La notizia della morte improvvisa di Giulio Ranieri all'interno di un carcere di massima sicurezza come quello della Dozza inviò un'onda d'urto attraverso l'intero sistema giudiziario emiliano. Se l'arresto di Vittorio Aldrovandi e Lorenzo Lombardi aveva scoperchiato il vaso di Pandora della corruzione immobiliare, l'eliminazione di Ranieri dimostrava che la piovra aveva braccia ancora più lunghe e spietate di quanto chiunque potesse immaginare.
La Procura della Repubblica dispose immediatamente l'autopsia sul corpo dell'avvocato e pose l'intero braccio detentivo sotto sequestro giudiziario. Il capitano De Santis mi chiese di accompagnarlo secretamente alla centrale per visionare i filmati delle telecamere di sorveglianza dell'ora d'aria in cui Ranieri era stato avvelenato.
Sotto le luci al neon della sala regia della Compagnia dei Carabinieri, osservammo le immagini in bianco e nero che mostravano Ranieri camminare da solo nel cortile del carcere. Un uomo alto, avvolto nell'uniforme di una guardia penitenziaria con il volto parzialmente coperto dalla visiera del berretto, gli si era avvicinato fingendo di consegnargli una bottiglietta d'acqua e una pillola per la pressione. Ranieri aveva ingerito il farmaco senza porsi domande. Tre minuti dopo era crollato a terra in preda a spaventose convulsioni.
"Guarda qui, Elena," disse De Santis bloccando il video e ingrandendo il fotogramma relativo al momento in cui la finta guardia penitenziaria si allontanava verso i corridoi interni.
Sulla mano sinistra dell'uomo, ben visibile sotto il guanto di lattice strappato, spiccava un tatuaggio particolare: un'ancora intrecciata con un serpente, il simbolo distintivo di un gruppo di mercenari internazionali operanti nel settore delle bonifiche industriali illegali.
"Quel tatuaggio..." mormorai, una memoria improvvisa che si accendeva nella mia mente. "L'ho già visto."
De Santis si voltò verso di me di scatto. "Dove, Elena? Pensa bene!"
"Tre anni fa," risposi facendo un enorme sforzo di memoria. "Lorenzo organizzò una cena di gala nella nostra villetta per festeggiare l'approvazione del nuovo Piano Strutturale Comunale. Tra gli ospiti c'era l'Ingegner Alberto Strozzi, il presidente della Commissione Ambientale della Regione. Aveva una guardia del corpo personale con quello stesso identico tatuaggio sul collo e sulla mano."
De Santis tirò un pugno sul tavolo di comando. "Strozzi! Il responsabile dell'approvazione dei vincoli ecologici sui terreni dove Aldrovandi ha costruito i suoi quartieri residenziali! Era Strozzi il vero vertice politico dell'organizzazione! Ranieri era solo il suo braccio finanziario!"
Tutto divenne cristallino. Aldrovandi forniva il capitale, Lorenzo firmava i progetti, Ranieri riciclava il denaro, ma era l'Ingegner Strozzi a garantire la copertura istituzionale e politica necessaria per fare sì che le indagini ambientaliste venissero regolarmente insabbiate. Con Aldrovandi e Lorenzo in prigione e Ranieri morto, Strozzi stava cercando di cancellare ogni traccia che potesse condurre direttamente a lui prima che i magistrati potessero incriminarlo.
"Strozzi sa che la scheda di memoria che abbiamo recuperato dalla tua cassaforte contiene anche i suoi messaggi cifrati con Ranieri," disse De Santis afferrando la giacca. "Se capisce che siamo vicini a incriminarlo, cercherà di fuggire all'estero con i fondi neri della commissione."
"O cercherà di eliminare chiunque altro conosca la struttura del sistema," aggiunsi con un terrore gelato che mi stringeva lo stomaco. "Marta, Marco... e Matteo!"
De Santis chiamò immediatamente la scorta che gestiva la protezione di Marta e suo figlio nella casa famiglia riservata situata fuori città.
