IL SEGRETO DELLA CHIAVE ARRUGGINITA
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IL SEGRETO DELLA CHIAVE ARRUGGINITA

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Rimasi pietrificata al centro del salone di Villa Rosa, incapace di muovere un solo muscolo. Il freddo della stanza sembrava essere penetrato direttamente nel mio cervello, bloccando ogni pensiero logico. L'uomo standing davanti a me era la fotocopia invecchiata delle immagini che conservavo nel mio cuore: il padre gentile che mi portava sulle spalle al parco, l'uomo di cui conservavo ancora il profumo di tabacco e dopobarba tra i vecchi libri dello studio.

«Tu... tu eri morto,» balbettai, le lacrime che mi bruciavano gli occhi. «Abbiamo fatto il tuo funerale... c'era una bara...»

«Una bara vuota, Laura,» disse Roberto Rossi, muovendo qualche passo verso di me con un'espressione di triste rammarico. «Una recita orchestrata da Elena per convincere la polizia e la città che il caso fosse chiuso. Mia moglie Elena era una donna spietata. Quando scoprì che Isabella ed io avevamo intenzione di smantellare il traffico della Clinica San Paolo e portare te e Sofia all'estero, tentò di uccidermi.»

«Ma Marco mi ha detto...» interrompei, la voce che mi si spezzava in gola. «Marco mi ha detto che ti ha visto cadere! Che ti ha visto battere la testa contro il camino!»

Roberto scosse il capo con amarezza. «Marco ha visto soltanto ciò che Elena voleva che vedesse. Ero svenuto, insanguinato, ma non morto. Elena mi fece somministrare un potente paralizzante dalla clinica, mi fece trasportare via e fece credere a Marco di essere stato complice di un omicidio per tenerlo legato a sé con il ricatto del senso di colpa per tutta la sua vita.»

Le tessere di un puzzle mostruoso e contorto ricominciarono a ricomporsi nella mia mente, ma ogni pezzo rivelava una verità ancora più atroce della precedente.

«E il notaio Serra?» chiesi, ricordando l'aggressione subita poche ore prima alla clinica. «Sofia ha detto che l'hai mandato tu per eliminare Marco!»

Roberto sgranò gli occhi, voltandosi di scatto verso Sofia con uno sguardo furioso. «Che cosa le hai detto, Sofia?»

Sofia rimase appoggiata al pianoforte a coda, un sorriso sottile e velenoso che le increspava le labbra perfettamente dipinte di rosso. «Le ho detto la verità, padre. O almeno la parte di verità che tu hai sempre cercato di nasconderle. Perché continuare a fingere? Laura non è più una bambina.»

«Serra non lavorava per me!» gridò Roberto, facendo un passo aggressivo verso la figlia. «Serra lavorava per il consorzio della clinica! Era il braccio armado dei soci fondatori che volevano distruggere tutti i registri risalenti al 1988 prima che la finanza li scoprisse!»

«Pbugia!» intervenne Sofia, alzando la voce per la prima volta. «Serra era il tuo uomo di fiducia! Tu hai usato me ed Isabella per trent'anni per ricattare Elena ed estorcerle milioni di franchi dal conto di San Moritz! Tu non hai mai voluto proteggere nessuna di noi due! Volevi soltanto il controllo del patrimonio della clinica!»

Mi trovavo al centro di un fuoco incrociato di accuse e menzogne. Guardai il vecchio professore che affermava di essere mio padre e la sorella gemella di cui ignoravo l'esistenza fino a dodici ore prima. Nessuno di loro mostrava la minima traccia di affetto sincero verso di me: ero soltanto una chiave, un pezzo d'aste in una guerra di potere familiare durata decenni.

«Basta!» urlai con tutta la forza che avevo in corpo, facendoli tacere entrambi. «Basta con le vostre bugie! Dov'è Marco? Rispondetemi! È vivo o no?»

Roberto mi fissò con uno sguardo addolcito da una finta compassione che mi fece salire la nausea. «Marco è ferito, ma è vivo, Laura. È stato soccorso da uomini di mia fiducia subito dopo che sei fuggita dalla clinica. Si trova in una clinica privata a Zurigo, sotto protezione.»

«Non credergli, Laura,» sibilò Sofia, estraendo con lentezza dalla tasca del suo abito da sera una piccola chiave identica a quella che possedevo io, ma d'argento lucido. «Tuo padre ha già firmato il trasferimento dei fondi dalla svizzera a un conto cifrato a Panama. Questa notte, non appena Isabella esalerà l'ultimo respiro nell'altra stanza, Roberto farà sparire anche te e me per non dover dividere il patrimonio.»

Roberto estrasse rapidamente dalla giacca una pistola—non la cacciavite silenziata del notaio, ma un revolver elegante dal manico d'avorio.

«Sofia, taci!» ruggì il padre. «Hai distrutto tutto con la tua avidità! Ti ho dato una vita da regina in Svizzera, ti ho pagato le migliori scuole ed i migliori maestri, e tu ti sei alleata con quel miserabile di Serra dietro la mia schiena!»

«Serra mi ha offerto ciò che tu non mi hai mai dato: la libertà!» gridò Sofia.

In quell'istante, dalla stanza adibita a reparto medico al lato del salone, risuonò il suono acuto e continuo di un monitor cardiaco che segnalava l'arresto del battito.

Un bip lungo, monocorde, devastante.

Isabella Moretti era morta.

Il suono sembrò scatenare una follia collettiva nella stanza. Sofia si gettò verso la valigetta di cuoio nera che Roberto aveva posato sul tavolo, cercando di appropriarsene. Roberto sollevò il revolver verso la figlia.

«No!» gridai, scagliandomi contro mio padre prima che potesse premere il grilletto.

L'impatto del mio corpo contro il suo fece deviare il colpo. Il proiettile infranse la grande vetrata del salone, facendo penetrare all'interno una raffica di vento gelido e neve.

Lottammo per il possesso dell'arma sul pavimento di marmo. Roberto era vecchio, ma possedeva una forza disperata. Mi afferrò per il collo, bloccandomi a terra mentre cercava di riorganizzare la presa sul revolver.

«Mi dispiace, Laura,» mormorò con il viso stravolto dalla follia. «Avresti dovuto rimanere a casa a piangere tua madre. Sei troppo simile a Isabella... troppo pericolosa!»

Improvvisamente, la porta d'ingresso della villa venne abbattuta con un tonfo tremendo.

Tre uomini armati in divisa tattica scura fecero irruzione nel salone, guidati da una figura con il braccio fasciato e la testa avvolta da una garza medica insanguinata.

Era Marco.

«Lasciala andare, Roberto!» ruggì Marco, puntando un fucile da caccia verso il vecchio professore. «La commedia è finita per tutti!»

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