Il buio non era totale, ma frammentato da visioni distorte. Il profumo chimico dell'anestetico saturava i miei sensi, trascinandomi in un limbo di incoscienza in cui il volto di mia madre Elena continuava a mutare, sovrapponendosi a quello sconosciuto eppur familiare di Isabella Moretti. Vedevo due donne identiche che litigavano al buio, il suono d'un colpo secco, la carne che impattava contro la pietra, il pianto disperato di un neonato...
«Laura! Svegliati! Laura, ti prego!»
Una mano mi scuoteva con forza. Aprì gli occhi a fatica, tossendo violentemente. I polmoni mi bruciavano ancora come se avessi inalato fuoco. La vista mi si schiarì lentamente: Marco era chinato su di me, il viso insanguinato per un taglio sulla fronte, la torcia elettrica stretta tra le dita tremble.
«Marco...» rantolai, cercando di tirarmi su a sedere. «Cosa... dove siamo?»
«Siamo ancora nell'archivio,» disse lui, la voce rotta dal panico. «Sono riuscito a spaccare il condotto di aerazione con un tubo di ferro che ho trovato sotto uno scaffale. L'aria pulita ha dissolto il gas prima che ci soffocasse del tutto. Ma dobbiamo sbrigarci.»
Mi voltai di scatto verso la porta blindata. Il vetro smerigliato era vuoto. Nessuna ombra.
«L'ho vista, Marco!» gridai, afferrandolo per la giacca. «L'ho vista dietro il vetro! Era la mamma! Te lo giuro, era Elena!»
Marco si bloccò, guardandomi con un misto di pietà e terrore. «Laura... la mamma è morta. Abbiamo assistito alla sua cremazione tre giorni fa. Abbiamo posato le sue ceneri nella tomba di famiglia. Non poteva essere lei.»
«Allora era Isabella!» insistetti, alzandomi a fatica con le spalle appoggiate alla parete di mattoni. «Se sono gemelle identiche, quella donna era Isabella Moretti! Non è morta trent'anni fa come credevi! È viva!»
Marco rimase in silenzio. Fece scivolare il fascio di luce sulla cassaforte murata. La serratura di metallo recante il simbolo del cerchio tagliato era ancora intonsa. Nessuno l'aveva aperta durante il nostro svenimento.
«Se è viva,» mormorò Marco, «significa che tutto ciò che ci hanno raccontato per trent'anni è un'enorme messinscena. Significa che la donna che abbiamo sepolto tre giorni fa potrebbe non essere stata Elena... ma Isabella. Oppure il contrario.»
La mente mi girava in vortici impazziti. Chi ci aveva cresciuto? La madre affettuosa che preparava la colazione ogni mattina era Elena, la vera madre di Laura, o era Isabella, la sorella vendicativa che ne aveva preso il posto dopo quella tragica notte del 14 novembre?
«Apriamo quella cassaforte,» dissi con determinazione disperata. «Adesso.»
Mi avvicinai al muro di mattoni. Presi la chiave arrugginita che il notaio mi aveva dato e la inserii nel primo cilindro. Marco si avvicinò e inserì la sua chiave—quella più piccola—nel secondo cilindro situato poco più in basso.
«Dobbiamo girarle contemporaneamente,» disse Marco. «Al mio tre. Uno... due... tre!»
Girammo le chiavi insieme. Un suono metallico profondo, come il riarmo di un grosso ingranaggio d'acciaio, risuonò all'interno della parete. La pesante porta della cassaforte scattò in avanti di un centimetro, rivelando l'interno buio.
Marco la tirò a sé con forza. All'interno non c'erano gioielli o denaro. C'era soltanto un unico e spesso fascicolo di cuoio marrone, legato con un cordone di canapa sigillato da tre timbri di ceralacca rossa.
Sulla copertina del fascicolo c'era una scritta in corsivo elegante: Progetto Incrocio - Documentazione Medica e Registro di Scambio (1988-1991).
Con le dita tremanti, ruppi i sigilli di ceralacca ed aprii il fascicolo. Marco puntò il raggio della torcia sulle pagine scritte a macchina.
Ciò che leggemmo superava ogni peggiore incubo.
Il fascicolo non conteneva soltanto semplici certificati di nascita. Conteneva report medici dettagliati redatti da Isabella Moretti e firmati in calce da nostro padre, il professor Roberto Rossi, in veste di supervisore amministrativo della clinica.
Nel 1988, la Clinica San Paolo gestiva un programma illegale di fecondazione assistita ed esperimenti genetici non autorizzati, finanziato da famiglie facoltose della città. Ma la rivelazione più devastante risiedeva nelle schede personali dei neonati.
Elena e Isabella Moretti avevano affrontato una gravidanza gemellare simultanea, una condizione medica rarissima indotta dai trattamenti della clinica. Isabella aveva partorito due gemelle sane il 12 novembre 1988. Elena, la cui gravidanza si era interrotta tragicamente al settimo mese, aveva perso il suo bambino.
Per evitare che Elena sprofondasse nella follia e per coprire le irregolarità finanziarie del marito, Isabella e Roberto avevano deciso di compiere un gesto folle: dividere le gemelle di Isabella. Una neonata era stata data ad Elena per farla passare come sua figlia biologica. Quella bambina ero io, Laura.
L'altra neonata era rimasta con Isabella.
Scorsi la pagina successiva, la respirazione spezzata.
«Marco... guarda qui,» mormorai, indicando un foglio allegato. «Io sono la figlia biologica di Isabella. Ma... e tu? Chi sei tu?»
Marco scorse le righe con gli occhi sbarrati. La risposta era scritta in un frammento di lettera firmata da nostro padre: Marco non è figlio di Elena né di Isabella. È stato adottato formalmente dalla clinica nel 1986 per sostituire il primo figlio di Elena morto in culla.
Sulle nostre teste, l'intera struttura della nostra identità si sbriciolò in un istante. Eravamo due estranei. Due orfani scambiati, comprate e manipolati in una ragnatela di menzogne intessuta dalle persone che avevamo chiamato 'genitori'.
«Nessuno di noi due appartiene a quella famiglia,» mormorò Marco, la voce ridotta a un soffio spezzato, cadendo in ginocchio sul pavimento d'incubo dell'archivio. «Siamo solo comparse in un dramma di mostri.»
«Non è tutto,» dissi, voltando l'ultima pagina del fascicolo. «C'è una mappa. Indica un secondo luogo. Una proprietà registrata a nome di Isabella Moretti al confine con la Svizzera. È lì che sono stati trasferiti i fondi del libretto bancario... ed è lì che si trova la mia vera sorella gemella.»
Improvvisamente, dal corridoio esterno all'archivio risuonò il suono metallico di un'arma da fuoco caricata con un colpo in canna.
La porta blindata si spalancò completamente. Sulla soglia non c'era l'intruso in giubbotto di pelle, né un fantasma.
C'era l'avvocato Serra, il notaio che soltanto ventiquattro ore prima mi aveva consegnato la chiave arrugginita nello studio del centro città.
L'uomo non indossava più i suoi occhiali da lettura né l'abito distinto. Impugnava una pistola semiautomatica dotata di silenziatore, e il suo sguardo era freddo e privo di qualsiasi traccia di rispetto professionale.
«Siete stati molto bravi a trovare il fascicolo,» disse il notaio con voce pacata, alzando la pistola e puntandola esattamente tra i miei occhi. «Purtroppo per voi, il testamento di vostra madre prevedeva un'ultima clausola che non vi ho letto. Una clausola che richiede che nessuno lasci questa clinica vivo.»
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