Le parole di Marco rimasero sospese nell'aria della cucina come una condanna. «Non riuscire più a considerarmi tuo fratello». Che cosa significava? Mi sentivo come se il pavimento sotto i miei piedi stesse cedendo, rivelando una voragine d'inganni accumulati per oltre tre decenni.
«Spiegati, Marco!» urlai, afferrandolo per il bavero del cappotto bagnato. «Che cosa significa quel messaggio? Chi è quel neonato tra le braccia di nostro padre? E di chi sarei figlia io, se non di Elena?»
Marco non oppose resistenza. Era come un guscio svuotato di ogni energia, spezzato dal peso di un segreto che lo aveva consumato in solitudine per anni. Con le mani tremanti si liberò delicatamente dalla mia presa e andò a sedersi sul divano, nascondendo il viso tra i palmi.
«Quella notte... la notte del 14 novembre di diciotto anni fa,» iniziò a dire, la voce ridotta a un sussurro roco, «nostro padre non è morto in un incidente stradale come vi ha sempre raccontato la mamma. Non era nemmeno solo in macchina.»
Sentii un groppo al gola. «E con chi era?»
«Era con Isabella Moretti,» rispose lui, sollevando gli occhi arrossati. «E io ero inseguito da loro, o meglio, li stavo inseguendo su indicazione di nostra madre. Elena mi aveva dato le chiavi della sua auto e mi aveva detto: 'Raggiungili prima che crossing il confine, o la nostra famiglia cessera di esistere'. Ero solo un ragazzo, Laura. Avevo diciannove anni e veneravo nostra madre. Non capivo cosa stesse succedendo, sapevo solo che papà stava scappando con quella donna e con una borsa piena di documenti bancari.»
Il ricordo di mio padre—un uomo mite, un professore di liceo che amava il giardinaggio e la musica classica—si scontrò violentemente con l'immagine di un fuggitivo traditore. «Perché fuggiva con lei? Chi era Isabella per lui?»
«Isabella non era un'amante qualunque, Laura,» disse Marco, abbassando di nuovo la voce come se le pareti della nostra casa potessero sentirlo. «Isabella era la sorella gemella di nostra madre. Una sorella di cui nessuno ci ha mai parlato, cancellata da tutti i registri di famiglia dopo una tragedia accaduta negli anni Ottanta.»
Un brivido mi percorse la schiena. Una sorella gemella. Questo spiegava l'incredibile somiglianza nella fotografia che avevo trovato nella cassa. I medesimi occhi scuri, gli stessi zigomi pronunciati. Guardai la foto sul tavolo: non erano due amiche che si tenevano per mano, erano due sorelle divise da un rancore insondabile.
«E la notte del 14 novembre?» incalzai, posando le mani sul tavolo per sostenermi. «Cosa è successo davvero?»
«Io li ho raggiunti nel vecchio casolare di campagna, quello che papà usava come studio prima che venisse abbandonato,» raccontò Marco, la fronte perlata di sudore freddo. «C'era una discussione terribile. Isabella urlava che non avrebbe più permesso a Elena di tenerti nascosta. Diceva che tu fosti la prova vivente del crimine di nostra madre. Papà cercava di fare da paciere, ma era disperato. Poi... ci fu una colluttazione. Io rimasi sulla porta, terrorizzato. Ho visto papà cadere all'indietro e battere la testa contro lo spigolo del camino in pietra. C'era sangue dappertutto.»
Trattenni il respiro, coprendomi la bocca. «L'ha ucciso lei? Isabella?»
«No,» rispose Marco con gli occhi spalancati dal terrore retrospettivo. «Non è stata Isabella. È stata nostra madre. Elena era arrivata subito dopo di me. Aveva seguito le mie tracce. Quando ha visto papà e Isabella pronti a scappare con te e con me—sì, volevano portarci via entrambi—ha spinto papà nell'impeto della rabbia. Papà è morto sul colpo. E poi... poi è accaduta la cosa più orribile.»
«Cosa?» gridai, incapace di contenere l'angoscia.
Prima che Marco potesse rispondere, un rumore sordo provenne dal piano di sopra. Un calpestio di passi pesanti e rapidi sul soffitto della cucina. Qualcuno era dentro la casa. Qualcuno stava rovistando nella soffitta dove avevo lasciato aperta la cassa di metallo!
