Tre settimane dopo.
La luce del sole pomeridiano illuminava la stanza d'ospedale dell'Ospedale Maggiore. Marco era seduto sul bordo del letto, vestito con un maglione di lana scuro e con il braccio destro ancora bloccato da una fascia medica rigida. Il suo viso, un tempo sfigurato dalla rabbia e dall'odio, era ora disteso, segnato soltanto da una sottile cicatrice sulla tempia e da una profonda consapevolezza interiore.
Io e Delia eravamo seduti sulle sedie accanto al letto. Sul tavolino tra di noi c'erano i documenti ufficiali notificati quella mattina stessa dalla Procura della Repubblica di Parma: il Senatore Valenti, l'Ispettore Riva e tutti gli affiliati della rete criminale di Moretti erano stati rinviati a giudizio con accuse che avrebbero garantito loro l'ergastolo. Il fondo fiduciario di Roberto Serra era stato sbloccato ed era stato trasferito interamente a nome di Marco Serra.
— "I medici dicono che potrò uscire la settimana prossima," disse Marco guardando fuori dalla finestra della stanza. "L'Ispettore della Procura mi ha confermato che la stima del patrimonio di mio padre biologico è spaventosa... Ma io non voglio quei soldi per me."
— "Cosa intendi fare, Marco?" chiese Delia a bassa voce, guardandolo con una tenerezza materna che non cercava più di nascondere.
— "Ho parlato con il Giudice De Santis ieri," spiegò Marco voltandosi verso di noi. "Creeremo una fondazione intitolata alla memoria di Roberto Serra. Servirà per finanziare l'assistenza legale alle vittime di estorsione e per ripulire i terreni inquinati dallo smaltimento illecito dei rifiuti nella provincia di Parma. È ciò che mio padre avrebbe voluto fare se fosse rimasto in vita."
Annuii con profondo rispetto. Quel ragazzo stava dimostrando una grandezza d'animo che era la prova vivente del sangue di Roberto Serra che scorreva nelle sue vene.
— "È una decisione nobile, Marco," dissi con voce ferma. "Tuo padre ne sarebbe stato orgoglioso."
Marco mi fissò a lungo in silenzio. Nei suoi occhi non c'era più alcuna traccia della rivalità o del risentimento che lo avevano spinto ad entrare in casa mia tre settimane prima.
— "Enzo..." disse Marco con la voce leggermente incrinata dalle emozioni. "Io... io voglio chiederti scusa. Quando sono entrato in casa tua con quella pistola... quando vi ho minacciati... pensavo che tu fossi il responsabile di tutto il mio dolore. Ero cieco. Ero stato avvelenato dalle bugie di Moretti."
Mi alzai dalla sedia, avvicinandomi a lui e posandogli la mano sinistra sulla spalla sana.
— "Eri una vittima, Marco," risposi guardandolo negli occhi. "Eravamo tutti vittime della stessa tela di ragno. Ma adesso quella tela è stata distrutta. Non c'è nulla da perdonare."
Delia si alzò a sua volta, avvicinandosi al letto ed estraendo dalla borsa un piccolo pacchetto avvolto in carta dorata. Lo pose delicatamente tra le mani di Marco.
— "Cos'è questo?" chiese il giovane guardando il pacchetto.
— "Apri," disse mia moglie con un sorriso dolce e un filo di lacrime agli occhi.
Marco scartò la carta con cura. All'interno c'era il piccolo ciondolo cilindrico d'acciaio che era appartenuto a Roberto Serra. Era stato riparato da un orefice del centro storico, con la catenina d'argento nuova di zecca e la superficie lucidata che brillava sotto la luce della finestra.
— "È tuo," disse Delia. "È l'unica cosa che tuo padre ti ha lasciato direttamente con il suo amore. Appartiene a te."
Marco strinse il ciondolo nel pugno, chiudendo gli occhi per un secondo mentre una singola lacrima gli solcava la guancia. Poi alzò lo sguardo verso di me e verso Delia.
— "Quando uscirò da qui..." disse Marco con un filo di voce tremante, "mi piacerebbe... mi piacerebbe venire a cena da voi. A casa vostra."
Guardai Delia, che annuì con una gioia immensa stampata sul volto.
— "La porta sarà sempre aperta per te, Marco," risposi facendogli un cennio d'intesa. "Sei il benvenuto in qualsiasi momento."
Ma mentre uscivamo dall'ospedale per tornare a casa, una domanda continuava a rimbombarmi nella testa, un ultimo tassello di quell'incredibile puzzle che non riuscivo ancora a comprendere appieno. Un dettaglio che riguardava il primissimo giorno in cui tutto era iniziato.
— "Delia..." chiesi a mia moglie mentre camminavamo lungo il viale alberato del parco dell'ospedale. "C'è una cosa che non ti ho mai chiesto. Il primo giorno... quando ho trovato lo spazzolino verde nel bagno..."
Delia si fermò, guardandomi con curiosità. "Sì?"
— "Tu mi dicesti che l'avevi comprato di scorta al supermercato. Ma Marco mi ha detto che è entrato in casa nostra per la prima volta soltanto il martedì successivo, quando ti ha affrontata. Se Marco non era ancora venuto a dormire da noi... di chi era quel terzo spazzolino verde umido che ho trovato nel bagno tre settimane fa?"
Delia mi fissò con un'espressione di puro sconcerto, mentre il colore svaniva nuovamente dal suo viso.
— "Enzo..." mormorò mia moglie con la voce che tremava. "Io non ho mai comprato uno spazzolino verde. E pensavo che lo avessi messo tu nel bicchiere..."
Un brivido glaciale mi percorse la colonna vertebrale, fermando il mio respiro a metà.






