Il buio all'interno dell'appartamento era fitto, rotto soltanto dai fiocchi di luce dei lampioni della strada che filtravano attraverso le fessure delle tende del soggiorno. Il rumore stridente del disco del flessibile che fondeva l'acciaio della serratura blindata risuonava nel corridoio come una motosega. I perni della porta stavano cedendo a ritmo spaventoso.
— "Delia! Muoviti! Verso la cucina!" ruggii a bassa voce, afferrando mia moglie per un braccio e trascinandola nell'oscurità del corridoio.
— "Enzo, dove andiamo? Siamo al secondo piano! Non possiamo saltare dalle finestre!" piangeva Delia nel panico più completo.
— "C'è la scala antincendio sul retro del balcone della cucina! Muoviti!"
Raggiungemmo la cucina a tentoni. Il flessibile all'ingresso smise improvvisamente di suonare: un colpo di spalla violento fece spalancare la porta d'ingresso con un boato sordo. Sentimmo i passi pesanti di almeno tre uomini armati che varcavano la soglia, muovendosi con la rapidità e la disciplina di professionisti.
— "Controllate le stanze," la voce dell'Ispettore Riva risuonò nitida e glaciale nel corridoio buio della nostra casa. "Non devono uscire vivi da questo palazzo. Se il vecchio o la donna parlano con i giornalisti, crolla tutto l'asse di Milano."
Aprii con la massima cautela la portafinestra della cucina che dava sul piccolo balcone interno del cortile. Il vento gelido della notte ci investì in pieno. La vecchia scala antincendio in ferro battuto era montata sulla parete del palazzo, ma non veniva usata da decenni ed era ricoperta di ruggine e edera rampicante.
— "Scendi per prima, Delia," le ordinai all'orecchio, facendola passare oltre la balaustra. "Fai piano, non fare rumore sul ferro."
Delia iniziò a scendere i gradini di metallo, tremando per il freddo e per il terrore. Io mi voltai per seguirla, ma mentre scavalcavo la balaustra, un raggio di luce bianca di una torcia tattica illuminò la cucina alle mie spalle.
— "Sono qui! Sul balcone!" urlo uno degli uomini di Riva.
Un colpo di pistola con silenziatore infranse il vetro della portafinestra a pochi centimetri dalla mia testa, proiettando una pioggia di schegge di cristallo sul pavimento. Senza pensarci due volte, scavalcali la balaustra con uno scatto disperato, lasciandomi scivolare lungo la struttura di ferro e raggiungendo Delia sulla pianerottolo del primo piano.
— "Veloce! Veloce!" le sussurrai spingendola verso il basso.
Dall'alto si sentirono altri colpi di arma da fuoco che impattavano contro la muratura di pietra del palazzo. Gli uomini di Riva stavano uscendo sul balcone per sparare dall'alto. Raggiungemmo il cortile interno al piano terra, un'area buia e recintata piena di cassonetti della spazzatura e rami d'albero scoperti.
— "Da questa parte! Il cancello del vicolo secondario!" dissi afferrando una pala da cantiere appoggiata vicino ai cassonetti per usarla come arma d'emergenza.
Forzammo il piccolo cancello di ferro del cortile che dava su un vicolo stretto e buio del centro storico di Parma. Corremmo con tutto il fiato che avevamo in corpo, mentre il suono delle sirene della polizia in lontananza rendeva l'atmosfera ancora più surreale. Riva non aveva inviato una pattuglia ufficiale: aveva usato uomini fidati per compiere un'esecuzione privata.
Raggiungemmo la strada principale dopo cinque minuti di corsa disperata. I miei polmoni bruciavano per lo sforzo, e le gambe di Delia stavano cedendo per la fatica. Ci rifugiammo nell'androne di un palazzo antico di Via Farini, nascondendoci nell'ombra profonda sotto le volte di pietra.
— "Enzo..." rantolò Delia accasciandosi contro il muro, la mano sul petto per il dolore. "Non ce la faccio più... Lasciami qui... Vai da solo..."
— "Non diciamo sciocchezze," risposi accovacciandomi accanto a lei e tenendole le mani. "Sei mia moglie da quarantacinque anni. Abbiamo affrontato l'inferno stasera, ma non ti lascio qui."
Delia mi guardò attraverso le lacrime, e per la prima volta dopo giorni vedevo nei suoi occhi non la colpa o la vergogna, ma la donna che avevo amato con tutta l'anima da quando eravamo ragazzi.
— "Dove possiamo andare?" chiese con voce rotta. "La polizia è con loro... Riva ha i documenti... Marco è in ospedale indifeso..."
La mente mi lavorò a gran velocità. Marco era solo, ferito e piantonato in ospedale dagli uomini di Riva che lo avrebbero eliminato non appena ricevuta la notizia che eravamo scappati. Non potevamo andare alla Questura. Non potevamo andare dai vicini. C'era soltanto una persona a Parma di cui potevo ancora fidarmi in quel momento.
— "C'è un uomo," dissi a Delia con determinazione. "Il vecchio Giudice De Santis. È andato in pensione cinque anni fa, ma era il migliore amico di Roberto Serra prima che morisse. Quando Roberto fu assassinato, De Santis fu l'unico a sostenere che non si trattava di un incidente. Se c'è qualcuno in questa città che possiede ancora il potere e i contatti per fermare Riva e il Console, è lui."
— "Ma De Santis vive sulle colline di Langhirano," osservò Delia. "È a venti chilometri da qui! Come ci arriviamo senza un'auto?"
Mi sporsi leggermente dall'androne del palazzo, guardando la strada deserta. A pochi metri da noi, parcheggiata davanti a un bar chiuso, c'era la vecchia Fiat Panda del garzone del panificio che stava scaricando le ceste di pane fresco dal retro del locale. Le chiavi erano ancora inserite nel quadro dell'accensione.
Guardai Delia e accennai un sorriso amaro.
— "A settantuno anni, Delia, penso sia giunto il momento di commettere il mio primo furto d'auto."






