Il carcere di San Vittore a Milano sorgeva come un'imponente fortezza di mattoni rossi nel cuore della città. Il rumore dei cancelli di ferro che si chiudevano alle nostre spalle risuonò con una pesantezza oppressiva mentre venivamo scortati attraverso i corridoi grigi del parlatorio riservato.
Marco ed io eravamo seduti ad un tavolo di metallo fissato al pavimento. Sofia aveva preferito attendere nell'auto all'esterno: non se la sentiva di affrontare l'uomo che aveva collaborato alla sua prigionia dorata in Svizzera.
La porta dell'accettazione si aprì, ed il notaio Serra venne fatto entrare dagli agenti della polizia penitenziaria. Indossava la divisa carceraria, il viso scavato ed una profonda ferita sulla tempia sinistra dove lo avevo colpito con il portagioie di metallo alla clinica.
Si sedette di fronte a noi, guardandomi con un sorriso stanco ed iperbolico.
«La signorina Laura,» disse la sua voce rauca. «Vedo che sei sopravvissuta alla tempesta di neve della Val Roseg. Tua sorella Sofia sta bene?»
«Vada al sodo, Serra,» disse Marco con voce gelida, appoggiando le mani sul tavolo. «Perché ha chiesto di vederci? La polizia ha già sequestrato tutti i beni della clinica ed i fascicoli di Roberto Rossi.»
Serra si sporse in avanti, il metallo delle sue manette che strideva contro la superficie del tavolo.
«Avete sequestrato i fascicoli ufficiali, Marco. Ma non avete compreso la vera natura del Progetto Incrocio gestito da Isabella ed Elena nel 1988.»
Mi si strinse lo stomaco. «Che cosa significa?»
«Il registro della Clinica San Paolo che hai trovato alla soffitta annotava due nascite gemellari per Isabella Moretti: Neonato A ed Neonato B,» spiegò il notaio, abbassando la voce. «Tutti hanno sempre assunto che i due neonati foste tu, Laura, e tua sorella Sofia.»
«E non è così?» chiesi, sbigottita.
Serra sorrise malevolamente. «No, Laura. Isabella non ha partorito due gemelle il 12 novembre 1988. Ha partorito tre gemelli. Una nascita trigemellare rarissima, tenuta nascosta persino a tuo padre Roberto.»
Il sangue mi si gelò nuovamente nelle vene. Un terzo bambino.
«Neonato A eri tu, Laura, data ad Elena,» continuò Serra. «Neonato B era Sofia, tenuta da Isabella. Ma il Neonato C... il terzo gemello... era un maschio.»
«Un maschio?» mormorai, guardando d'istinto Marco.
«No, Marco non c'entra,» chiarì subito il notaio. «Marco era stato adottato due anni prima dalla clinica per sostituire il figlio di Elena. Il terzo gemello di Isabella venne venduto la notte stessa del parto a una famiglia facoltosa di industriali di Torino che non potevano avere figli. Un'adozione d'oro da due miliardi di lire che è servita a finanziare l'acquisto di Villa Rosa in Svizzera.»
La mente mi girava in vortici impazziti. Un fratello gemello. Un terzo figlio di Isabella che viveva del tutto ignaro della ragnatela di menzogne che aveva avvolto la nostra famiglia.
«Perché ci dice questo adesso?» chiese Marco con durezza. «Vuole patteggiare una riduzione di pena rivelando questa storia?»
«Vi dico questo perché quel bambino ha oggi trentacinque anni ed è il magistrato che sta coordinando l'inchiesta sulla Clinica San Paolo per conto della Procura di Torino,» disse Serra, fissandomi negli occhi con un'espressione quasi divertita. «Si chiama dottor Andrea Moretti. Ha scoperto la verità sulla sua adozione tre giorni fa, incrociando i dati della banca del DNA con i reperti di Villa Rosa.»
Rimasi senza parole. Il magistrato che stava distruggendo la rete di corruzione della clinica era nostro fratello biologico.
«E c'è un'altra cosa che dovete sapere,» aggiunse Serra, la voce raddoppiata di gravità. «Andrea Moretti non sa che sua sorella Laura è viva. Crede che l'unica sopravvissuta sia Sofia. E sta arrivando a Milano oggi pomeriggio per interrogare Roberto Rossi in carcere.»
Uscimmo dal carcere di San Vittore in uno stato di profondo stordimento. La luce del primo pomeriggio di Milano era limpida, ma l'aria di marzo conservava un freddo pungente.
Raggiungemmo l'auto dove Sofia ci stava aspettando. Quando le raccontammo la rivelazione del notaio Serra sul terzo gemello e sul magistrato Andrea Moretti, Sofia rimase a lungo a guardare il traffico della strada senza pronunciare una parola.
«Un fratello...» mormorò Sofia con le lacrime agli occhi. «Un fratello che ha lottato per la giustizia senza sapere che la sua vera famiglia era l'oggetto della sua stessa indagine.»
«Dobbiamo incontrarlo,» dissi con fermezza, prendendo le mani di Sofia e Marco. «Dobbiamo fermare questa catena di fantasmi. Andrea merita di sapere che non è solo.»
«Siete sicuri?» chiese Marco con preoccupazione. «Se si scopre che siamo tutti legati a questo scandalo, la stampa distruggerà le nostre vite.»
«La nostra vita è già stata distrutta e ricostruita dieci volte nelle ultime due settimane, Marco,» risposi con un sorriso incerto. «Un'altra verità non potrà farci più male di quante menzogne abbiamo già sopportato.»
Insieme ci dirigemmo verso il Palazzo di Giustizia di Milano. La grande struttura di marmo bianco svettava maestosa nel centro della città, brulicante di avvocati, giornalisti e forze dell'ordine.
Salimmo al terzo piano, davanti al gabinetto della Procura della Repubblica. Sulla targa d'ottone accanto alla porta dell'ufficio c'era scritto: Dott. Andrea Moretti - Sostituto Procuratore.
Attraverso la porta a vetri leggermente socchiusa, scorgemmo la figura di un uomo alto, vestito con un elegante abito scuro, intento a consultare i fascicoli del sequestro della Clinica San Paolo.
Quando si voltò verso la porta per accogliere i visitatori, il mio cuore saltò un battito.
Aveva gli stessi occhi scuri, gli stessi zigomi ed la medesima sfumatura di capelli di Sofia ed mia. Era l'immagine specchiale al maschile di nostra madre Isabella.
Mi avvicinai alla porta e bussai delicatamente al vetro.
L'uomo alzò lo sguardo dai fogli, i suoi occhi incrociarono i miei, poi si spostarono su Sofia standing accanto a me. Un'espressione di totale sbigottimento e riconoscimento istintivo si dipinse sul suo volto.
«Voi... chi siete?» chiese il magistrato con la voce che tremava leggermente.
Estrassi dalla mia borsa la vecchia chiave arrugginita spezzata e la posai sul suo tavolo, accanto ai fascicoli dell'inchiesta.
«Siamo la tua famiglia, Andrea,» dissi. «E siamo venuti a portarti a casa.»
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