Il caos esplose all'interno del piccolo ufficio prefabbricato. Il segnale acustico del timer risuonava come un tamburo di morte, mentre le ombre degli uomini si scontravano violentemente sotto i bagliori intermittenti delle torce cadute a terra. Marco lottava con la forza della disperazione contro lo scagnozzo di Costa, riuscendo a far partire un colpo di pistola a vuoto che rimbombò spaventosamente tra le pareti di lamiera.
— "Enzo! Scappa!" urlò Delia, cercando di tirarmi verso l'uscita del capannone.
Ma io non potevo muovermi. La vista di quel ragazzo — il figlio dell'uomo che era stato il mio miglior amico, cresciuto nell'inganno e utilizzato come carne da macello — mi bloccava le gambe. Non potevo lasciarlo morire in quel buco infetto.
— "Marco! Lascialo! Dobbiamo uscire!" gridai superando il rumore dei colpi e delle urla.
Valerio Costa, accecato dal terrore di volare in aria ma spinto dall'avidità incorreggibile, tentò un ultimo gesto disperato: allungò la mano verso l'interno della cassaforte per afferrare il plico di documenti sigillati prima di fuggire. Ma Marco, liberatosi per un secondo dalla presa dell'uomo, si scagliò direttamente su Costa, travolgendolo e facendolo cadere con violenza contro la parete di cemento.
Il cicalino aumentò ancora di frequenza: bip-bip-bip-bip! Mancavano pochissimi secondi all'esplosione.
Afferrai Delia per la vita e la spinsi letteralmente fuori dalla porta dell'ufficio, facendoci scudo dietro una colonna di sostegno in acciaio del capannone.
— "Marco! Ora!" ruggii con tutto il fiato che mi rimaneva nei polmoni.
Marco spinse via il corpo di Costa e si lanciò verso l'uscita dell'ufficio proprio mentre il secondo scagnozzo sparava due colpi di pistola alla cieca nella penombra. Una delle pallottole colpì Marco alla spalla destra. Il giovane cacciò un urlo di dolore, stramazzando al suolo sul cemento bagnato a pochi metri da noi.
— "Marco!" gridò Delia, rompendo ogni freno e correndo verso di lui nonostante il pericolo imminente.
L'esplosione avvenne un istante dopo.
Non fu un boato gigantesco come nei film, ma un'onda d'urto concentrata e devastante che divelse la parete dell'ufficio prefabbricato, proiettando frammenti di lamiera, cemento e cartacei bruciati in ogni direzione. Il calore dell'esplosione ci investì in pieno, mentre il soffitto dell'ufficio crollava rovinosamente seppellendo la cassaforte, Valerio Costa e i suoi due uomini sottostanti.
Il fumo denso e acre della polvere da sparo e del materiale plastico bruciato riempì l'aria del capannone, rendendo quasi impossibile respirare. Tossivo violentemente, con le orecchie che fischiavano per la detonazione. Cercai di rialzarmi a fatica, facendomi strada tra le macerie e il fumo.
— "Delia! Marco!" chiamai nel buio, la voce ridotta a un sibilo.
— "Sono... sono qui..." la voce di Delia proveniva da pochi metri alla mia sinistra.
Mi avvicinai bruscamente. Mia moglie era a terra, ricoperta di polvere grigia, ma incolume. Stava stringendo tra le braccia la testa di Marco, che giaceva al suolo semi-inconscio, con la manica della giacca inzuppata di sangue per la ferita da arma da fuoco.
— "Sta... sta perdendo molto sangue, Enzo," disse Delia con le lacrime che le lavavano il viso sporco di fuliggine. "Ti prego... aiutalo."
Mi inginocchiai accanto al giovane. Le sue labbra erano pallide, ma i suoi occhi scuri erano aperti e fissavano i miei con una lucidità spaventosa.
— "Perché... perché sei tornato indietro?" balbettò Marco con voce debole. "Non sono tuo figlio... Ti ho minacciato... Ho rovinato la tua vita..."
— "Sei il figlio di Roberto," risposi togliendomi la cinta di pelle dai pantaloni per stringerla attorno al suo braccio ferito come un laccio emostatico improvvisato. "E per quanto ne so, Roberto avrebbe dato la vita per me. Non ti lascerò morire qui dentro."
Mentre stringevo il nodo per fermare l'emorragia, notai qualcosa che spuntava dalla mano sinistra di Marco. Nonostante la caduta, l'esplosione e il ferimento, il ragazzo era riuscito a compiere un gesto folle: prima che la cassaforte venisse distrutta, aveva infilato la mano nella nicchia, afferrando un cassetto metallico sigillato che ora stringeva contro il petto.
— "L'ho... l'ho preso..." mormorò Marco mostrando il cassetto metallico. "I documenti... la vera storia di mio padre..."
Ma il nostro sollievo durò un secondo appena. Dalle macerie ancora fumanti dell'ufficio crollato si sentì un rumore di calcinacci smossi. Una figura insanguinata si sollevò lentamente dalle rovine come un demone sorto dall'inferno. Era Valerio Costa. Aveva il viso sfigurato dai tagli e dai detriti, l'abito strappato e la spalla sinistra completamente disarticolata, ma nella mano destra stringeva ancora saldamente la sua pistola con il silenziatore.
— "Non... non finisce così..." rantolò Costa con occhi sbarrati dalla follia, alzando l'arma e puntandola verso di noi. "I documenti... sono miei..."
Il suono secco di un colpo di pistola rimbombò di nuovo nel capannone. Ma non fu l'arma di Costa a sparare.
Costa si bloccò all'istante. Un piccolo foro circolare apparve al centro della sua fronte. L'uomo rimase immobile per un frazione di secondo, poi stramazzò in avanti sul cemento, morto prima ancora di toccare terra.
Alle sue spalle, nell'ombra dell'ingresso del capannone, emerse una nuova figura armata, seguita dai bagliori blu delle sirene della polizia che illuminavano la pioggia battente all'esterno.
— "Polizia! Gettate le armi e non muovetevi!" risuonò una voce amplificata da un megafono.
L'uomo che aveva sparato a Costa fece un passo avanti nella luce della mia torcia. Indossava un impermeabile scuro e un distintivo di metallo appeso al collo.
— "Sono l'Ispettore Riva della Squadra Mobile di Parma," disse l'uomo riponendo la pistola nella fondina. "Signor Enzo... Signora Delia... siamo arrivati appena in tempo. Ma adesso abbiamo molte cose di cui parlare."






