Il buio della soffitta ci avvolse come un sudario denso e soffocante. Nel silenzio spettrale della casa, l'eco del metallo spezzato dal piano di sotto rimbalzò lungo la tromba delle scale con la precisione di un conto alla rovescia. Marco mi afferrò con forza per il polso, il suo respiro affannoso caldissimo sulla mia guancia.
«Non respirare,» mi sussurrò all'orecchio, quasi senza emettere suono. «Se sono tornati, non sono venuti soltanto per i documenti. Vogliono essere certi che nessuno parli.»
«Chi sono, Marco?» chiesi nel medesimo bisbiglio, mentre il terrore mi stringeva la gola in una morsa spietata. «Chi c'è dietro tutto questo?»
«Gente che mia madre ha pagato per trent'anni per comprare il loro silenzio. Ma ora che Elena è morta, il contratto è finito.»
Sotto di noi, i passi si fecero udibili: non più l'incedere solitario dell'intruso di prima, ma il passo cadenzato e pesante di almeno due persone che si muovevano con disciplina militare. Sentimmo l'armadio del corridoio venire perquisito con violenza, i cassetti della cucina spalancati e rovesciati a terra.
«Dobbiamo uscire di qui,» disse Marco. Mi tirò verso il fondo della soffitta, dove il tetto a spiovente toccava Quasi il pavimento. Lì c'era una piccola finestra a lucernario che dava sul tetto del garage. Era una via di fuga che usavamo da ragazzini quando volevamo scappare di casa la notte senza farci sentire dai genitori.
Marco sbloccò la maniglia arrugginita della finestra. Il legno scricchiolò pericolosamente, producendo un suono acuto nel silenzio della notte.
«Chi c'è lassù?» una voce maschile, profonda e priva di inflessione, risuonò dalla base della scala della soffitta.
«Sbrigati!» mormorò Marco, spingendomi verso l'apertura.
Mi arrampicai sul davanzale, strisciando fuori nella pioggia battente che mi inzuppò i vestiti in pochi secondi. Il tetto in tegole del garage era scivoloso. Scivolai per qualche metro prima di riuscire ad aggrapparmi al grondaio di rame. Dietro di me, Marco uscì dal lucernario proprio mentre la porta della soffitta veniva abbattuta con un colpo tremendo. Un raggio di luce bianca e potentissima sparò attraverso il lucernario, illuminando la pioggia battente come fili di vetro.
«Saltiamo!» gridò Marco.
Non ci fu tempo per pensare. Ci lanciammo dal bordo del garage finendo sopra i cespugli di alloro del giardino sottostante. L'impatto mi tolse il fiato e mi procurò una fitta tremenda alla caviglia sinistra, ma l'adrenalina soffocò ogni dolore. Ci rialzammo di scatto e corremmo verso il cancello posteriore che dava sul vicolo buio dietro la proprietà.
Salimmo sull'auto di Marco, una vecchia berlina grigia parcheggiata all'ombra di un albero. Marco mise in moto il motore con mani tremanti e sgommò via prima ancora che potessi chiudere completamente la portiera del passeggero. Guardai nello specchietto retrovisore: due figure scure erano emerse dal cancello di casa, osservando la nostra auto fuggire nella notte, senza tuttavia inseguirci a piedi. Sapevano dove stavamo andando? O sapevano che non avevamo un posto sicuro dove nasconderci?
«Dove stiamo andando?» chiesi, cercando di stabilizzare il mio respiro spezzato mentre mi stringevo l'agenda della Clinica San Paolo al petto.
«In un posto dove nessuno pensa di cercarci,» rispose Marco, le nocche bianche sul volante. «Alla vecchia Clinica San Paolo. È abbandonata da oltre vent'anni, da quando la chiusero a causa dello scandalo delle adozioni illegali.»
«Adozioni illegali?» mi voltai verso di lui, sbigottita. «La nostra clinica di nascita?»
Marco annuì con cupezza, la luce dei lampioni che illuminava a intervalli il suo viso scavato dalla stanchezza. «Isabella Moretti non era soltanto la sorella di nostra madre. Era una dottoressa che lavorava in quella clinica negli anni '80. E la nostra famiglia... la nostra vera nascita è legata a un traffico di neonati che coinvolgeva personalità molto potenti di questa città. Persone che oggi ricoprono cariche pubbliche, giudici, politici.»
La testa mi girava. L'agenda che tenevo tra le mani bruciava come un tizzone ardente. Aprii la piccola agenda di pelle sotto la luce fioca del cruscotto, leggendo le righe vergate a matita rossa.
«Qui c'è scritto 'Neonato A affidato a Elena Moretti. Neonato B sparito.' Marco, la fotografia... la foto di mia madre e Isabella con nostro padre che teneva un bambino... chi era quel bambino? Era uno di noi due?»
Marco strinse i denti, lo sguardo fisso sull'asfalto bagnato. «Io sono nato due anni prima di te, Laura. Io ho dei ricordi vaghi di quando eravamo piccoli. Ricordo che in casa nostra non c'eri soltanto tu. C'era un'altra bambina. O un altro bambino. Qualcuno che è scomparso dall'oggi al domani quando avevi appena sei mesi.»
