Il suono dei passi di Lorenzo sul parquet di rovere risuonava come un rintocco funebre nel silenzio irreale della villa. Il mio cuore batteva così forte nelle orecchie da coprire quasi il rumore della pioggia battente contro i vetri dello studio. Con un gesto frenetico e istintivo, guidato dal puro terrore, ho chiuso la scheda del browser e ho spento lo schermo del computer. L'oscurità ha inghiottito la stanza proprio un secondo prima che la maniglia in ottone ruotasse e la porta si spalancasse.
Lorenzo rimase sulla soglia, sagomato dalla luce giallastra del corridoio. Indossava il suo elegante cappotto di lana cotta, ancora bagnato d'acqua. Tra le mani teneva la valigetta di pelle da cui non si separava mai.
"Elena?" disse, la voce insolitamente profonda e incrinata dalla stanchezza. "Che ci fai al buio? Mi hai fatto prendere un colpo. Perché non hai acceso le luci?"
Ho deglutito a vuoto, cercando di costringere i muscoli del mio viso a comporre un sorriso credibile. Mi sono alzata lentamente dalla sedia da ufficio, aggrappandomi al bordo della scrivania per non far notare il tremore innaturale che mi agitava le ginocchia. "Ero... ero stanca, Lorenzo. Avevo un forte mal di testa e stavo riposando un attimo gli occhi prima di andare a dormire. Non ti aspettavo prima di domani sera. Il convegno a Milano non doveva durare fino a venerdì?"
Mio marito fece un passo avanti nella stanza, lasciandosi cadere sulla poltrona di pelle di fronte alla scrivania. Nel penombra, il suo volto affilato e distinto sembrava scavato da occhiaie profonde che non gli avevo mai visto prima. C'era un'inquietudine palpabile nel modo in cui si sistemava il colletto della camicia, un nervosismo sotterraneo che contrastava nettamente con la sua solita calma olimpica da stimato professionista.
"Hanno annullato le sessioni serali per via del maltempo," rispose, evitando con cura di fissarmi negli occhi. "E poi... volevo tornare a casa. C'è un'atmosfera strano in giro stasera. Questa pioggia sembra non voler finire mai."
Sì, la pioggia. Quella stessa pioggia che fuori stava lavando le strade di Bologna e che, in una lavanderia a gettoni squallida e periferica, aveva spinto verso di me un bambino con occhi da adulto e un sacco di plastica per mantello. Ho fissato Lorenzo, l'uomo con cui avevo condiviso dieci anni della mia vita, la persona di cui mi fidavo cieca ed incrollabilmente. Guardavo le sue mani curate, le stesse mani che la domenica mattina preparavano il caffè e che ora, secondo quei messaggi maledetti, versavano mensilmente somme di denaro per mettere a tacere un crimine sfigurato dal tempo.
"Ti preparo qualcosa di caldo?" chiesi, costringendomi a recitare la parte della moglie premurosa. La mia voce suonava falsa perfino ai miei stessi auricolari, ma lui sembrava troppo assorbito dai propri demoni per notarlo.
"No, grazie. Voglio solo fare una doccia e andare a letto," mormorò, alzandosi pesante. Prima di uscire dallo studio, si fermò un istante sulla soglia. Sotto la luce tenue del corridoio, il suo sguardo cadde sul mio telefono appoggiato sulla scrivania. Il display si era illuminato per una notifica secondaria. Lorenzo fissò l'apparecchio con una fissità quasi maniacale, il collo teso come quello di un cattivo presagio, prima di voltarsi ed uscire senza dire un'altra parola.
Aspettai che il rumore dell'acqua della doccia cominciasse a scorrere nel bagno padronale. Solo allora mi permettai di respirare. Il petto mi bruciava. Saltai sul computer, reinserii la password con dita tremanti e riaprii la cronologia delle chat. L'ultimo messaggio della donna parlava di una clinica, di un segreto inconfessabile e di una sorella. Una sorella di cui quel bambino di dodici anni doveva ignorare la sorte o piangere la memoria.
Chi era quella donna? Perché parlava di "quella notte"? La data del primo messaggio coincideva esattamente con la primavera di dodici anni prima. Fu proprio in quei mesi che Lorenzo iniziò a fare improvvisi viaggi di lavoro nel fine settimana, giustificandoli con i rilievi per un grande cantiere di ristrutturazione vicino al fiume Reno, nei pressi di Casalecchio. All'epoca non avevo avuto alcun sospetto. Eravamo giovani, stavamo mettendo le basi per la nostra vita insieme e la diagnosi sulla mia sterilità ci aveva appena travolto come un macigno imprevedibile, incrinando le nostre speranze di famiglia.
Decisi che non potevo semplicemente restare ad aspettare che il castello di bugie crollasse da solo. Avevo bisogno di un volto, di un nome. Tornai all'applicazione di messaggistica di mio marito. Attraverso le impostazioni di backup, riuscii a rintracciare l'intestazione delle ricevute dei bonifici bancari inviati da Lorenzo nel corso degli anni tramite un conto cifrato estero. Un nome compariva ripetutamente come beneficiario finale prima che le somme venissero prelevate in contanti: Marta Corradi.
Marta Corradi. Un nome banale, ma che a Bologna poteva nascondere mille storie drammatiche. Cercai immediatamente sul database dell'anagrafe e sulle cronache locali online risalenti a dodici anni fa, combinando il nome con le parole chiave "incidente", "ragazza", "fiume".
I risultati della ricerca impiegarono solo tre secondi per apparire. Ma quello che apparve sullo schermo fece calare la notte eterna nella mia mente.
Nel maggio di dodici anni fa, una ragazza di sedici anni di nome Silvia Corradi, sorella minore di Marta Corradi, era scomparsa durante una notte di temporale vicino alle sponde del fiume Reno. Il suo corpo non era mai stato ritrovato, ma la sua bicicletta era stata rinvenuta sfracellata sul ciglio della strada statale, urtata con violenza da un veicolo pirata che si era poi dato alla fuga nel buio senza prestare soccorso.
Sentii un gelo viscerale risalire dalle caviglie fino alla testa. Lorenzo, quella notte di dodici anni fa, era arrivato a casa alle tre del mattino. Ricordavo perfettamente che la sua auto presentava una profonda rientranza sul paraurti anteriore destro. Mi aveva detto di aver urtato un cinghiale mentre percorreva la strada provinciale tutta buia.
Mentre ricollegavo ogni tassello di quell'incubo, il rumore dell'acqua nel bagno si fermò improvvisamente. Il silenzio tornò ad avvolgere la villetta. Sentii i passi scalzi di Lorenzo uscire dal bagno e dirigersi non verso la camera da letto, ma direttamente lungo il corridoio, verso la porta dello studio dove mi trovavo.
E questa volta, non c'era alcuna luce ad avvertirmi. La maniglia iniziò a scendere lentamente.






