L'INTRUSO NELL'OMBRA
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L'INTRUSO NELL'OMBRA

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Le porte dei tre SUV neri si spalancarono contemporaneamente nel cortile della villa. Ne uscirono otto uomini armati di pistole con silenziatore e fucili d'assalto leggeri, muovendosi con la coordinazione di una squadra d'assalto militare. Al centro del gruppo, protetto da due uomini di scorta, c'era l'Ispettore Riva. Il suo viso era tirato, gli occhi iniettati di sangue dalla rabbia e dalla frustrazione per essersi fatto sfuggire due settantenni.

All'interno dello studio, il Giudice De Santis aprì il cassetto della scrivania ed estrasse una vecchia rivoltella Smith & Wesson calibro 38, controllando il tamburo con una calma sorprendente per un uomo della sua età.

— "Ascoltatemi bene," disse De Santis a me e a Delia con tono imperioso. "In fondo al corridoio della cucina c'è una porta di legno che conduce alla cantina dei vini. Da lì c'è un vecchio passaggio sotterraneo che porta alla legnaia all'esterno del recinto della proprietà. Dovete andare subito."

— "Non la lasciamo qui da solo, Giudice!" risposi afferrando la pala da cantiere che mi ero portato dietro da Parma.

— "Non fare il cretino, Enzo!" ruggì il vecchio magistrato guardandomi negli occhi. "Ho ottant'anni e un cancro ai polmoni che mi darà sei mesi di vita al massimo! Voi avete un figlio da salvare e una verità da gridare al mondo! Io guadagnerò tutto il tempo possibile per fare in modo che i Carabinieri arrivino qui prima che sia troppo tardi. Ora andate!"

Un colpo di fucile ad alta potenza infranse la vetrata della porta d'ingresso della villa, seguito dal rumore del legno che cedeva sotto i calci degli assalitori.

— "Muovetevi!" urlò De Santis spingendoci verso il corridoio.

Afferrai la mano di Delia e corremmo verso la cucina, mentre alle nostre spalle risuonavano i primi colpi di arma da fuoco. Il Giudice De Santis faceva fuoco dalla finestra dello studio, urlando ordini con una voce da leone che rimbombava nell'antica casa di pietra.

Raggiungemmo la porta della cantina, scendendo i gradini di pietra umida nell'oscurità mentre il fragore della battaglia sopra di noi si faceva sempre più violento. Il passaggio sotterraneo era stretto, basso e coperto di ragnatele, ma la disperazione ci dava la forza di strisciare verso la salvezza.

Dopo circa cinque minuti di avanzamento nel buio, scorgemmo una lama di luce fioca che filtrava attraverso le assi di legno della legnaia all'esterno. Spinsi con tutte le mie forze le assi marcite, uscendo all'aria aperta sotto la pioggia battente.

Ci trovavamo nel bosco di castagni dietro la villa. Guardando indietro, vedemmo il primo piano della casa di De Santis avvolto dalle fiamme: gli uomini di Riva avevano appiccato il fuoco per cancellare ogni traccia dell'assalto.

— "Giudice..." pianse Delia coprendosi la bocca.

— "Dobbiamo andare a Parma," dissi con i denti stretti e la rabbia che mi bruciava nel petto. "Non possiamo lasciare che il suo sacrificio sia stato vano."

All'improvviso, il suono prolungato delle sirene dei Carabinieri e delle auto della Polizia risuonò lungo la strada provinciale. Almeno sei gazzelle dell'Arma a sirene spiegate e a luci lampeggianti sfrecciarono verso il viale della villa, tagliando la strada ai SUV degli assalitori.

— "I Carabinieri sono arrivati!" disse Delia.

Ma dal bosco alla nostra destra emerse una figura solitaria che correva a fatica, tenendosi un braccio ferito e impugnando una pistola. Era l'Ispettore Riva. Era riuscito a fuggire dall'assedio prima dell'arrivo dell'Arma, cercando scampo attraverso il bosco di castagni.

Ci avvistò immediatamente nell'oscurità.

— "Conti!" ruggì Riva con voce beluina, alzando l'arma e puntandola contro di me. "È finita!"

Non ebbi il tempo di pensare. L'istinto di conservazione e l'odio accumulato per tutte le menzogne che avevano distrutto la mia famiglia si concentrarono in un unico gesto atomico: mi scagliai in avanti brandendo la pala da cantiere con tutta la forza che possedevo nel corpo di un uomo di settantuno anni.

Riva sparò un colpo, ma la pallottola mi sfiorò soltanto la spalla. La lama di metallo della pala lo colpì in pieno volto con un impatto devastante. L'Ispettore crollò all'indietro sul fango, perdendo la pistola e cacciando un urlo di dolore soffocato.

Mi lanciai su di lui, bloccandolo a terra e puntandogli la lama della pala direttamente alla gola.

— "Parla, bastardo!" ruggii con gli occhi sbarrati dalla frenesia. "Dov'è il Senatore Valenti?"

Riva mi fissò attraverso il sangue che gli colava dal naso e dalla bocca, tossendo violentemente e capendo che la sua corsa era giunta al capolinea.

— "Valenti... è... al Grand Hotel di Parma..." rantolò il poliziotto corrotto. "Sta... sta preparando il volo privato per Ginevra... Parte alle sei del mattino..."

Guardai l'orologio da polso: erano le quattro e quarantacinque. Mancava un'ora e quindici minuti prima che l'uomo che aveva orchestrato la distruzione delle nostre vite fuggisse per sempre all'estero con i soldi e i segreti di Roberto Serra.

I Carabinieri stavano rastrellando il bosco con le torce elettriche.

— "Qui! Siamo qui!" urlò Delia agitando le braccia verso i militari che si avvicinavano rapiti.

Il Colonnello Di Stefano in persona emerse dagli alberi con la pistola in pugno, seguito da quattro uomini del Nucleo Operativo. Vide Riva a terra bloccato sotto la mia pala e ci fissò con un misto di rispetto e incredulità.

— "Signor Conti... Signora Delia..." disse Di Stefano riponendo l'arma. "Il Giudice De Santis è salvo. I miei uomini sono riusciti a tirarlo fuori prima che il fuoco divampasse. E Marco è sotto la nostra protezione all'ospedale."

Sentii un senso di liberazione così profondo che le ginocchia mi cettero, facendomi accasciare sul fango accanto a Riva. Delia si inginocchiò accanto a me, abbracciandomi fortissimo mentre la pioggia lavava via il sangue e la sporcizia dai nostri volti.

— "Colonnello..." dissi riprendendo il fiato e indicando la strada verso la città. "Il Senatore Valenti è al Grand Hotel. Sta per fuggire in Svizzera. Dobbiamo chiudere questa storia una volta per tutte."