L'INTRUSO NELL'OMBRA
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L'INTRUSO NELL'OMBRA

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Il trillo prolungato del campanello squarciò l'aria tesa della camera da letto come una lama affilata. Tutti e tre ci immobilizzammo. Marco abbassò rapidamente lo sguardo verso la pistola caduta sul pavimento, poi con un gesto fulmineo si chinò, la raccolse e la infilò nuovamente nella tasca interna del suo soprabito scuro. Il suo volto, fino a un attimo prima deformato dall'ira, si ricompose in una maschera di lucida determinazione.

— "Nessuno deve muoversi," sussurrò Marco, fissandomi con uno sguardo che non ammetteva repliche. "Enzo, se fai un solo gesto falso o se provi a chiedere aiuto, giuro su Dio che questa storia finisce nel sangue. Sii intelligente."

Delia si portò le mani alla bocca, tremando visibilmente. I suoi occhi imploravano pace, ma la situazione era ormai sfuggita a qualsiasi controllo. Il campanello suonò una seconda volta, seguito da tre colpi secchi e decisi contro il legno della porta d'ingresso.

— "Chi può essere a quest'ora?" mormorai a bassa voce, cercando di guadagnare tempo per riordinare i pensieri. La testa mi girava per il dolore alla schiena, ma la presenza di quell'arma da fuoco aveva trasformato una resa dei conti familiare in un incubo mortale.

— "Vai a vedere," mi ordinò Marco, facendomi un cennio con la testa verso il corridoio. "Io sarò proprio dietro di te, nell'ombra della porta della cucina. Se è un vicino o un postino, liquidalo in dieci secondi. Capito?"

Annuii lentamente. Cercai di ricompormi, sistemandomi il colletto della camicia stropicciata. Camminai lungo il corridoio buio, avvertendo i passi silenziosi di Marco che mi seguiva come un fantasma vendicativo. Arrivato alla porta blindata, guardai attraverso il piccolo spioncino di metallo.

La figura dall'altra parte mi fece gelare il sangue.

Non era un vicino di casa, e non era nemmeno il postino. Sul pianerottolo illuminato dalla luce al neon c'era un uomo alto, massiccio, con un taglio di capelli militare e un abito grigio scuro perfettamente stirato. L'uomo aveva una mano appoggiata con disinvoltura all'interno della giacca e lo sguardo fisso sulla serratura. Riconobbi immediatamente quel volto, anche se erano trascorsi decenni dall'ultima volta che l'avevo visto: era Valerio Costa, l'ex braccio destro ed esecutore testamentario del defunto Avvocato Moretti.

Cosa ci faceva l'uomo di fiducia di Moretti alla mia porta trentanove anni dopo?

— "Chi è?" gridò Marco con un sussurro rabbioso alle mie spalle, tenendo la mano sulla fondina nascosta.

— "È... è un uomo che lavorava per Moretti," risposi girandomi appena. "Si chiama Valerio Costa. Non so cosa voglia."

L'espressione di Marco cambiò radicalmente. La rabbia cedette il posto a una profonda inquietudine.

— "Costa..." mormorò Marco tra i denti. "Quel vecchio bastardo mi ha seguito fin qui. Non aprire!"

Ma era troppo tardi. Dall'altra parte della porta, la voce profonda e impostata di Valerio Costa risuonò chiaramente attraverso il pannello di legno:

— "So che sei lì dentro, Enzo. E so che con te c'è il giovane Marco. Non ha senso fingere che la casa sia vuota. Apri la porta prima che sia costretto a far entrare i miei uomini. Abbiamo delle questioni in sospeso che riguardano il patrimonio di Moretti e... il vero motivo per cui Marco è stato portato via trentanove anni fa."

Guardai Marco. Il suo viso era diventato di un pallore spettrale. Le sue certezze parevano vacillare di fronte alla comparsa di quell'uomo.

— "Cosa significa?" chiesi a Marco con fermezza. "Perché parla di 'vero motivo'? Cosa mi stai nascondendo anche tu?"

— "Zitto!" ringhiò Marco, ma la sua voce tradiva per la prima volta un'incertezza spaventosa. "Non ascoltarlo! È un manipolatore, ha lavorato per l'uomo che mi ha comprato!"

— "Enzo," riprese la voce di Costa da fuori, con una calma glaciale che faceva venire i brividi. "Il ragazzo pensa di essere venuto a cercare vendetta contro di te. Pensa che tu l'abbia venduto per denaro. Ma non sa che la sua intera vita è stata costruita su una gigantesca messa in scena orchestrata da sua madre e dall'Avvocato Moretti. Se apri quella porta, ti mostrerò i veri documenti. Quelli che Delia ha tentato di bruciare ieri sera."

Mi voltai di scatto verso il corridoio. Delia era apparsa al margine della penombra, appoggiata allo stipite della porta del soggiorno. Il suo volto era sfigurato da una maschera di terrore puro.

— "Enzo, no! Non aprire!" urlò mia moglie, perdendo del tutto il controllo. "Non sentire quello che ha da dire! Ti prego, caccialo via!"

Le parole di Delia confermarono il mio peggior sospetto: c'era un secondo livello di menzogne che mi era stato completamente nascosto per quasi mezzo secolo. Non ero io il mostro che aveva venduto un figlio, o almeno non ero l'unico attore di quella tragedia.

Senza esitare oltre, prima che Marco potesse fermarmi, afferrai la maniglia della porta blindata, girai la chiave nella toppa e la spalancai.

Valerio Costa rimase sulla soglia, un sorriso ambiguo e sottile stampato sulle labbra sottili. Nelle mani teneva una valigetta di pelle nera. Dietro di lui, lungo la tromba delle scale, due uomini muscolosi in abito scuro montavano la guardia nell'ombra.

— "Buonasera, Enzo. Buonasera, Marco," disse Costa facendo un passo all'interno dell'ingresso senza chiedere il permesso. "È giunto il momento di svelare il segreto che ha distrutto la famiglia dei Conti per quasi quarant'anni."

Marco estrasse la pistola e la puntò dritto al petto di Costa. "Fai un altro passo e ti ammazzo qui, Costa!"

Ma Costa non si scompose minimamente. Anzi, ridacchiò piano, appoggiando la valigetta sul mobiletto dell'ingresso, proprio accanto alle scarpe eleganti di Marco.

— "Spara pure, ragazzo," disse Costa guardandolo negli occhi con disprezzo. "Ma prima chiedi a tua madre chi è il tuo vero padre biologico. Perché non è l'uomo a cui stai puntando quella pistola... e non è nemmeno l'Avvocato Moretti."

Un silenzio di tomba calò nell'ingresso. Guardai Delia, che cadde in ginocchio sul pavimento, coprendosi il volto e scoppiando in un pianto diroppato che risuonò come una condanna a morte.