L’Eredità Segreta di Eleanor
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L’Eredità Segreta di Eleanor

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Il pulsante rosso venne premuto e un piccolo scoppio sordo e metallico echeggiò dal soffitto affrescato del Grand Hotel. I cavi d'acciaio principali che sostenevano l'immenso lampadario di cristallo vennero tranciati da micro-cariche esplosive piazzate con precisione militare.

La struttura di oltre due tonnellate crollò verso il basso con un ruggito devastante di vetro infranto e metallo piegato.

«Tutti giù!» la voce imperiosa di Julian fendette il caos del panico.

Julian si scagliò sul palco in una frazione di secondo, afferrandomi per la vita e spingendomi all'indietro dietro il leggio di legno massiccio e il pianoforte a coda proprio mentre il lampadario si schiantava al centro della pista da ballo. Un'esplosione di schegge di cristallo e polvere da sparo riempì l'aria, radendo al suolo i tavoli d'onore. Fortunatamente, l'allarme tempestivo che avevo lanciato dal microfono aveva spinto la maggior parte degli ospiti a gettarsi verso le uscite laterali, evitando un massacro totale, anche se ci furono diversi feriti colpiti dalle schegge.

La sala da ballo si trasformò in un inferno di fumo, grida di terrore e luci d'emergenza rosse che sfarfallavano nel buio.

«Stai bene?» ruggì Julian al mio orecchio, la sua figura che mi copriva interamente con il suo corpo. Aveva un taglio sulla spalla causato da una scheggia di vetro volante, ma la sua attenzione era totalmente concentrata su di me.

«Sto bene! Sto bene!» riuscii a dire, sputando la polvere di gesso che riempiva l'aria. «Julian, Vanessa è sulla galleria superiore!»

Julian alzò lo sguardo attraverso la nebbia di fumo. La sagoma di Vanessa era visibile mentre correva lungo il ballatoio verso le uscite di sicurezza del tetto dell'hotel.

«Harlan!» gridò Julian verso l'avvocato che si era riparato sotto un tavolo vicino al palco. «Porta Eleanor fuori da qui attraverso le cucine! C'è la scorta armata al varco est!»

«No, Julian!» lo afferrai per il bavero della giacca. «Non andare da solo! È una trappola!»

«Non scapperà di nuovo, Eleanor», mi disse Julian, fissandomi con uno sguardo che non ammetteva repliche. Mi baciò con foga sulle labbra. «Aspettami fuori. Finisco questa storia una volta per tutte».

Julian si sfilò la giacca, estrasse la sua arma di servizio dalla fondina e si precipitò su per le scale di servizio che portavano alla galleria, scomparendo nella nebbia di fumo.

«Eleanor! Dobbiamo andare ora!» la voce del signor Harlan mi trascinò fuori dalla paralisi. L'anziano avvocato mi prese per mano e mi guidò tra le macerie di cristallo verso la porta di servizio delle cucine, dove tre uomini della nostra scorta privata ci coprirono con gli scudi antiproiettile.

Uscimmo nel vicolo posteriore dell'hotel, dove la pioggia battente lavava il cemento e il suono delle sirene della polizia e delle ambulanze si faceva sempre più vicino.

Ma non potevo salire sull'auto blindata. Guardai in alto, verso il tetto dell'edificio a sette piani. Attraverso le vetrate specchiate dell'ultimo piano si vedevano le ombre di due persone che lottavano.

«Rimani qui, Eleanor!» tentò di fermarmi Harlan.

«No!» gridai, liberandomi dalla presa delle guardie.

Sfruttando la mia profonda conoscenza della struttura del Grand Hotel — una proprietà che era stata di mio padre per anni — corsi verso l'ascensore di servizio del personale situato nell'atrio posteriore. Inserii il codice passe-partout di mio padre ed entrai nell'ascensore, premendo il pulsante dell'attico.

L'ascensore salì a velocità folle mentre il mio cuore batteva un ritmo di puro terrore. Non potevo lasciare Julian da solo ad affrontare il fantasma finale del nostro passato.

Quando le porte dell'ascensore si aprirono sul tetto calpestabile dell'hotel, la violenza della tempesta mi colpì in pieno volto. Il vento forte e la pioggia gelata rendevano la superficie di cemento scivolosa e pericolosa.

A pochi metri da me, sotto il grande traliccio dell'insegna luminosa dell'hotel, Vanessa stava affrontando Julian. Ma Vanessa non era sola.

Un uomo imponente con un impermeabile nero — uno dei mercenari rimasti fedeli al padre di Vanessa — teneva Julian bloccato da dietro, mentre Vanessa impugnava una pistola puntata direttamente al petto di Julian.

