Il filo invisibile di Bologna
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Il filo invisibile di Bologna

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L'ufficio del notaio Marchesi, situato in uno dei palazzi rinascimentali più prestigiosi di Piazza Maggiore, odorava di cera per mobili antichi e di vecchi volumi rilegati in pelle. Era un ambiente austero, solenne, dominato da alti soffitti affrescati e da grandi finestre che davano direttamente sui tetti rossi di Bologna.

Attorno al grande tavolo di noce scuro eravamo seduti io, Marta Corradi, il capitano De Santis in rappresentanza delle autorità giudiziarie e l'avvocato d'ufficio nominato dalla Procura per tutelare gli interessi del minore. Il piccolo Marco sedeva accanto a sua madre, vestito per la prima volta con un abito pulito e caldo che le assistenti sociali gli avevano acquistato quella mattina stessa. Il suo volto magro cominciava a riacquistare un colorito umano, ma il suo sguardo rimase vigile, attento a ogni minimo movimento nella stanza.

Il notaio Marchesi, un uomo anziano con occhiali da vista sottili e mani macchiate dall'età, inserì una chiave d'ottone nella cassaforte a muro dell'ufficio ed estrasse una busta sigillata con la cera lacca rossa recante lo stemma della famiglia Aldrovandi.

"Siamo qui riuniti," esordì il notaio con voce solenne, "per dare lettura dell'ultimo testamento olografo depositato dal dottor Vittorio Aldrovandi tre anni or sono, con le relative integrazioni e rinunce pervenute nelle ultime ventiquattro ore."

Marta stringeva la mano del figlio così forte che le sue nocche erano diventate bianche. Sentivo la sua tensione attraversare il tavolo come una scarica di corrente continua.

Il notaio ruppe i sigilli ed iniziò a leggere con tono monocordo:

"Io sottoscritto Vittorio Aldrovandi, sano di mente e di corpo, dispongo delle mie ultime volontà. Consapevole delle colpe che gravano sulla mia coscienza e della distruzione che le mie scelte hanno portato alle persone che avrebbero dovuto essere protette dal mio nome, nomino unico ed esclusivo erede universale di tutti i miei beni immobiliari, delle quote azionarie non sottoposte a sequestro giudiziario e dei fondi depositati presso la Banca Centrale Svizzera il minore Marco Corradi, figlio della fu Silvia Corradi."

Un lungo silenzio scese sulla stanza. Marta si coprì la bocca con una mano, lasciandosi andare a un pianto soffocato ma privo di dolore: era il pianto di chi vede finalmente crollare il muro d'ingiustizia che l'aveva imprigionata per la vita intera.

"Il valore stimato dei cespiti non oggetto di sequestro preventivo," continuò il notaio alzando gli occhi dai fogli, "ammonta a circa quarantacinque milioni di euro, oltre alla proprietà di tre complessi residenziali in città e a una tenuta storica sulle colline di Fiesole. Inoltre, in data odierna, abbiamo ricevuto la dichiarazione irrevocabile di rinuncia a ogni pretesa ereditaria da parte del signor Lorenzo Lombardi."

"Quarantacinque milioni..." mormorò Marta, scuotendo la testa come se quelle cifre non appartenessero al mondo reale. "Io... io volevo soltanto che mio figlio avesse una giacca pulita e che potesse andare a scuola senza nascondersi."

"Quei soldi appartengono a tuo figlio, Marta," intervenne il capitano De Santis con calore. "Sono il prezzo che la famiglia Aldrovandi deve pagare per il male che vi ha fatto. Con questi fondi, la Procura costituirà un trust di tutela gestito da un comitato indipendente fino alla maggiore età di Marco, garantendo a te e a lui una rendita mensile importante, la massima protezione e la possibilità di ricominciare da capo in qualsiasi parte del mondo desideriate."

Marco alzò lo sguardo verso di me. "Signora Elena... e lei? Che cosa farà ora?"

La domanda del bambino mi colse di sorpresa, trafiggendomi il cuore con una dolcezza inaspettata. Guardai fuori dalla finestra verso la piazza dove centinaia di persone passeggiavano ignare dell'inferno che era stato appena sventato sotto i loro piedi.

"Io devo ricostruire la mia vita, Marco," risposi con un sorriso sincero. "La villetta in collina verrà venduta per risarcire le vittime delle speculazioni di Lorenzo. Io mi trasferirò in un piccolo appartamento in centro e tornerò a fare il mio lavoro di restauratrice di opere d'arte. Ho passato troppi anni a vivere in una casa di carta; ora voglio tornare a toccare le cose vere."

"Elena," disse Marta alzandosi e venendo verso di me. Mi prese entrambe le mani tra le sue, la sua stretta era forte, calda, colma di un rispetto profondo nato dal fuoco della tragedia. "Se non fosse stato per te... se quella sera nella lavanderia non avessi dato il tuo telefono a Marco, oggi saremmo morti entrambi in qualche fosso. Tu ci hai salvato la vita. Vogliamo che tu faccia parte del comitato di tutela di Marco. Vogliamo che tu rimanga nella nostra vita."

Guardai quel bambino che portava negli occhi lo stesso colore grigio dei miei ricordi più dolorosi, ma che ora rappresentava anche la speranza di una redenzione futura.

"Sarei onorata di farlo, Marta," risposi, e per la prima volta dopo anni sentii una lacrima di gioia vera solcarmi la guancia.

Ma mentre ci avviavamo verso la porta dell'ufficio notarile per firmare i documenti d'accettazione, il telefono cellulare del capitano De Santis squillò con insistenza. De Santis rispose, ascoltò le parole dell'interlocutore per pochi secondi e il suo volto si raggelò improvvisamente.

"Quando è successo?" chiese il capitano con tono secco.

Ascoltò ancora, poi chiuse la chiamata e si voltò verso di noi con un'espressione grave che spazzò via in un istante la serenità appena conquistata.

"Che cosa è successo, Capitano?" chiesi con il cuore che tornava a accelerare.

"L'avvocato Giulio Ranieri è stato trovato morto nella sua cella nel carcere della Dozza dieci minuti fa," rispose De Santis a bassa voce. "Apparentemente un arresto cardiaco, ma i medici sospettano un avvelenamento da cianuro nascosto in un farmaco che gli è stato consegnato durante l'ora d'aria."

Marta soffocò un grido.

"Ranieri non è arrivato al processo..." disse De Santis. "Qualcuno si è assicurato che non potesse mai parlare davanti a un giudice per rivelare i nomi degli altri complici dell'organizzazione immobiliare."

Un'ombra ultima e minacciosa continuava a vegliare sulle stradine di Bologna, ricordandoci che la battaglia contro la corruzione non era ancora del tutto conclusa.