Il filo invisibile di Bologna
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Il filo invisibile di Bologna

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I miei piedi si mossero prima che la mia mente potesse valutare il pericolo. Ignorai l'avvocato Ranieri, che imprecava a bassa voce mentre cercava disperatamente di raccogliere le banconote sparse sul pavimento della stazione sotto gli sguardi incuriositi dei passanti, e mi lanciai all'inseguimento di Marta Corradi.

La donna scendeva le scale mobili a rotta di collo, urtando i viaggiatori e lasciandosi dietro una scia di sguardi sbalorditi. La seguii giù nei meandri sotterranei della stazione dell'Alta Velocità, dove la luce artificiale dei neon creava un'atmosfera asettica e spettrale. I suoi passi risuonavano sul cemento lucido come colpi di pistola.

"Marta! Aspetti! La prego, si fermi!" urlai, sfidando il rumore dei treni in arrivo. "Non voglio farle del male! Sono la moglie di Lorenzo!"

A quelle parole, la donna si bloccò di colpo a pochi metri dal bordo del binario 15. Si voltò lentamente, il respiro affannato che le usciva dalla bocca sotto forma di spesse nuvole di vapore bianca. I suoi occhi, sgranati e venati di rosso, mi fissarono con una mescolanza inestricabile di odio purissimo e terrore ancestrale.

"La moglie..." sussurrò con una voce roca, affilata come una lama di rasoio. "La sposa perfetta della villa in collina. Quella che vive sulle lacrime di mia sorella e sul sangue della mia famiglia. Che cosa vuoi da me? Sei venuta a finire il lavoro che tuo marito ha iniziato dodici anni fa?"

"No! Non so nulla di quello che è successo!" gridai, facendo un lento passo avanti con le mani alzate per dimostrare che non ero una minaccia. "Io... io ho visto quel bambino ieri sera. Ho visto il numero di telefono. Ho trovato i messaggi nel computer di Lorenzo stasera. Voglio capire la verità, Marta. Per favore, dimmi cosa è successo a tua sorella Silvia!"

Marta emise una risata amara, priva di qualsiasi traccia di umorismo, un suono secco che mi fece gelare il sangue. "La verità? Tuo marito non ti ha raccontato della notte di maggio? Non ti ha detto che ha travolto mia sorella con la sua auto di lusso mentre tornava ubriaco da una cena di affari? Non ti ha spiegato come ha nascosto il suo corpo nel bagagliaio e l'ha gettata nel fiume Reno come se fosse una spazzatura qualunque per non rovinarsi la carriera di architetto emergente?"

Le sue parole cadevano su di me come pietre scagliate con violenza. Sentivo le gambe cedere, ma mi forza di restare in piedi. "Ma i messaggi... lui vi sta pagando da dodici anni. Perché non siete andati alla polizia?"

"Perché il tuo caro Lorenzo non era da solo quella notte!" gridò la donna, facendo un passo minaccioso verso di me. "Il suo socio, l'avvocato Ranieri, era in macchina con lui! Sono stati loro a minacciarmi. Se fossi andata dalle forze dell'ordine, avrebbero distrutto la mia vita e fatto sparire anche me. Mi hanno costretta al silenzio con un ricatto abietto: soldi mensili in cambio del mio silenzio, altrimenti avrebbero tolto la custodia di mio figlio Marco appena nato! Ma quei soldi non hanno mai ripagato la morte di Silvia! Mai!"

Un treno ad alta velocità sfrecciò sul binario adiacente con un boato sordo, facendo tremare la banchina di cemento e sollevando una raffica d'aria calda che ci investì entrambe. Nel momento in cui il rumore del treno attenuò il nostro isolamento, vidi un'ombra allungarsi alle spalle di Marta.

Era Ranieri. Aveva riposto i contanti all'interno della sua valigetta e si stava avvicinando a passo svelto, estraendo qualcosa di lucido dalla tasca interna dell'impermeabile.

"Marta, attenta!" urlai istintivamente.

