Il filo invisibile di Bologna
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Il filo invisibile di Bologna

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Le urla soffocate del piccolo Marco al telefono spezzarono l'ultimo barlume di lucidità che mi rimaneva. La sua voce sottile, spezzata dai singhiozzi e dal terrore di chi si sente abbandonato dal mondo intero, risuonava nella mia testa come una condanna inappellabile.

"Marco! Ascoltami bene," dissi, cercando di imporre alla mia voce un tono calmo e autorevole che in realtà non possedevo. "Dove sei adesso? Sei al sicuro? Sei ancora all'interno della scuola?"

"Sono... sono nascosto nel bagno dei maschi al primo piano," balbettò il bambino, la respirazione corta e affannata. "I maestri non mi hanno visto scappare dal cortile. Ho visto quei signori cattivi picchiare la mamma e metterle un sacco in testa. Poi uno di loro ha detto che sarebbe venuto a cercare il 'figlio dell'architetto'. Signora, io ho paura... perché hanno detto quella parola? Chi è l'architetto?"

Un brivido gelato mi attraversò la spina dorsale. Ranieri non stava più soltanto coprendo le tracce del passato; stava eliminando fisicamente chiunque potesse testimoniare. E Lorenzo... fino a che punto mio marito era complicato in quella follia omicida? Era davvero lui il mandante del rapimento della donna che aveva amato e tradito dodici anni prima?

"Rimani chiuso lì dentro, Marco. Sbarra la porta dall'interno e non aprire a nessuno per nessuna ragione al mondo. Sto arrivando a prenderti. Hai capito? Arrivo tra dieci minuti."

Chiusi la chiamata, mi infilai la giacca ed uscii di casa a rotta di collo. La pioggia a Bologna si era trasformata in un rovescio battente che oscurava la vista e rendeva il traffico di viale Silvani un incubo paralizzato. Guidai con la mente in fiamme, tagliando le precedenze e ignorando i semafori rossi. L'immagine di quel bambino — mio marito... il figlio di Lorenzo — abbandonato al suo destino scatenava in me un istinto materno primordiale, una furia cieca che non sapevo nemmeno di possedere.

Arrivai davanti alla scuola media della Bolognina in meno di dieci minuti. Parcheggiai l'auto sul marciapiede, scavalcai il cancello secondario dell'istituto ed entrai dal retro, eludendo la sorveglianza dell'ingresso principale dove due bidelli stavano parlando tranquillamente senza accorgersi di nulla.

I corridoi della scuola erano deserti, impregnati dell'odore familiare di cera per pavimenti e gesso. Salii le scale a due a due fino al primo piano e individuai la porta del bagno dei maschi.

"Marco? Sono Elena. La signora della lavanderia. Puoi aprire, sono sola," sussurrai picchiettando leggermente sul legno scuro della porta.

Si sentì il rumore di una sedia trascinata sul pavimento, poi la serratura scattò. La porta si aprì di pochi centimetri e il viso spaventato di Marco comparve nella fessura. Senza dire una parola, lo afferrai per mano, lo tirai fuori e lo strinsi a me. Il suo piccolo corpo tremava irrefrenabilmente; odorava di freddo e di pioggia.

"Andiamo via subito di qui," dissi. Ma prima che potessimo fare anche solo un passo verso le scale di emergenza, il suono di passi pesanti e cadenzati risuonò dal fondo del corridoio.

Mi sporsi leggermente oltre l'angolo dell'ingresso. Due uomini in giacca di pelle scura, con auricolari e un atteggiamento inequivocabilmente minaccioso, stavano perlustrando le aule una ad una. Erano i tirapiedi ingaggiati da Ranieri.

"Da questa parte, presto!" sussurrai a Marco, guidandolo verso la scala antincendio esterna che dava sul cortile posteriore. Scendemmo i gradini di metallo scivolosi mentre la pioggia ci bagnava i volti. Riuscimmo a raggiungere la mia auto senza essere visti e mi immisi immediatamente nel flusso del traffico cittadino, dirigendomi verso la periferia nord, lontano da casa mia e dagli itinerari abituali.