"Capitano!" la voce dell'agente alla radio arrivò disturbata da forti interferenze elettromagnetiche. "Abbiamo un problema grave! Le linee telefoniche della struttura sono staccate! Un furgone schermato si è appena parcheggiato davanti al cancello d'ingresso! Stiamo subendo un attacco!"
Si sentirono colpi di arma da fuoco automatiche risuonare al microfono della radiolina, seguiti da urla e dal suono di vetri infranti.
"Resistete! Arriviamo subito!" ruggì De Santis mobilitando tutte le gazzelle disponibili in zona e lanciandosi verso l'uscita della caserma.
Salii sull'auto del capitano prima che potesse impedirarmelo. "Non lasciarmi qui, De Santis! Quel bambino ha già sofferto abbastanza per le mie colpe e quelle di mio marito! Devo esserci!"
De Santis accelerò a tavoletta, attivando le sirene bitonali e tagliando il centro di Bologna a una velocità folle mentre la notte tornava a stendere il suo mantello scuro sulla città.
Arrivammo alla casa famiglia — una tenuta isolata immersa nelle campagne di Granarolo dell'Emilia — dopo quindici minuti di corsa disperata. Il cancello principale era stato divelto da un veicolo pesante. Due auto della scorta dei Carabinieri giacevano sul piazzale con i vetri crivellati di colpi e gli pneumatici squarciati.
De Santis estrasse la pistola d'ordinanza e scese dall'auto insieme ai militari delle squadre d'intervento rapido, facendo segno di coprire ogni lato della tenuta.
Entrai nell'edificio principale tenendomi alle spalle degli agenti. L'interno della casa famiglia era devastato: pareti segnate dai proiettili, mobili rovesciati, l'odore acre della polvere da sparo che saturava l'aria.
Nel salone centrale trovammo due dei mercenari dell'Ingegner Strozzi a terra, disarmati e svenuti, con profonde ferite da combattimento corpo a corpo.
"È stato Matteo..." mormorai vedendo la tecnica di neutralizzazione usata sulle guardie.
Salimmo al primo piano. La porta della stanza da letto di Marta era stata abbattuta. Dentro vi trovammo l'Ingegner Alberto Strozzi in persona, avvolto in un impermeabile scuro, mentre cercava disperatamente di forzare una cassaforte da viaggio tenendo Marta per il collo come scudo umano.
Ma alle sue spalle, emerso dall'ombra del terrazzino esterno, Matteo Corradi gli teneva la lama di un coltello militare puntata direttamente alla gola.
"Un solo movimento, Strozzi," disse Matteo con una voce bassa e glaciale, "e ti giuro che ti faccio fare la stessa fine che hai riservato a mia sorella."
Strozzi congelò sul posto, lasciando andare Marta che corse a proteggere Marco, nascosto sotto il letto della stanza.
"Fermati, Matteo!" urlò De Santis entrando nella stanza con l'arma spianata. "Non rovinarti la vita ora! L'abbiamo preso! Abbiamo tutte le prove per incastrarlo!"
Matteo fissò l'uomo che aveva orchestrato la distruzione della sua famiglia. Per diversi lunghi secondi, il silenzio nella stanza divenne così teso che si poteva sentire il respiro affannato di Strozzi che pregava per la propria vita.
Poi, con un gesto pieno di una dignità immensa, Matteo abbassò il coltello e spinse Strozzi verso i Carabinieri, che lo bloccarono e lo ammanettarono immediatamente.
"La mia vita non è più dominata dalla vendetta," disse Matteo voltandosi verso di me e verso sua sorella. "È finita davvero. Ora possiamo cominciare a vivere."
Strozzi venne trascinato via verso le auto della polizia, urlando minacce s sconnesse che vennero subito inghiottite dal suono delle sirene.
Guardai il piccolo Marco che usciva dal suo nascondiglio e correva ad abbracciare lo zio Matteo, l'uomo che non aveva mai conosciuto e che era tornato dalle ombre del mondo per diventare il suo protettore.
La rete di sangue e corruzione era stata finalmente distrutta fino alle sue radici più profonde. Ma la storia di questa redenzione necessitava ancora di un ultimo, definitivo capitolo che avrebbe stabilito il nuovo corso delle nostre vite.






