Il rientro nell'appartamento di Parma avveni nel più completo silenzio due giorni dopo. L'ingresso di casa mostrava ancora i segni del dramma vissuto: la serratura della porta blindata era stata sostituita, ma sul parquet restavano le graffiature lasciate dalle scarpe di Costa e la traccia polverosa dell'esplosione che ci avevamo portato dietro dai vestiti.
Delia camminava per le stanze come uno spettro. La donna orgogliosa e impeccabile che avevo amato per quasi mezzo secolo sembrava essere svanita nel nulla, sostituita da una figura svuotata di ogni energia. Io mi sedetti sulla poltrona del soggiorno, fissando il calendario da parete dove le croci a matita segnate da Delia sui martedì risaltavano ancora come cicatrici fresche.
— "Enzo..." disse Delia facendosi avanti con due tazze di caffè fumante, le mani che tremavano leggermente. "Non mi hai detto una parola da quando siamo tornati dall'ospedale. Ti prego... urlami contro, insultami, fa' qualcosa. Questo silenzio mi sta uccidendo."
Guardai il caffè, poi guardai lei. Il dolore della scoperta del suo tradimento con Roberto non era svanito, ma si era trasformato in un macigno sordo che pesava sul mio petto.
— "Cosa vuoi che ti dica, Delia?" risposi con voce monotona. "Vuoi che ti perdoni per avermi fatto credere per trenta nove anni che nostro figlio fosse nato morto? Vuoi che ti perdoni per avermi nascosto che Marco era il figlio del mio migliore amico? O per aver lasciato che quell'uomo crescesse nell'odio credendo che fossi un mostro?"
Delia lasciò cadere le tazze sul tavolino con un fracasso metallico, coprendosi il volto con le mani e scoppiando in un pianto diroppato.
— "Ero terrorizzata!" gridò mia moglie con la voce spezzata. "Quando Roberto morì, Moretti venne a casa nostra! Mi mostrò le foto di te mentre andavi dai suoi strozzini! Mi disse che se non gli avessi consegnato il bambino e se non avessi firmato la cessione dei diritti di paternità, avrebbe fatto uccidere te e avrebbe fatto togliere i nostri primi due figli dai servizi sociali! Ti ho salvato la vita, Enzo! Ti ho salvato!"
— "Mi hai rubato la verità!" ruggii alzandomi dalla poltrona e affrontandola a pochi centimetri dal viso. "Avremmo potuto lottare insieme! Avremmo potuto andare dalla polizia! Ma tu hai preferito vivere nella menzogna per quarant'anni, guardandomi negli occhi ogni giorno e fingendo che la nostra vita fosse perfetta! E quel terzo spazzolino nel bagno... era per lui, vero? Quando Marco ti ha contattata tre settimane fa, lo hai fatto venire qui di nascosto mentre io ero al circolo!"
— "Volevo solo rivederlo!" supplicò Delia. "Quando si è presentato alla porta tre settimane fa dicendomi che sapeva tutto, il mio cuore si è spezzato! Volevo spiegargli la verità prima che facesse del male a te! Volevo salvarvi entrambi!"
Prima che potessi rispondere, il telefono fisso della casa squillò forte sul mobiletto dell'ingresso. Il suono acuto ci fece sobbalzare entrambi. Ci guardammo negli occhi con apprensione. Nessuno chiamava a quell'ora sul fisso.
Mi avvicinai al telefono e sollevai la cornetta con mano tremante.
— "Pronto?" chiesi.
Dall'altra parte della linea ci fu un momento di silenzio, interrotto soltanto dal rumore di sottofondo di un respiratore d'ospedale e dal fischio di un monitor cardiaco.
— "Padre..." la voce di Marco era debole, affaticata, ma nitida.
— "Marco!" dissi d'istinto, sentendo una stretta al cuore. "Come stai? L'Ispettore Riva ha detto che l'operazione è andata bene."
— "Ascoltami... attentamente..." disse Marco respirando a fatica. "Non c'è... non c'è tempo. Devi... dovete uscire subito da quella casa."
— "Cosa significa? Di cosa stai parlando?" chiesi avvertendo un vuoto allo stomaco.
— "Nello studio di Moretti... quando rubai i documenti due mesi fa... non presi solo l'atto d'adozione..." spiegò Marco a scatti, fermandosi per riprendere aria. "Presi anche un taccuino di contatti... Un taccuino appartenente a un certo 'Console'... il capo della rete di Moretti. Costa lavorava per lui."
— "L'Ispettore Riva ci ha detto di stare attenti, ma la polizia sta piantonando l'ospedale..."
— "Non avete capito!" interrompette Marco con una nota di terrore puro nella voce. "Riva è arrivato al capannone... non perché vi stesse inseguendo... Riva lavora per il Console! Riva era la spia di Moretti dentro la Questura di Parma!"
Il sangue mi si gelò nelle vene. L'Ispettore Riva... l'uomo che ci aveva salvati al capannone, l'uomo che aveva sparato a Costa e che aveva preso in custodia il diario di Roberto Serra e la chiavetta USB con i conti svizzeri... era parte del sistema criminale!
— "Marco, sei sicuro di quello che dici?" chiesi con la voce che mi tremava scompigliata.
— "Sì! Ho riconosciuto il suo nome nel taccuino di Moretti mentre ero qui nel letto d'ospedale! Vi ha lasciati tornare a casa solo per fare in modo che vi trovasse tutti insieme quando i suoi uomini..."
La linea telefonica morì all'improvviso. Un suono continuo di linea interrotta risuonò nella cornetta.
— "Marco! Marco!" urlai nel ricevitore, ma non c'era più risposta.
Mi voltai di scatto verso il corridoio. Delia mi fissava con gli occhi sbarrati dal terrore.
— "Enzo... cosa succede?" chiese mia moglie.
Prima che potessi rispondere, la luce all'interno dell'appartamento si spense di colpo, facendo piombare la casa nel buio più totale. Dal pianerottolo fuori dalla porta blindata provenne un rumore metallico: il suono indistinguibile di un flessibile a batteria che stava tagliando i perni della nostra serratura nuova di zecca.






