L'elegante hall del Grand Hotel di Parma era deserta a quell'ora del mattino. Le luci soffuse illuminavano i pavimenti di marmo lucido e gli specchi dorati, creando un contrasto stridente con la pattuglia di uomini in divisa del Nucleo Operativo dei Carabinieri che varcò la soglia a passi decisi, guidata dal Colonnello Di Stefano.
Io e Delia camminavamo subito dietro il Colonnello. Nonostante la stanchezza fisica e i vestiti ancora bagnati, mi sentivo spinto da una determinazione d'acciaio. Volevo guardare negli occhi l'uomo che per trenta nove anni era rimasto nell'ombra a tirare i fili delle nostre sofferenze.
Il portiere di notte dell'hotel sbiancò alla vista dei militari armati.
— "Colonnello... cosa succede?" balbettò il portiere.
— "La suite presidenziale. Subito," disse Di Stefano con voce che non ammetteva repliche, mostrando il decreto di perquisizione d'urgenza firmato dal Procuratore Capo della Repubblica.
Salimmo con l'ascensore fino all'ultimo piano. I Carabinieri si disposero lungo il corridoio con le armi spianate. Due militari si posizionarono ai lati della porta di legno pregiato della suite numero quattrocento uno.
Di Stefano fece un cennio con la testa. Un Carabiniere azionò il passepartout fornito dalla direzione, spalancando la porta d'ingresso con un movimento rapido.
All'interno della lussuosa stanza, un uomo sulla settantina, dai capelli grigi perfettamente pettinati e vestito con un abito sartoriale di altissima classe, stava chiudendo una valigetta di pelle sopra il letto king-size. Sul tavolo accanto c'erano due passaporti diplomatici e una chiavetta di sicurezza bancaria. Era il Senatore Amedeo Valenti.
Valenti si voltò di scatto, sgranando gli occhi per la sorpreso, ma la sua espressione di arroganza politica si ricompose in un secondo appena.
— "Cosa significa questa intromissione?" disse Valenti con tono di sdegnata autorità. "Colonnello Di Stefano, sa chi sono io? Un solo cennio telefonico al Ministero dell'Interno e lei perderà i gradi prima dell'alba!"
Di Stefano fece un passo avanti, senza scomporsi minimamente.
— "Amedeo Valenti," disse il Colonnello leggendo formalmente le contestazioni dall'ordine di custodia cautelare, "la dichiaro in arresto per concorso in omicidio volontario plurimo, associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione e riciclaggio internazionale di capitali illeciti."
Valenti ridacchiò freddamente, sistemandosi i gemelli d'oro dei polsini.
— "Menzogne. Non avete uno straccio di prova che possa reggere in un tribunale. I miei legali smonteranno questa farsa in tre minuti."
— "Le prove ci sono, Senatore," dissi facendo un passo avanti da dietro le spalle del Colonnello e mostrandomi a lui insieme a Delia.
Valenti ci fissò per qualche secondo con uno sguardo confuso, poi il suo viso si contrasse leggermente quando riconobbe le nostre figure.
— "Enzo Conti..." mormorò il Senatore con una sfumatura di disprezzo nella voce. "Il povero imprenditore fallito che non è stato capace di proteggere né la sua azienda né la sua famiglia. E tua moglie Delia... la donna che ha ceduto suo figlio per un pugno di debiti."
— "Noi siamo le persone a cui hai distrutto la vita per trenta nove anni," risposi con voce ferma e profonda, sostenendo il suo sguardo senza battere ciglio. "Ma la storia non finisce come avevi pianificato. I documenti della cassaforte di Roberto Serra sono già nelle mani della Procura Antimafia di Milano. I codici dei conti svizzeri gestiti da Moretti sono stati decifrati. E l'Ispettore Riva ha appena firmato la confessione completa che ti incastra per l'assassinio di Roberto."
Il colorito del Senatore Valenti passò da un rosa incarnato a un pallore spettrale. La sua maschera di intoccabilità politica si sbriciolò di colpo. I suoi occhi vagarono verso la valigetta sul letto, poi verso la porta, capendo che ogni via di fuga era definitivamente chiusa.
— "Roberto Serra era un ingenuo..." mormorò Valenti con la voce che perdeva per la prima volta la sua forza. "Pensava di poter cambiare il mondo con un diario e dei codici di conto... Non capiva come funziona il vero potere..."
— "Roberto era un uomo d'onore," disse Delia con una fermezza che non le avevo mai sentito usare in vita mia. "Cosa che tu non sei mai stato. E suo figlio Marco usera ogni singolo centesimo di quel fondo per ripulire il nome di suo padre e cancellare la memoria del male che hai fatto."
Di Stefano fece un cennio ai suoi uomini. Due Carabinieri si avvicinarono a Valenti, bloccandogli i polsi dietro la schiena e stringendo le manette d'acciaio. Il suono secco degli scatti metallici echeggiò nella suite come la sentenza definitiva di un tribunale divino.
— "Portatelo via," ordinò il Colonnello.
Mentre Valenti veniva scortato lungo il corridoio, il Senatore si voltò verso di me per un ultimo istante. Nei suoi occhi non c'era più arroganza, ma la consapevolezza che il suo impero di cenere e menzogne era crollato per sempre under i colpi della verità.
Guardai Delia. Mia moglie mi prese la mano, stringendola con forza. Il sole stava iniziando a sorgere all'orizzonte, filtrando attraverso le grandi vetrate del Grand Hotel e illuminando la città di Parma con una luce dorata e pulita.
— "È finita, Enzo?" chiese Delia con un filo di voce tremante.
— "La caccia è finita, Delia," risposi accarezzandole i capelli grigi. "Ma adesso dobbiamo fare la cosa più difficile di tutte: andare da Marco."