Un freddo glaciale mi avvolse il cuore. «Un terzo figlio?»
«O il vero Neonato A,» mormorò Marco. «Tu non sei mia sorella biologica, Laura. O forse sono io a non essere tuo fratello. Soltanto i registri riservati della clinica possono rivelare chi tra me e te è stato adottato illegalmente per coprire l'omicidio o la scomparsa del figlio legittimo di Isabella.»
Quelle parole furono come una lama piantata nel mio petto. Vent'anni di ricordi, festeggiamenti in famiglia, abbracci di mia madre, domeniche d'infanzia... tutto disintegrato in un istante. Guardai l'uomo seduto accanto a me: il fratello che avevo amato per tutta la vita ora mi sembrava un estraneo, il complice di una menzogna mostruosa.
L'auto svoltò in un viale sterrato circondato da pini secolari. In fondo al viale, stagliata contro il cielo notturno squarciato dai lampi, sorgeva la struttura della Clinica San Paolo. Un edificio imponente di tre piani, in stile razionalista, con le finestre sbarrate da assi di legno rotte e la facciata corrosa dal tempo e dall'umidità.
Parcheggiammo la macchina dietro un cumulo di macerie. Il silenzio del luogo era spettrale, interrotto soltanto dal ticchettio della pioggia sulle lamiere dell'auto.
Uscimmo dall'auto. Marco tirò fuori una torcia elettrica dal vano portaoggetti e ci avviammo verso l'ingresso secondario della clinica. La porta metallica era stata forzata da tempo da qualche sbandato. Entrammo, e l'odore insostenibile di muffa, medicinali stantii e decomposizione ci investì immediatamente.
I nostri passi echeggiavano lungo i corridoi deserti, ricoperti di calcinacci e intonaco caduto. Le porte delle vecchie corsie erano spalancate come bocche spaventose. Marco avanzava lentamente, puntando il fascio di luce della torcia sulle targhette delle porte: Accettazione, Pediatria, Archivio Storico.
«L'archivio è nel seminterrato,» disse Marco. «I registri delle nascite segrete venivano custoditi in una cassaforte murata dietro la sala operatoria.»
Scendemmo le scale di cemento grezzo che portavano al piano interrato. L'aria divenne ancora più fredda e pesante. Arrivammo davanti a una porta blindata leggermente socchiusa. Sopra di essa, una targa in ottone ossidato recitava: Archivio Riservato Direzione.
Marco spinse la porta. I cardini emisero un lamento stridente. All'interno della stanza, illuminata dal solo raggio della nostra torcia, vedemmo file di scaffali metallici rugginosi, la maggior parte dei quali completamente vuoti. Ma al centro della parete di fondo, una parete di mattoni mostrava una cavità recente: qualcuno aveva abbattuto una parte del muro rivelando una porta di metallo più piccola, dotata di una doppia serratura a combinazione e a chiave.
Mi avvicinai alla serratura. Sulla testata del cilindro di metallo c'era inciso un simbolo.
Un cerchio attraversato da una linea verticale.
Il medesimo simbolo presente sulla chiave arrugginita che mi aveva consegnato il notaio e su quella in possesso di Marco!
«È qui,» dissi, estraendo la chiave dalla tasca. «La chiave di mia madre apre questa cassaforte.»
«Aspetta, Laura!» disse Marco, bloccandomi il braccio. «Guarda per terra.»
Puntai la luce della torcia sul pavimento davanti alla cassaforte. C'erano impronte fresche nella polvere. Impronte fango ancora umide. E accanto ad esse, un oggetto che ci fece gelare il sangue: un pacchetto di sigarette di una marca rara, la stessa marca che fumava mio fratello, ma con una nota scritta a mano sopra: Vi stavo aspettando.
In quel momento, la porta blindata dell'archivio si chiuse violentemente alle nostre spalle con un tonfo metallico definitivo.
Un meccanismo automatico scattò con un soffio d'aria compressa, e dalle griglie di ventilazione del soffitto cominciò a uscire un vapore denso e dal profumo dolciastro e anestetico.
«Marco! La porta!» urlai, scagliandomi contro il metallo impenetrabile.
Marco batté i pugni contro la porta, ma era bloccata dall'esterno. La nebbia tossica si stava diffondendo rapidamente nella stanza, oscurando la luce della torcia e rendendo l'aria irrespirabile. I miei polmoni cominciarono a bruciare, la testa mi diventò pesantissima e le gambe cedettero.
Mentre cadevo in ginocchio sul pavimento freddo, scorsi attraverso il vetro smerigliato della porta d'ingresso l'ombra di una figura umana che ci osservava in silenzio, tenendo in mano un vecchio telefono cellulare la cui luce ne illuminava parzialmente il volto.
Era il volto di nostra madre Elena. Ma Elena era stata sepolta soltanto tre giorni prima.
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