire qualsiasi altro suono.

Attorno alle tre del mattino, fui svegliata da un leggero scatto elettrico: tutte le luci della villa si spensero contemporaneamente, lasciando la camera da letto riempita unicamente dai bagliori rossastri del camino.

Mi misi subito a sedere nel letto, il cuore che batteva a mille. Victoria dormiva nella culla accanto al mio lettino.

La porta della camera si aprì leggermente. Sulla soglia comparve la sagoma di Julian, con una torcia tattica in mano e la pistola già impugnata.

«Eleanor, rimani dove sei», mormorò con voce bassissima. «Hanno tagliato le linee elettriche principali e i cavi del generatore ausiliario. I sensori di perimetro a nord sono stati disattivati dall'interno».

Sgranai gli occhi. «Dall'interno? Ci sono traditori tra le guardie?»

«Non lo so ancora», rispose Julian, muovendosi con la grazia di un predatore nella stanza. «Ma sono già all'interno della proprietà. Devi prendere la bambina e andare nel rifugio blindato sotto la cantina dei vini. La chiave magnetica è questa».

Mi porse una scheda dorata. Ma prima che potessi prenderla, un boato sordo e secco rimbombò dal piano inferiore della villa: il suono di una porta sfondata ed echeggiare di colpi d'arma da fuoco con silenziatore.

«Vai! Subito!» ordinò Julian, spingendomi verso la porta secondaria che conduceva alla scala di servizio.

Presi immediatamente Victoria dalla culla, avvolgendola nella sua copertina termica, e mi precipitai fuori dalla stanza nel corridoio buio. Sentivo i passi pesanti di più uomini che salivano le scale di marmo principali, accompagnati da una voce che mi fece gelare il sangue.

«Eleanor!» gridò la voce di Caleb, resa delirante e distorta dalla rabbia. «So che sei qui! Non puoi scappare da me! Questa volta non c'è tuo padre e non c'è nessun tribunale a salvarti!»

Avanzai a tentoni lungo il corridoio di servizio, scendendo i gradini di pietra che portavano ai sotterranei della villa. Le grida e i suoni della sparatoria al piano di sopra si fecero più intensi: Julian stava affrontando i mercenari da solo per darmi il tempo di mettermi in salvo.

Raggiunsi la porta blindata in fondo alla cantina dei vini. Inserii la scheda dorata nel lettore: una piccola luce verde si accese e il meccanismo d'acciaio cominciò a ruotare con un sibilo idraulico.

Stavo per varcare la soglia della stanza blindata quando una sagoma scura emerse dall'ombra dietro una fila di botti di rovere.

Una mano sporca e potente mi afferrò violentemente per i capelli, tirandomi all'indietro.

«Ti ho presa, vipera!» sibilò Caleb al mio orecchio, la canna fredda di una pistola premuta direttamente contro la mia tempia.