"Un'intuizione brillante, mia cara Elena," disse Vittorio Aldrovandi con una voce profonda, vellutata e priva di qualsiasi inflessione di nervosismo. I suoi occhi, d'un azzurro glaciale e privi di vita come quelli di una statua di marmo, fissavano il vano della cassaforte aperta alle mie spalle. "Lorenzo mi ha sempre detto che eri una donna distratta, dedita soltanto alle sue piante e alla beneficenza. Evidentemente mio figlio ti aveva sottovalutata enormemente."
"Mio figlio?" balbettai, congelata sul posto con la mano ancora tesa verso la cassaforte. "Lorenzo... è tuo figlio?"
Aldrovandi accennò un sorriso freddo che non toccò minimamente le sue rughe d'espressione. "Lorenzo è il frutto di una giovinezza sconsiderata, esattamente come la povera Silvia Corradi. Solo che Lorenzo aveva un talento naturale per l'architettura e un'assoluta mancanza di spina dorsale, il che lo rendeva lo strumento perfetto per la mia espansione immobiliare a Bologna. Non ho mai permesso che sapesse della nostra reale consanguineità; gli bastava credere che io fossi semplicemente il suo mecenate più generoso."
Sentii un brivido profondo scorrermi lungo le ossa. Lorenzo non era soltanto un complice: era stato una marionetta nelle mani di suo padre per tutta la vita, manipolato da un uomo che vedeva i propri figli come semplici pedine da muovere o eliminare su una scacchiera di denaro e potere.
"Sei un mostro..." sussurrai, stringendo le dita intorno al bordo della scrivania. "Hai fatto uccidere tua figlia Silvia, hai trasformato tuo figlio Lorenzo in un criminale e hai abbandonato tuo nipote Marco nella miseria più nera!"
"La morale è un lusso per persone prive di ambizione, Elena," rispose Aldrovandi facendo un lento passo avanti nella stanza, la canna della sua pistola dorata che non oscillava di un millimetro. "Silvia voleva distruggere il mio impero prima ancora che venisse costruito. Ranieri ha fatto solo ciò che era necessario quella notte per evitare uno scandalo letale. Ora, sii una brava ragazza: fai un passo indietro e lasciami prendere quella scatola e quel nastro."
"Non ti darò un bel niente," dissi, la voce che improvvisamente ritrovò una forza che non sapevo di avere. "I Carabinieri sono al piano di sotto. Non uscirai vivo da questa casa."
Aldrovandi emise un breve scontento. "I Carabinieri che hai sentito sotto sono attualmente occupati con quattro dei miei uomini più addestrati. Prima che salgano questa rampa di scale, io sarò già uscito dalla rampa garage sotterranea con la mia scorta privata. E tu sarai solo una tragica vittima di un conflitto a fuoco tra bande criminali."
Mentre pronunciava quelle parole con una spaventosa indifferenza, Aldrovandi iniziò a premere il grilletto della sua pistola.
In quell'istante infinitesimale, non pensai alla mia vita. Pensai a Silvia, alla sua giovinezza rubata; pensai a Marta, che aveva vissuto dodici anni nell'inferno del terrore; e pensai al piccolo Marco, che meritava un futuro libero dall'ombra di quella famiglia maledetta.
Invece di fare un passo indietro, afferrai con entrambe le mani il pesante orologio antico di legno staccato dal muro e lo scagliai con tutta la forza del mio corpo contro il volto di Aldrovandi.
Il colpo di pistola partì nell'aria con un boato sordo, ma il proiettile si conficcò nel soffitto di gesso mentre il pesante involucro di quercia colpiva in pieno il braccio dell'uomo. Aldrovandi emise un grido di dolore e rabbia, perdendo la presa sulla pistola che ruzzolò sul pavimento.
Mi lanciai in avanti per recuperare l'arma, ma l'anziano miliardario, mosso da una furia disperata, mi afferrò per i capelli e mi sbatte con forza contro la scrivania. La mia vista si appannò per un secondo, il sapore amaro del sangue mi riempì la bocca.
"Puttana insolente!" ruggì Aldrovandi recuperando il suo bastone dal pomello d'argento e alzandolo sopra la mia testa per colpirmi di nuovo.
Ma prima che il colpo potesse scendere, una figura scura apparve come un fiammata dalla porta dello studio.
Era Matteo Corradi. Il suo volto era coperto di polvere e sangue, i vestiti strappati dalle colluttazioni del piano inferiore. Con un salto felino, Matteo intercettò il bastone di Aldrovandi a mezz'aria, gli bloccò il braccio e gli sferrò un pugno spietato al plesso solare che piegò l'anziano miliardario in due.
Aldrovandi cadde in ginocchio, tossendo disperatamente e cercando di riprendere aria.
Matteo raccoglie la pistola dorata dal pavimento, la scaricò dei proiettili con un gesto esperto da militare e la gettò nell'angolo della stanza. Poi afferrò Aldrovandi per il colletto della sua giacca sartoriale, alzandolo da terra come un sacco di stracci.
"Guardami negli occhi, Aldrovandi," sibilò Matteo con una voce che sembrava uscire dalle profondità della terra. "Ti ricordi di mia sorella Silvia? Ti ricordi della bambina di sedici anni che hai mandato a morire come un cane sul ciglio della strada?"
L'arroganza di Aldrovandi svanì in un secondo, sostituita dal terrore puro e primordiale di un uomo di potere che si trova improvvisamente di fronte alla morte incarnata. "Ti... ti do tutto quello che vuoi..." balbettai l'anziano, le labbra che tremavano. "Soldi... conti all'estero... milioni... risparmiami!"
"Non ci sono abbastanza soldi in tutto il mondo per ripagare una sola lacrima di mia sorella," rispose Matteo.
Pensai che Matteo stesse per ucciderlo sul posto. Ma invece di premere il grilletto o spezzargli il collo, Matteo lo spinse con disprezzo contro la parete, lasciandolo accasciato a terra proprio mentre il capitano De Santis e una decina di agenti delle forze speciali irrompevano nello studio con le armi puntate.
"Nessuno muore stasera," disse Matteo voltandosi verso di me e tendendomi la mano per aiutarmi ad alzarmi dal pavimento. "La tua punizione, Aldrovandi, sarà passare il resto dei tuoi giorni marcendo in una cella di isolamento, vedendo il tuo impero venire smantellato pezzo per pezzo dalla giustizia."
De Santis bloccò Aldrovandi ammanettandolo immediatamente. "È finita, signor Aldrovandi. Lei è in arresto per associazione a delinquere di stampo mafioso, concorso in omicidio e corruzione aggravata."
Raccolsi dalla cassaforte aperta la scatola di velluto blu e il nastro magnetico originale. Quando aprii la scatola, all'interno trovai una lettera scritta da Silvia Corradi pochi giorni prima di morire, accompagnata dal certificato di nascita originale di Marco in cui era chiaramente indicato il nome del padre.
Guardai Matteo, che mi sorrise stancamente per la prima volta da quando lo avevo conosciuto.
"Abbiamo finito, Elena," disse a bassa voce. "Il filo si è spezzato."
Ma mentre i militari portavano via Aldrovandi e i suoi complici nella notte di Bologna, non potevo immaginare che un ultimo, inaspettato pezzo del puzzle stesse per emergere dalle ombre dell'ospedale centrale dove Lorenzo si trovava ricoverato.