Il bambino rimase raggomitolato sul sedile del passeggero, tenendo le ginocchia schiacciate contro il petto. "Signora... dove stiamo andando? La mia mamma è morta?"

"No, Marco. La tua mamma è forte, e noi la troveremo," risposi, cercando di crederci io stessa. "Ma ora devi dirmi una cosa importante. Tua madre ti ha mai parlato di un uomo di nome Lorenzo?"

Il bambino scosse la testa lentamente. "No. La mamma mi diceva solo che mio padre era un uomo cattivo e ricco che ci aveva abbandonati prima che io nascessi. Mi diceva che per colpa sua non potevamo mai stare nello stesso posto per più di tre mesi, altrimenti i suoi amici ci avrebbero trovati."

Guardai il suo profilo di traverso mentre guidavo. I suoi occhi grigi, la forma del suo mento, persino il modo in cui stringeva i pugni quando era nervoso... erano la copia esatta di Lorenzo quando lo avevo conosciuto ai tempi dell'università. Non serviva alcun test del DNA per confermare quella tragica eredità. Mio marito aveva avuto un figlio dalla sorella di Marta, l'aveva fatta uccidere per coprire lo scandalo che avrebbe distrutto la sua carriera e la sua credibilità, e poi aveva pagato Marta per dodici anni per mantenere il segreto, lasciando che il suo stesso sangue crescesse nella miseria e nel terrore.

La rabbia che mi salì dal cuore fu così violenta da oscurarmi la vista per un secondo. Non stavo più solo cercando di salvarmi dal crollo del mio matrimonio: stavo combattendo per la giustizia di una ragazza uccisa e per la vita di un bambino innocente.

Decisi di portare Marco nell'unico posto dove Ranieri non avrebbe mai pensato di cercarci: un vecchio casolare abbandonato sui colli bolognesi che la mia famiglia possedeva da generazioni e di cui Lorenzo non conosceva nemmeno l'esistenza, poiché era rimasto intestate esclusivamente a me dopo la morte di mio padre.

L'edificio era immerso nella vegetazione folta e isolato da qualsiasi strada principale. Dopo aver fatto entrare Marco e avergli dato una coperta pesante e dell'acqua calda che avevo conservato in un thermos, accesi il mio telefono secondario, acquistato in contanti un mese prima per emergenze di lavoro.

Digitai il numero di Lorenzo. Rispose al primo squillo. La sua voce era alterata, panico e rabbia si mescolavano in una miscela tossica.

"Elena! Dove cazzo sei?!" urlò. "Giulio mi ha detto che ti ha vista alla stazione! Sei sparita da casa, il tuo telefono principale è spento! Che cosa sta succedendo?!"

"So tutto, Lorenzo," dissi con una calma glaciale che sorprese persino me stessa. "So di Silvia Corradi. So del bambino che hai fatto morire con lei dodici anni fa. E so che il piccolo Marco è tuo figlio."

Dall'altra parte della linea cadde un silenzio di tomba. Sentivo soltanto il respiro affannato di mio marito, un suono pesante e rovinoso come quello di una roccia che precipita in un burrone.

"Elena... ti prego," mormorò infine, la voce ridotta a un grugnito supplichevole. "Non è come pensi. Non hai idea di cosa sia capace Ranieri. Non puoi capire..."

"Se vuoi rivedere tuo figlio vivo, e se ti resta ancora una minima traccia di umanità nel petto, vieni da solo all'eremo di San Luca stasera alle dieci," lo interrompei, tagliando corto. "E portati dietro la prova che Ranieri ha ucciso Silvia. Altrimenti invierò tutti i dati del tuo archivio cloud alla Procura della Repubblica."

Chiusi la chiamata prima che potesse replicare. Ma mentre mi voltavo verso il tavolo di legno del casolare per pianificare la mia mossa successiva, sentii un rumore metallico provenire dal retro della casa.

Qualcuno aveva appena tagliato la catena del cancello posteriore.