Il filo invisibile di Bologna
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Il filo invisibile di Bologna

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La porta si aprì a metà. Mi irrigidii contro il profilo della sedia, il cuore che picchiava contro le costole come un uccello impazzito in gabbia. Lorenzo era lì, avvolto nel suo accappatoio scuro, con un asciugamano intorno al collo e i capelli ancora grondanti d'acqua. Nel buio della stanza, le sue silhouette sembrava minacciosa, titanica, priva della consueta morbidezza che gli avevo sempre attribuito.

"Elena?" disse con voce bassa, quasi un sussurro. "Perché sei ancora qui? C'è qualcosa che non va?"

"Ho... ho dimenticato di spegnere la stampante," mentii, la voce che scivolava su un filo d'aria pericolosamente sottile. Con una mossa rapidissima della mano nascosta dall'ombra della scrivania, ho abbassato la tastiera e premuto il pulsante di blocco dello schermo. "Mi è sembrato di sentire un rumore strano e mi sono fermata a controllare. Sto venendo a letto."

Lorenzo rimase immobile sulla soglia per diversi lunghi secondi. Sentivo il suo sguardo penetrare l'oscurità, cercava di leggere sul mio volto i segni di una crepa, un'esitazione, una qualsiasi prova del fatto che il suo segreto non era più soltanto suo. Poi, emitò un lungo sospiro, un suono stanco che pareva strappato dalle viscere.

"Questa casa è troppo grande per noi due," mormorò quasi tra sé e sé, voltandosi verso il corridoio. "A volte sento degli echi stranissimi. Vieni a dormire, per favore. Non voglio stare da solo stasera."

Quelle parole, pronunciate da un uomo che nascondeva un fantasma vecchio di dodici anni, mi fecero salire i brividi lungo la schiena. Lo seguii in camera da letto, infilandomi sotto le coperte dalla parte opposta del letto matrimoniale. Quando si coricò accanto a me, chiudendo gli occhi, finsi di dormire. Ma rimasi vigile per tutta la notte, ascoltando il suo respiro irregolare e scosso da continui sussulti. Verso le quattro del mattino, quando il suo sonno divenne finalmente profondo e pesante, mi alzai in silenzio.

Sfilai con delicatezza le chiavi della sua auto dalla tasca del cappotto appeso all'ingresso. Avevo bisogno di risposte geografiche, di toccare con mano la realtà di quel filo invisibile che univa la nostra vita dorata alla disperazione di quella donna e di quel bambino vestito di plastica.

Uscii di casa mentre la prima luce alba di un venerdì plumbeo iniziava a tingere le stradine di Bologna. La pioggia si era trasformata in una nebbia fitta e lattiginosa che avvolgeva i portici e le torri come un lenzuolo funebre. Salii sulla mia auto e mi diressi verso l'indirizzo che ero riuscita a ricavare dagli archivi pubblici associati al nome di Marta Corradi: un vecchio complesso di edilizia popolare nel quartiere della Bolognina, una zona segnata dal degrado e dalle cicatrici dell'abbandono industriale.

Il palazzo era un casermone di cemento grigio con finestre sbarrate e facciate scrostate dall'umidità. L'aria odorava di gas di scarico e muffa antica. Parcheggiai a debita distanza, nascondendomi dietro una fila di cassonetti della spazzatura, e attesi. Non sapevo esattamente cosa stessi cercando, ma sapevo che il bambino doveva uscire per andare a scuola, o la madre per cercare di sbarcare il lunario.

Alle sette e mezza in punto, la porta principale del palazzone si aprì. Ne uscì la donna della lavanderia. Alla luce spietata del mattino, il suo aspetto era ancora più tragico di quanto avessi percepito la sera prima. Era magra fino all'ossatura, con rughe profonde che le solcavano le guance magre e un cappotto sfilacciato che non le garantiva alcuna protezione contro il freddo pungente di novembre. Accanto a lei c'era il bambino. Indossava dei pantaloni troppo corti per le sue gambe lunghe e una giacca stazzonata, chiaramente avuta in dono da qualche associazione di carità. Il sacco di plastica della sera prima era sparito, ma la desolazione nei suoi occhi grigi rimase identica.

Li seguii a piedi, mantenendo una distanza di sicurezza tra i portici scalcinati del quartiere. La donna accompagnò il figlio fino al cancello di una scuola media statale. Prima di lasciarlo entrare, si chinò verso di lui, gli prese il viso tra le mani e gli disse qualcosa con un'urgenza disperata. Il bambino annuì lentamente, poi si girò ed entrò nel cortile dell'istituto.

Marta Corradi rimase a fissare il vuoto per qualche minuto, stringendosi le braccia al petto come se tentasse di scacciare un freddo interno che nessuna coperta avrebbe mai potuto riscaldare. Poi si avviò a passi rapidi verso la stazione centrale dei treni.

La seguii all'interno dell'atrio affollato di pendolari e turisti. La donna si diresse verso la zona dei depositi bagagli automatici, muovendosi con la decisione di chi compie un gesto consolidato da una routine paranoica. Sfilò una piccola chiave arrugginita dalla tasca interna della giacca, aprì lo scomparto numero 42 ed estrasse una busta di carta gialla, spessa e visibilmente pesante.

Prima che potesse richiudere lo sportello, un uomo alto, avvolto in un impermeabile scuro e con un cappello calato sugli occhi, le si avvicinò da tergo. Non potevo vedere il suo volto, ma la reazione di Marta fu immediata: si bloccò, paralizzata dal terrore, lasciando cadere la busta a terra. Da essa fuoriuscirono decine di mazzette di banconote legate con elastiche rosse.

L'uomo si chinò per raccogliere i soldi, e nel farlo si girò leggermente di profilo verso la luce dei tabelloni degli orari dei treni.

Il mio cuore si fermò. Non era Lorenzo. Ma il volto di quell'uomo mi era spaventosamente familiare: era il socio di studio di mio marito, l'avvocato Giulio Ranieri, l'uomo che gestiva tutte le finanze legali e personali della nostra famiglia.

In quel momento preciso, Marta Corradi alzò gli occhi e il suo sguardo incrociò il mio attraverso la folla di pendolari. Il panico sul suo volto si trasformò in una maschera di pura frenesia. Prima che Ranieri potesse riprendere il controllo della situazione, la donna gettò a terra la borsa, si voltò e cominciò a correre a perdifiato verso i binari sotterranei della stazione, gridando aiuto con una voce che squarciò l'aria fredda della mattina.