I portici di San Luca, con i loro 666 archi che si arrampicano per quasi quattro chilometri sul colle della Guardia, rappresentano la passeggiata coperta più lunga del mondo. Ma quella notte, sommersi da una caligo spessa che ovattava ogni suono e trasformava le luci dei lampioni in aloni spettrali, sembravano la discesa negli inferi.
Il capitano De Santis e i suoi uomini dell'aliquota operativa avevano posizionato tiratori scelti lungo il perimetro del colle e circondato il piazzale antistante la basilica barocca. Io indossavo un giubbotto antiproiettile nascosto sotto il cappotto e portavo un auricolare invisibile collegato direttamente con la centrale mobile di comando parcheggiata a centinaia di metri di distanza.
"Elena, mi senti?" la voce di De Santis gracidò nell'auricolare. "Siamo in posizione. Lorenzo è appena arrivato a piedi dal piazzale panoramico. È solo, ma non vediamo ancora Ranieri. Procedi con cautela."
Camminai lentamente lungo l'ultimo tratto del porticato, i miei passi rimbombavano sul pavimento di pietra consumato da secoli di pellegrinaggi. Raggiunsi il piazzale monumentale. Lorenzo era lì, appoggiato al muretto di pietra che dava sulla vallata invisibile, sommersa dalla caligo. Indossava un lungo impermeabile nero, le mani affondate nelle tasche, la testa bassa. Sembrava l'ombra di se stesso, un uomo prosciugato, svuotato di ogni dignità.
Quando avvertì la mia presenza, si voltò lentamente. Il suo volto alla luce giallastra del piazzale era spaventoso: occhi incavati, pelle grigia, labbra tremanti.
"Elena..." disse, la voce ridotta a un soffio spezzato dal vento gelato che soffiava dalla collina. "Sei venuta veramente."
"Dov'è il documento che ti avevo chiesto, Lorenzo?" risposi, mantenendo una distanza di sicurezza di tre metri. "La prova che Ranieri ha ucciso Silvia Corradi."
Mio marito estrasse dalla tasca interna della giacca una vecchia chiave di sicurezza in acciaio e una scheda di memoria micro-SD. "Qui sopra c'è tutto. La registrazione della dashcam della mia auto di quella notte di dodici anni fa. Giulio non sapeva che il sistema video si attivava automaticamente all'impatto. Fu lui a sterzare violentemente verso la bicicletta di Silvia mentre litigavamo in macchina. Fu lui a finire la ragazza soffocandola con i suoi guanti di pelle quando si accorse che era ancora viva dopo l'impatto... per evitare che dicesse della gravidanza e del ricatto che gli stavo facendo."
Sussultai. "Il ricatto? Di cosa stai parlando?"
Lorenzo si coprì il viso con le mani, lasciandosi andare a un pianto diroccato e disperato. "Silvia era la figlia del vecchio notaio Corradi. Giulio stava rubando milioni di euro dai conti dei suoi clienti facoltosi, e Silvia lo aveva scoperto tramite dei documenti che aveva trovato nello studio di suo padre. Io... io avevo una relazione segreta con lei, Elena. Ero un vigliacco, ero terrorizzato che tu lo scoprissi e che la mia reputazione venisse distrutta. Quella notte avevamo offerto un passaggio a Silvia per convincerla a non denunciare Giulio, ma le cose sono degenerate..."
"Sei un mostro, Lorenzo," dissi, le lacrime che mi bruciavano gli occhi per il disgusto e il dolore. "Hai lasciato che quella povera ragazza morisse, hai permesso che sua sorella Marta vivesse nell'inferno del ricatto e della povertà, e hai voltato le spalle a tuo figlio!"
"L'ho fatto per noi! Per proteggere la nostra vita! La nostra casa!" urlò Lorenzo disperato, muovendo un passo verso di me. "Giulio mi ha incastrato! Mi ha detto che se parlavo, avrebbe distrutto anche te! Ho passato dodici anni a versare soldi a Marta per assicurarmi che il bambino avesse da mangiare, non volevo che soffrissero!"
"Che generoso da parte tua, Lorenzo," una voce fredda e sarcastica squarciò il silenzio del piazzale.
Dall'oscurità del porticato emerse l'avvocato Giulio Ranieri. Ma non era solo. Era affiancato da tre uomini armati e, cosa ancora più terribile, teneva saldamente Marta Corradi per i capelli. La donna aveva il viso segnato da lividi ed ecchimosi, le mani legate dietro la schiena con fascette di plastica nera, ma i suoi occhi bruciavano ancora di una furia selvaggia.
"Giulio... che cosa stai facendo?" balbettò Lorenzo, sbiancando in volto.
"Quello che avrei dovuto fare dodici anni fa, mio caro e debole socio," rispose Ranieri estraendo una pistola dotata di silenziatore. "Ripulire il disordine che tu hai continuato a nutrire con i tuoi assurdi sensi di colpa. Avete finito di giocare agli investigatori. Elena ha portato il suo bel trafiletto di ricordi, tu hai portato la scheda di memoria che cercavo da anni... e io chiuderò questo tragico capitolo della storia bolognese."
"De Santis, ora!" gridai nell'auricolare.
Ma prima che la polizia potesse intervenire, dai tetti del porticato e dalle finestre superiori del Santuario si scatenò l'inferno. Non furono le forze dell'ordine ad attaccare per prime.
Dei fumogeni a gas lacrimogeno vennero lanciati sul piazzale, avvolgendo tutti in una morsa di fumo denso e acre che azzerò completamente la visibilità. Si sentirono colpi di arma da fuoco rapidi, precisi, attutiti da silenziatori. I tre uomini di Ranieri caddero a terra uno dopo l'altro con grida soffocate prima ancora di poter puntare le loro armi.
"Che diavolo sta succedendo?!" urlò Ranieri nel fumo, sparando alla cieca nella nebbia.
Attraverso la coltre bianca dei lacrimogeni, vidi emergere una figura maestosa, avvolta in una tenuta tattica nera priva di qualsiasi contrassegno statale. L'uomo disarmò Ranieri con una mossa felina, spezzandogli il polso con un colpo secco che fece cadere la pistola sull'asfalto. Poi, con una rapidità disumana, afferrò Marta e la spinse verso di me.
"Prendi la donna e corri dentro la Basilica!" ruggì la voce dell'ignoto soccorritore.
Era una voce che non avevo mai sentito, ma che portava con sé l'autorità indiscutibile di chi era venuto a riscuotere un debito di sangue molto più antico di quello di mio marito.
Mentre afferravo Marta per trascinarla verso il portone principale della Chiesa, mi girai un ultimo secondo. Vidi Lorenzo a terra, ferito a una spalla dal colpo vagante sparato da Ranieri. E vidi l'uomo in tenuta tattica piegarsi su Ranieri, estrarre dal suo gilet una vecchia piastrina militare in bronzo e gettarla sul viso dell'avvocato terrorizzato.
"Ti ricordi di me, Ranieri?" disse l'uomo mascherato. "Sono il fratello di Silvia che avevate mandato a morire nella missione estera dodici anni fa."






