L'ufficio del magistrato Andrea Moretti al terzo piano del Palazzo di Giustizia era sommerso di fascicoli, vecchie fotografie della Clinica San Paolo e mappe catastali della proprietà in Svizzera. Per oltre due ore, il silenzio della stanza fu interrotto soltanto dal racconto delle nostre tre vite che si ricomponevano come i pezzi di uno specchio infranto trent'anni prima.
Andrea rimase seduto dietro la sua scrivania di noce, ascoltando ogni parola senza interrompere. Aveva le mani giunte sul tavolo, le nocche sbiancate dalla tensione, mentre gli occhi passavano continuamente da me a Sofia, catturati da quell'incredibile somiglianza che non lasciava spazio a nessun dubbio biologico.
Quando finii di raccontare il nastro di Isabella, la fuga a Villa Rosa e la tragedia sul precipizio, Andrea si alzò lentamente dalla sedia ed andò ad appoggiarsi alla grande finestra che dava sui giardini del Tribunale.
«Per trentacinque anni,» disse la sua voce profonda, carica di un'emozione contenuta a stento, «ho creduto che i miei genitori adottivi di Torino fossero le uniche persone a cui appartenevo. Erano brave persone, mi hanno amato ed mi hanno dato ogni possibilità. Ma c'era sempre un'ombra... un senso di vuoto che non riuscivo a spiegare.»
Si voltò verso di noi, guardando prima Sofia, poi me, ed infine Marco.
«Due anni fa, quando mia madre adottiva è morta, ho trovato tra i suoi documenti bancari una ricevuta di versamento di due miliardi di lire intestata alla Clinica San Paolo con la dicitura 'Contributo Riservato Adozione Speciale',» continuò Andrea. «È stato allora che ho iniziato l'inchiesta. Volevo scoprire chi mi avesse venduto come merce da mercato.»
Sofia si avvicinò ad Andrea, appoggiando una mano sulla sua spalla. «Nostra madre Isabella ti ha venduto per disperazione ed avidità, Andrea. Ma negli ultimi mesi della sua vita ha cercato di riparare. La fondazione svizzera era destinata a noi tre.»
Andrea scosse il capo con un sorriso triste. «I soldi non contano nulla, Sofia. Ciò che conta è che l'intero sistema di corruzione che ha distrutto le nostre madri ed ha permesso a uomini come il notaio Serra ed nostro padre Roberto di arricchirsi è stato smantellato definitivamente stamattina.»
«Stamattina?» chiesi io, sorpresa.
Andrea annuì, prendendo un documento timbrato dalla sua scrivania. «Roberto Rossi ha firmato la confessione piena un'ora fa nel carcere di San Vittore. Quando ha saputo che io ero il magistrato titolare dell'inchiesta e che ero suo figlio biologico, il suo cinismo è crollato. Ha ceduto ogni rivendicazione ed ha rivelato i nomi di tutti i complici ancora in attività nel sistema sanitario.»
Un profondo respiro di sollievo uscì dal mio petto. La catena di menzogne e ricatti che aveva soffocato tre generazioni della nostra famiglia si era finalmente spezzata sotto il peso irrefutabile della verità.
«E adesso?» chiese Marco, facendo un passo avanti. «Che cosa succederà a tutti noi?»
Andrea guardò Marco con un'espressione di rispetto profondo. «Tu sei stato la vera vittima di questa storia, Marco. Hai protetto Laura per diciotto anni credendo di essere un complice, ed hai affrontato i mostri di quella clinica a rischio della tua vita. Per la giustizia, tu sei il legittimo erede di Elena Moretti ed il proprietario della casa di famiglia a Milano. Nessuno potrà mai portartela via.»
Poi Andrea prese la piccola scatola di legno intarsiato che gli avevo consegnato ed estratse la procura notarile svizzera.
«Lunedì prossimo formalizzeremo la nascita della 'Fondazione Isabella ed Elena Moretti' a Zurigo,» disse il magistrato. «Tutti i sei milioni di franchi verranno destinati alla protezione dei minori ed alle adozioni legali. Noi tre—Laura, Sofia ed io—saremo i garanti del fondo, ed Marco ne curerà l'amministrazione finanziaria.»
Sofia sorrise per la prima volta con una luce di gioia autentica negli occhi. «Una nuova vita per tutti noi.»
«Sì,» risposi io, abbracciando mia sorella ed mio fratello gemello sotto lo sguardo commosso di Marco. «Una vita vera.»
Uscimmo insieme dal Palazzo di Giustizia mentre il sole del tardo pomeriggio colorava di rosa le facciate dei palazzi di Milano. Il vento freddo di marzo si era placato, sostituito da un tepore primaverile che annunciava la fine dell'inverno.
Ci avviammo verso la vecchia casa di nostra madre in centro. Per la prima volta dopo trent'anni, le stanze di quella casa non avrebbero più custodito segreti arrugginiti o chiavi nascoste in soffitta, ma le risate di una vera famiglia ritrovata.
Ma prima di chiudere definitivamente il capitolo del passato, c'era un ultimo luogo dove dovevamo andare tutti insieme: il piccolo cimitero di campagna dove riposavano Elena ed Isabella Moretti.
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