Marco scattò in piedi, estraendo d'istinto dalla tasca un piccolo coltello da caccia che portava sempre con sé. «È rimasto qualcuno fuori... ci hanno seguiti!»
«Chi?» chiesi, il cuore che mi batteva nel petto come un martello pneumatico.
«Non lo so, ma cercano le lettere! Resta dietro di me!»
Ignorando il suo avvertimento, corsi verso le scale che portavano al piano superiore. La porta della soffitta era spalancata, e la luce della lampadina a incandescenza oscillava sinistramente, proiettando ombre deformi sulle pareti. Salii i gradini a due a due, il sangue che mi rimbombava nelle orecchie.
Quando arrivai in cima alla scala, vidi una figura alta, vestita completamente di scuro con un giubbotto di pelle nera, intenta a frugare rabbiosamente nella cassa di metallo. Tutte le lettere di mia madre erano sparse sul pavimento di legno impolverato.
«Ehi! Chi sei? Ferma!» urlai.
L'intruso si voltò di scatto. Il suo volto era coperto da un passamontagna scuro, ma gli occhi—grigi, freddi e calcolatori—si piantarono nei miei. Nelle sue mani guantate teneva il libretto bancario intestato a Isabella Moretti e il vecchio portagioie di metallo.
«Non dovresti intrometterti in cose più grandi di te, Laura,» disse l'uomo. La sua voce era contraffatta, raddoppiata da un altoparlante tascabile o da un alteratore vocale. «Tua madre ha pagato per trent'anni per mantenere questo silenzio. Se ci tieni alla tua vita e a quella di tuo fratello, lascerai perdere.»
«Restituiscimi quelle cose!» ruggì Marco, arrivando alle mie spalle con il coltello sguainato.
L'uomo ridacchiò, un suono privo di qualsiasi umanità. Con una rapidità impressionante, estrasse dalla giacca uno spray al pepe e lo azionò direttamente verso i nostri volti. Una nube bruciante ci colpì in pieno. Gli occhi mi bruciarono istantaneamente come se fossero stati immersi nell'acido, e cadde a terra tossendo violently, del tutto accecata.
Sentii il rumore di una lotta convulsa: corpi che urtavano contro le travi di legno, scatoloni che cadevano, il grido di dolore di Marco e poi il suono pesante di qualcuno che scendeva di corsa le scale.
«Marco! Marco, dove sei?» gridai, brancolando nel buio del mio accecamento temporaneo, le lacrime che mi colavano a fiumi lungo le guance.
«Sono... sono qui,» rantolò la voce di mio fratello a pochi metri da me. Puzzava di bruciato e di sostanze chimiche. «Mi ha colpito allo stomaco... ma sta scappando!»
Strofinandomi gli occhi con la manica della maglia, riuscii a riacquistare una parziale visione offuscata. Marco era accasciato contro il vecchio armadio, tenendosi un fianco. Il pavimento della soffitta era a soqquadro, ma l'intruso aveva commesso un errore nella foga della fuga. Nella fretta di raccogliere i documenti, gli era caduta una piccola agenda di pelle nera dalla tasca della giacca.
Mi trascinai a carponi sul pavimento impolverato e la raccolsi. La copertina era consumata, e sulla prima pagina era impresso un timbro a secco: Clinica Ostetrica San Paolo - Registro Riservato 1988.
Aperse la prima pagina. Tra i nomi dei neonati registrati in quel lontano mese di novembre, c'era una nota scritta a matita rossa che fece gelare la mia mente: Nascita gemellare clandestina. Madre: Isabella Moretti. Neonato A affidato a Elena Moretti. Neonato B sparito.
Guardai Marco, che stava cercando faticosamente di rialzarsi.
«L'intruso ha preso le lettere,» dissi con la voce che mi tremava irrimediabilmente, «ma ha lasciato questo. Marco... chi era il Neonato B? Tu sai chi era?»
Marco si appoggiò alla parete, il viso maschera di sofferenza e terrore puro. Prima che potesse rispondere, la luce della soffitta cominciò a sfarfallare violentemente, per poi spegnersi del tutto, lasciandoci nel buio più assoluto. E dal piano di sotto, arrivò il chiaro, distinto suono di una serratura che veniva mandata in frantumi.
Qualcuno era rientrato in casa. E questa volta non era solo.
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