Il rimbombo della voce di Marco fermò il tempo all'interno del salone di Villa Rosa. Roberto bloccò le mani sul mio collo, sollevando lentamente lo sguardo verso l'uomo che aveva cresciuto come un figlio e che aveva tentato di distruggere con il senso di colpa per quasi vent'anni.
Aprofitai del suo momento di esitazione: sferrai un pugno disperato con il gomito contro il suo mento, svincolandomi dalla sua presa e strisciando sul pavimento innevato verso Marco.
«Marco!» gridai, le lacrime che si mescolavano al sudore e alla polvere sul mio viso.
Marco mi aiutò a rialzarmi con la mano libera, posizionandomi fermamente alle sue spalle. I tre uomini in divisa tattica che lo accompagnavano sbarrarono le uscite del salone, puntando le armi sia contro Roberto che contro Sofia, la quale si era bloccata accanto al pianoforte con la valigetta di cuoio stretta al petto.
«Come... come hai fatto ad arrivare fin qui?» balbettai, stringendomi al braccio di Marco per assicurarmi che fosse reale e non un'altra allucinazione causata dallo sfinimento.
«Non ero solo alla clinica, Laura,» disse Marco senza staccare gli occhi dal vecchio che affermava di essere nostro padre. «Gli uomini della Squadra Mobile stavano già monitorando il notaio Serra da settimane per un'inchiesta sui riciclaggi bancari. Quando Serra mi ha sparato, la polizia è intervenuta, lo ha arrestato e mi ha prestato i primi soccorsi. Gli ho mostrato l'agenda e la mappa che avevi trovato tu... ci hanno scortati fin qui con le auto di servizio.»
Roberto Rossi si rialzò lentamente da terra, risistemandosi il cappotto di lana con una calma surreale, quasi grottesca data la situazione. Posò il revolver di fronte a sé sul tavolo di legno.
«La polizia...» mormorò il vecchio con un sorriso amaro. «Pensi davvero che la polizia possa cancellare quello che siamo, Marco? Pensi che qualche manetta possa restituirti la vita che ti abbiamo rubato?»
«Non voglio indietro niente da te, Roberto,» rispose Marco con voce glaciale, priva di qualunque emozione. «Voglio soltanto che tu e questa ragnatela di mostri spariate per sempre dalla nostra esistenza.»
«Povero illuso,» interruppe Sofia, muovendo un passo verso la vetrata infranta da cui entrava la neve. «Pensi di essere il salvatore di Laura? Tu sei soltanto l'ennesimo ingranaggio difettoso di questa storia. Se la polizia perquisisce questa villa e sequestra il fascicolo, tu finirai in prigione insieme a nostro padre per la complicità nella scomparsa di nostra madre Elena vent'anni fa!»
«Elena non è morta vent'anni fa!» gridai io, affrontando la mia gemella. «Elena è vissuta fino a tre giorni fa! Ha cresciuto me, ha protetto le tue menzogne ed ha pagato il notaio per mantenere il silenzio!»
Sofia mi fissò con un odio così profondo da farmi tremare. «Elena ha rubato la mia vita! Mentre tu crescevi in una casa calda con una madre che ti amava, io venivo addestrata da Isabella e Roberto ad essere lo strumento dei loro ricatti! Sono stata nascosta in questa prigione dorata per trent'anni, senza poter usare il mio vero nome, senza un'identità, guardando le tue foto che arrivavano ogni mese per posta!»
La disperazione nella voce di Sofia era reale. Per la prima volta scorsi la tragedia della sua esistenza: io ero stata la gemella 'fortunata', cresciuta nell'illusione della normalità, mentre lei era stata trasformata nella custode dei segreti oscuri di Isabella e Roberto.
«Sofia...» mormorai, facendo un passo verso di lei con le mani aperte in segno di resa. «Possiamo fermare tutto questo. Non dobbiamo continuare la guerra dei nostri genitori. Siamo sorelle.»
Sofia guardò le mie mani. Per un istante, la sua maschera di freddezza oscillò, rivelando la fragile bambina abbandonata che viveva dentro di lei. Ma il momento venne infranto da Roberto.
Con un movimento fulmineo, il vecchio afferrò una piccola fiala di vetro dalla tasca del cappotto e la scagliò a terra. Una nube di gas lacrimogeno a reazione rapida divampò istantaneamente al centro della stanza, accecando gli agenti della polizia e riempiendo il salone di un fumo denso e urticante.
I colpi di pistola esplosero nel caos.
«Terra! Tutti a terra!» urlando gli agenti.
Scompiglio e grida riempirono la stanza. Sentii il braccio di Sofia sfiorare il mio nella nebbia. La vidi scattare verso la vetrata infranta della terrazza, gettandosi nella neve della notte con la valigetta di cuoio.
«Sofia! No!» gridai, inseguendola attraverso la tempesta di neve.
Ignorai le grida di Marco e gli spari che risuonavano alle mie spalle all'interno della villa. Corsi lungo la terrazza innevata, seguendo le impronte dei tacco di Sofia che si dirigevano verso il dirupo scosceso che sovrastava il ruscello ghiacciato della Val Roseg.
La raggiunsi al bordo del precipizio. Sofia era scivolata sulla roccia coperta di ghiaccio ed era incastrata a metà della scarpata, aggrappata con una sola mano a una radice d'pino rinsecchita. Sotto di lei, un salto di trenta metri sulle roccce affilate del torrente.
La valigetta di cuoio era già caduta nel vuoto, dispersa tra le acque nere e impetuose del fiume sottostante.
«Sofia! Dammi la mano!» gridai, sporgendomi oltre il bordo e allungando il braccio verso di lei.
La neve cadeva furiosa, accecandomi e rendendo la presa sulle roccce estremamente scivolosa. Sofia mi guardò dal basso. I suoi occhi scuri—gli stessi occhi che vedevo ogni mattina nello specchio—erano colmi di un terrore puro e incontrollabile.
«Non ce la faccio, Laura...» pianse Sofia, la voce soffocata dal vento gelido. «La radice sta cedendo!»
«Afferra la mia mano! Ti prego!» supplicai, allungandomi ancora di più, fino a sentire le mie costole premere dolorosamente contro la roccia affilata. «Non lasciarti andare!»
I nostri destini, divisi trent'anni prima in una corsia d'ospedale da una scelta mostruosa, si ritrovavano ora uniti sulla cima di quel precipizio.
Le nostre dita si toccarono. Sentii il calore e il tremore della sua mano contro la mia.
Ma in quel momento, la radice d'pino si spezzò con un sordo schiocco nell'aria gelida della notte.
---






