Il filo invisibile di Bologna
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Il filo invisibile di Bologna

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Il rumore metallico fu seguito immediatamente dal crepito di rami spezzati sotto passi pesanti e felpati. L'adrenalina mi salì al cervello come un'ondata di fuoco. Ranieri o i suoi uomini avevano tracciato il segnale del mio telefono secondario, oppure avevano piazzato un dispositivo GPS sulla mia auto quando mi ero fermata davanti alla scuola di Marco.

non c'era tempo per il panico. Spensi subito la luce del casolare, lasciando la stanza immersa nella penombra opaca del primo pomeriggio nebbioso.

"Marco, vieni qui, velocemente e senza fare rumore," sussurrai al bambino, afferrandolo per le spalle. Lo guidai verso una botola di legno situata sotto il grande tappeto del soggiorno, un vecchio passaggio sotterraneo che mio padre usava come cantina per il vino e che comunicava direttamente con la stalla posteriore.

"Rimani qui sotto e non uscire per nessun motivo finché non torno a prenderti," gli dissi negli occhi, stringendogli forte la mano. "Qualsiasi cosa tu senta, non urlare."

Il bambino annuì con una maturità spaventosa, stringendo tra le mani il diario di pelle nera di sua zia Marta che gli avevo affidato. Chiusi la botola, riposizionai il tappeto con un gesto rapido e mi nascosi dietro l'ampio armadio a muro posizionato accanto all'ingresso principale.

Un secondo dopo, la porta di legno della baita venne abbattuta con un calcio violento che fece volare schegge ovunque. Due uomini armati di pistole con silenziatore entrarono nella stanza, muovendosi con la coordinazione tattica di ex militari o mercenari professionisti.

"Cerca il ragazzino," disse uno dei due con voce impostata e senza inflessioni. "L'avvocato Ranieri vuole la donna viva per il momento, ma il piccolo deve sparire prima del meeting di stasera."

Mentre i due uomini cominciavano a perlustrare il piano terra, ribaltando i mobili ed esplorando le stanze da letto, sgusciai fuori dal mio nascondiglio e corsi verso la porta posteriore della cucina, che dava direttamente sui boschi di castagni che circondavano la proprietà. Feci volutamente rumore nell'aprire il serramento per attirare la loro attenzione lontano dalla botola dove era nascosto Marco.

"È scappata dal retro! Insegui la donna!" gridò uno dei mercenari.

Mi lanciai a perdifiato nella nebbia fitta dei colli bolognesi. I rami secchi mi graffiavano il viso e le braccia, la pioggia trasformava il terreno in un fango scivoloso che minacciava di farmi cadere ad ogni passo. Sentivo i passi dei due uomini dietro di me, il loro respiro pesante che accorciava la distanza ad ogni secondo.

Conoscevo quei boschi fin da bambina; sapevo dove si trovavano i burroni più ripidi e le vecchie trincee della Seconda Guerra Mondiale. Mi diressi verso il dirupo della 'Rupe del Diavolo', una parete di roccia scoscesa che cadeva a picco per trenta metri nel torrente sottostante. Giunta sul ciglio del precipizio, mi nascosi all'interno di un cavo di un grande leccio secolare, trattenendo il respiro mentre la nebbia inghiottiva tutto intorno a me.

I due uomini arrivarono sul ciglio della rupe pochi secondi dopo. "Maledizione, l'abbiamo persa con questa nebbia di merda," imprecò uno di loro. "Torna al casolare e setaccia ogni centimetro del pavimento. Se il ragazzino è lì sotto, trovalo e finisci la storia."

I loro passi si allontanarono nella direzione opposta. Non potevo permettere che tornassero al casolare e trovassero la botola. Con le mani sanguinanti e i vestiti strappati, uscii dal mio nascondiglio e percorsi un sentiero secondario che scendeva verso la strada provinciale. Lì, abbandonata sul ciglio della strada, c'era un'auto di servizio della ditta di manutenzione stradale con le chiavi ancora inserite nel quadro. Salii a bordo senza esitare, mise in moto e partii a tutta velocità.

Invece di tornare al casolare — sapendo che ormai era compromesso — feci una deviazione disperata. Avevo bisogno di un alleato potente, qualcuno che non fosse legato all'impero immobiliare di mio marito o alla ragnatela di ricatti dell'avvocato Ranieri.

Mi diressi verso il centro di Bologna, guidando fino al comando provinciale dei Carabinieri in via ed entrati nell'ufficio del capitano De Santis, un vecchio amico di mio padre che anni prima si era occupato dell'indagine, poi archiviata, sulla scomparsa di Silvia Corradi.

De Santis mi accolse nel suo studio con uno sguardo sorpreso e preoccupato nel vedermi ridotta in quelle condizioni: vestiti coperti di fango, mani ferite e uno sguardo folle di determinazione.

"Elena? Cosa ti è successo? Che ci fai qui?" chiese alzandosi dalla scrivania.

Appoggiai sul suo tavolo il diario di Marta Corradi e la registrazione della telefonata che avevo fatto a Lorenzo un'ora prima. "Capitano, dodici anni fa avete archiviato la scomparsa di Silvia Corradi come un caso di allontanamento volontario o incidente con auto pirata svanita nel nulla. Stasera vi consegno i colpevoli. Ma dovete agire ora, prima che ammazzino un bambino di dodici anni e sua madre."

De Santis ascoltò la registrazione e sfogliò le pagine del diario. Man mano che leggeva, il suo volto si irrigidiva e le sue sopracciglia si contraevano in un'espressione di sdegno e gravità professionale.

"L'avvocato Ranieri e Lorenzo..." mormorò il capitano. "Sappiamo da tempo che le finanze dello studio Ranieri-Lombardi presentano anomalie legate al riciclaggio di denaro ed estorsioni edilizie, ma non avevamo mai avuto una prova d'accusa così diretta per un omicidio."

"Lorenzo mi aspetta stasera alle dieci al santuario di San Luca," dissi, la voce che tremava per l'esaurimento fisico ma non per la determinazione. "Vuole uno scambio. Ma Ranieri sarà lì per uccidere sia me che lui e ripulire definitivamente il campo da ogni prova."

"Non andrai da sola, Elena," disse il capitano De Santis estraendo una pistola dalla fondina e facendo una chiamata rapida alla centrale operatore per mobilitare le squadre d'assalto delle forze speciali. "Organizzeremo una trappola intorno al porticato di San Luca. Ma prima dobbiamo recuperare quel bambino."

Mantai una squadra di agenti in borghese al casolare per mettere in salvo il piccolo Marco. Dieci minuti dopo, la radiolina del capitano gracidò: "Capitano, abbiamo recuperato il minore. È incolume. Ma abbiamo trovato anche due uomini armati privi di sensi nel piazzale: qualcuno li ha neutralizzati prima del nostro arrivo."

Rimanemmo pietrificati. Chi altro c'era in questa partita? Chi stava cacciando i cacciatori?

Il capitano De Santis mi guardò con serietà estrema. "Elena, c'è un terzo elemento in questa storia che non conosciamo. Qualcuno che si sta muovendo nell'ombra parallelamente a noi."

Guardai l'orologio della parete: erano le nove di sera. Fuori, le luci dei lunghi portici che salivano verso il Santuario della Madonna di San Luca sembravano un serpente di fuoco dorato immerso in un mare di nebbia nerissima. Il momento della resa dei conti era arrivato.