Julian era ferito alla gamba, incapace di liberarsi dalla presa morsa del mercenario.

«Pensavi di essere un eroe, Rossi?» urlando Vanessa per superare il ruggito del vento e della pioggia, il rossetto bagnato che le sbavava sul viso come una maschera grottesca. «Hai distrutto la vita di Caleb! Hai distrutto mio padre! Avete preso i nostri soldi!»

«I soldi non sono mai stati vostri, Vanessa», disse Julian, la voce ferma nonostante la morsa del mercenario. «Sei solo una parassita che si è nutrita delle bugie di Caleb».

«Taci!» strillò Vanessa, facendo scattare il cane della pistola. «Quando Eleanor salirà qui e ti troverà morto con la testa spaccata sul cemento, capirà finalmente cosa si prova a perdere tutto!»

«Posa quella pistola, Vanessa!» gridai con tutta la forza dei miei polmoni, facendo un passo avanti sul tetto bagnato.

Vanessa si voltò di scatto verso di me, i suoi occhi sbarrati dal delirio. «Eleanor... la piccola principessa Sterling. Sei venuta a vedere la fine del tuo cavaliere?»

Mantenendo le mani ben visibili, avanzai lentamente verso di loro, ignorando la pioggia che mi inzuppava l'abito da sera e i capelli.

«Vanessa, è finita», dissi con voce calmo e profonda, usando la stessa fermezza che mio padre usava nelle situazioni di crisi. «La polizia ha circondato l'edificio. Se spari a Julian, non uscirai mai da questo tetto da viva».

«Non mi importa di vivere!» urlò Vanessa, con la mano che tremava vistosamente sull'arma. «Se non posso avere la vita che mi spettava, distruggerò la tua!»

Spostò la canna della pistola da Julian e la puntò direttamente contro di me.

In quel preciso istante, Julian sfruttò la distrazione di Vanessa. Con una mossa disperata di arti marziali, diede una testata all'indietro colpendo il naso del mercenario che lo teneva bloccato. Il mercenario allentò la presa urlando dal dolore.

Julian si girò e scagliò tutto il suo peso contro Vanessa, travolgendola proprio mentre lei premeva il grilletto.

Il colpo d'arma da fuoco partì verso il cielo, perso nel ruggito della tempesta.

Tutti e tre caddero rovinosamente sul cemento bagnato del tetto, vicino al bordo privo di balaustra di protezione. La pistola di Vanessa volò via, scivolando sul pavimento viscido fino a cadere nel vuoto dal bordo del palazzo.

Vanessa cercò di rialzarsi per afferrare un pezzo di metallo affilato staccatosi dal traliccio dell'insegna, ma scivolò sulla superficie bagnata dal fango e dalla pioggia.

Emise un urlo acuto mentre perdeva l'equilibrio verso il margine del tetto.

Julian allungò la mano con un riflesso sovrumano, afferrandole il polso un secondo prima che precipitasse nel vuoto per sette piani.

Vanessa rimase sospesa nel vuoto, la pioggia che le batteva sul viso terrorizzato, tenuta unicamente dalla presa salda di Julian che era sdraiato sul bordo del cemento.

«Tieniti!» ruggì Julian, con i muscoli delle braccia tesi al limite dello sforzo.

Vanessa guardò verso il basso, verso l'abisso di luci e asfalto sottostante, poi rialzò lo sguardo verso Julian e verso di me che mi ero precipitata ad aiutarlo.

Nei suoi occhi non c'era più la furia di prima, ma solo un terrore puro e primordiale.

«Aiutatemi... vi prego...» supplicò con la voce spezzata dalle lacrime.

Mi inginocchiai accanto a Julian, afferrando con entrambe le mani l'altro braccio di Vanessa. Insieme, usando ogni residuo di forza che avevamo in corpo, la tirammo su dal bordo, riportandola al sicuro sul cemento del tetto.

Vanessa si accasciò a terra, piangendo istericamente e tremando per lo shock.

Pochi secondi dopo, le porte del tetto vennero abbattute dalle squadre d'assalto della Polizia, che arrestarono il mercenario stordito e presero in custodia Vanessa senza che opponesse alcuna resistenza.

Julian si sedette contro la parete di mattone della struttura dell'ascensore, bagnato marcio e sanguinante, ma vivo.

Mi accasciai accanto a lui, abbracciandolo così stretto da non lasciare passare nemmeno l'aria tra di noi. Piansi tutte le lacrime che avevo trattenuto per mesi, il mio viso affondato nel suo collo bagnato.

Julian mi strinse a sé, baciandomi la testa con una tenerezza infinita. «È finita davvero adesso, Eleanor. Nessuno farà più del male alla nostra famiglia».