La pioggia dirompente aveva iniziato a cadere su Parma, battendo con violenza contro i vetri oscurati del grande SUV nero su cui ci avevano costretti a salire. Il silenzio all'interno dell'abitacolo era opprimente, interrotto soltanto dal ticchiettio ritmico dei tergicristalli e dal respiro affannato di Delia, seduta accanto a me sul sedile posteriore. Marco era posizionato davanti, sotto il controllo costante di uno degli uomini armati di Valerio Costa, mentre Costa stesso guidava con una calma inquietante lungo le strade desolate della periferia industriale.
Guardai fuori dal finestrino le luci sfuocate dei lampioni che si riflettevano sull'asfalto bagnato. Il mio cuore continuava a battere con un ritmo irregolare. In poche ore, la mia tranquilla vita da pensionato si era trasformata in un incubo d'azione e di tradimenti. Cercai la mano di Delia nell'oscurità del sedile. Mia moglie sobbalzò al contatto, ma non ritrasse i diti. Le sue mani erano fredde come il ghiaccio.
— "Enzo..." sussurrò appena, con la voce soffocata dal pianto. "Perché mi proteggi ancora? Dopo tutto quello che ti ho fatto... dopo tutte le menzogne..."
— "Non lo sto facendo per te, Delia," risposi a bassa voce, senza voltare la testa verso di lei. "Lo sto facendo per quello che eravamo. E per evitare che questa notte finisca in un massacro."
Marco si voltò leggermente dal sedile anteriore. I suoi occhi, visibili nello specchietto retrovisore, mostravano una profonda spaccatura interiore. L'uomo che era entrato in casa mia con la certezza di vendicarsi di un padre mostruoso si ritrovava ora a scoprire che la sua intera vita era stata un'illusione, un pedone mosso da poteri più grandi di lui.
— "Stai zitto, vecchio," disse Costa senza distogliere lo sguardo dalla strada. "Siamo quasi arrivati. Spero per te che la tua memoria non ti giochi brutti scherzi. Se il deposito non è quello giusto, la prima pallottola è per la signora."
Il SUV svoltò all'interno di una strada sterrata, circondata da vecchi capannoni industriali abbandonati e sterpaglie. Ci fermammo davanti a una struttura in lamiera e cemento, con le vetrate rotte e la scritta sbiadita "Costruzioni Serra & C." ormai quasi illeggibile sotto gli strati di ruggine e fango.
— "È qui," dissi indicando l'edificio. "Quando il deposito principale fu demolito, la documentazione e i macchinari dell'ufficio privato di Roberto furono trasferiti in questa vecchia sede secondaria. La cassaforte era murata nella parete dietro il quadro elettrico principale."
— "Scendete. Tutti," ordinò Costa spegnendo il motore e sbloccando le portiere.
L'aria della notte era gelida e densa di umidità. I due scagnozzi ci spingevano da tergo con le canne delle pistole piantate nelle nostre schiene, costringendoci ad avanzare verso l'ingresso sfondato del capannone. All'interno, l'oscurità era quasi totale, spezzata soltanto dai fasci di luce delle torce elettriche accese dagli uomini di Costa. Le nostre orme risuonavano sinistre sul pavimento di cemento coperto di vetri infranti e detriti.
Camminammo fino in fondo alla struttura, dove si trovava un piccolo ufficio prefabbricato che un tempo doveva essere stato la direzione dei lavori. La porta in legno marcito cedette sotto un calcio di uno degli uomini armati.
— "Dov'è?" pretese Costa, puntando la torcia verso le pareti scrostate.
Mi avvicinai a un vecchio armadio metallico arrugginito e, con l'aiuto di Marco, lo spostai di lato facendo leva con tutte le mie forze. Dietro l'armadio apparve una nicchia nel muro, coperta da una piastra di ghisa fissata con quattro bulloni.
— "È lì dentro," dissi respirando a fatica per lo sforzo fisico. "Roberto la fece installare personalmente poco prima di morire."
Costa fece un cennio a uno dei suoi uomini, che tirò fuori dalla cassetta degli attrezzi un piccolo piede di porco e iniziò a forzare la piastra di metallo. Dopo pochi minuti di stridore metallico, la protezione cedette, rivelando uno sportello di pietra e acciaio scuro con una toppa centrale sagomata.
Marco si fece avanti lentamente. Fece scivolare il ciondolo d'acciaio che aveva rubato a Delia tra le dita. La forma del ciondolo coincideva esattamente con la fessura della serratura.
— "Inseriscila, ragazzo," disse Costa tenendo la pistola spianata alla testa di Marco. "E vediamo se la fortuna di tuo padre Roberto dura ancora."
Marco guardò la serratura, poi guardò me. In quel breve istante, attraverso la penombra dell'ufficio abbandonato, scambiammo uno sguardo profondo. Non eravamo padre e figlio di sangue, ma per trenta nove anni le nostre vite erano state legate da uno stesso filo di sofferenza e di inganno. Nel suo sguardo non vedevo più l'odio dell'intruso che era entrato in casa mia, ma la disperazione di un uomo che cercava un punto d'appoggio nel caos della sua esistenza.
Marco infilò il ciondolo nella fessura e lo girò verso destra. Un click metallico secco risuonò nella stanza.
Lo sportello della cassaforte si aprì di pochi millimetri.
Costa sorrise con cupidigia, muovendosi verso lo sportello per spingere via Marco. Ma non appena la maniglia ruotò completamente, un piccolo cicalino elettronico posizionato all'interno della nicchia iniziò ad emettere un segnale acustico ad alta frequenza. Un bip ritmico e velocissimo che fece gelare il sangue a tutti i presenti.
— "Cosa cazzo è questo?" urlò Costa arretrando d'istinto.
— "Un sistema anti-effrazione a pressione..." mormorai, ricordando improvvisamente i racconti paranoici di Roberto sulla sicurezza dei suoi documenti. "Se la cassaforte viene aperta senza disattivare il sensore magnetico... fa scattare la carica d'emergenza!"
La carica d'emergenza non era un semplice dispositivo per distruggere i documenti: era una carica di esplosivo da cantiere che Roberto aveva piazzato per evitare che Moretti si impossessasse dei suoi segreti.
— "Fuori! Uscite tutti!" ruggì Costa voltandosi per fuggire.
Ma in quel momento esatto, Marco non scappò. Con uno scatto fulmineo, afferrò la pistola dell'uomo armato più vicino a sé, ingaggiando una lotta furibonda nel buio, mentre il timer della cassaforte accelerava il suo ritmo mortale.