La donna si girò di scatto, vide l'avvocato a pochi metri da lei e, mossa da un panico cieco, scavalcò la transenna di protezione del binario, buttandosi nella corsia di servizio sotterranea destinata al personale di manutenzione. Scomparve nel buio dei tunnel secondari prima che chiunque potesse fermarla.

Ranieri si bloccò a un metro da me. Il suo volto raffinato ed elegante era trasformato da una smorfia di pura rabbia. Ripose l'oggetto che teneva in mano — una siringa preriempita con un liquido trasparente — e mi fissò con occhi privi di qualsiasi empatia.

"Non dovresti ficcare il naso dove non ti compete, Elena," disse con una voce gelida, quasi robotica. "Lorenzo ti ha sempre protetta da tutto questo. È un debole, un sentimentale che ha continuato a farsi prosciugare da quella vipera per senso di colpa. Ma io non ho la sua pazienza. Tu non sai a cosa vai incontro."

"Sei stato tu..." balbettai, indietreggiando verso la rampa di scale. "Hai orchestrato tutto tu. L'incidente... la scomparsa della ragazza... le minacce!"

"Lorenzo guidava quell'auto, Elena," replicò Ranieri con un sorriso velenoso che mi fece venire la nausea. "Se io crollo, crolla anche lui. Crolla la tua casa, crolla la tua vita agiata, la tua reputazione, tutto ciò che hai creduto reale negli ultimi dieci anni. Torna a casa. Fai finta di non aver visto nulla. È l'unico modo per salvare tuo marito."

L'avvocato si voltò e si allontanò a passi rapidi verso l'uscita della stazione, lasciandomi sola nell'abisso di quella verità devastante. Ma mentre mi accasciavo contro la parete di cemento per non svenire, notai qualcosa a terra, vicino al punto in cui Marta era saltata oltre la balaustra.

Era un piccolo diario di pelle nera, consumato agli angoli. Deve essere caduto dalla borsa di Marta durante la fuga. Lo raccolsi e lo nascosi rapidamente nella mia borsa prima che le guardie giurate della stazione arrivassero sul posto, attirate dalle urla.

Quando rientrai in casa due ore dopo, la villetta era completamente vuota. Sul tavolo della cucina c'era un biglietto scritto di pugno da Lorenzo: "Sono dovuto andare urgentemente in studio con Giulio per una pratica immobiliare improcrastinabile. Ci vediamo stasera. Ti amo."

Aprii il diario di Marta Corradi seduta sul pavimento del soggiorno. Le prime pagine contenevano appunti confusi, date, registrazioni di spese mediche per il piccolo Marco. Ma verso la metà del taccuino, una pagina datata sei mesi prima attirò la mia attenzione con una forza gravitazionale spaventosa.

Marta vi aveva incollato una fotografia sbiadita scattata dodici anni fa. Vi figurava sua sorella Silvia, sorridente, accanto a una ragazza bionda. E sul retro della foto, scritto a matita con la grafia di una adolescente, c'era un testo che ribaltava completamente ogni mia convinzione:

"Se mi dovesse succedere qualcosa, sapete che è stato il dottor Lorenzo. Non perché mi ha investito... ma perché non voleva che nessuno sapesse del bambino che portavo in grembo."

Mio marito non aveva commesso un semplice e tragico incidente stradale con omissione di soccorso. Aveva un movente per eliminare quella ragazza. E il bambino... il piccolo Marco, che ieri sera tremava nella lavanderia avvolto in un sacco della spazzatura, non era il nipote di Marta.

Era il figlio di Lorenzo.

In quel preciso istante, il telefono fisso della casa cominciò a squillare con un rintocco assordante. Risposi con mano tremante. La voce dall'altra parte del filo non era quella di mio marito, né quella di Ranieri.

Era la voce del piccolo Marco, che piangeva disperatamente: "Signora... la prego, aiuti la mia mamma! L'hanno presa... due uomini l'hanno caricata su un furgone nero sotto scuola mia! Hanno detto che adesso tocca a me!"